L’umiltà

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

 

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO SETTIMO. L'umiltà – suo primo fondamento: la nostra condizione di creature

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L'Umiltà è virtù meravigliosa, misteriosa del pari e semplice; virtù profonda, potente ed estesa, altrettanto facile a conoscersi come difficile a praticarsi; così oscura quaggiù, più oscura ancora nel suo trionfo in cielo; virtù universale e richiesta da tutte le altre; virtù necessaria ad ogni stato e ad ogni grado della vita cristiana; virtù che è l'essenza e come, la sostanza della grazia sacerdotale: chi dice Sacerdote, dice Umiltà.

Se avremo la fortuna di intenderne l'eccellenza, di lasciarci vincere dalle sue attrattive, dalla sua grazia così pura, e infine di fame la consigliera, la direttrice, l'amica e la compagna assidua della nostra vita, noi possederemo un carattere infallibile di Predestinazione; poiché sta scritto: Humilibus dat gratiam… Humiles spiritu salvabit (474).

L'Umiltà è quella virtù, la quale, fondata sulla conoscenza di Dio e di noi stessi per mezzo della Fede, ci porta ad abbassarci, dimenticando, anzi disprezzando noi medesimi. Così da varie parole: dei Padri e dei Dottori della Chiesa (475).

L'Umiltà, quindi, è Figlia della Fede; e, perché la Fede è una partecipazione della luce eterna, nella quale gli Eletti vedono l'essenza divina e, in questa, ogni cosa; la luce di Dio è pure il principio dell'Umiltà. Non è dunque una virtù cieca e ingannevole. Essa invece è piena di chiarezze, ed è infallibile nei suoi giudizi. L'Umiltà vede, da una parte, Dio con tutte le sue perfezioni; dall'altra, il nulla delle creature e i disordini causati dalla loro perversa volontà. Dio è tutto per essa, e in essa tutto è sottomissione a Dio (476): la creatura le appare come un nulla in se stessa, e come degna, nella sua perversità, di abiezione e di disprezzo.

L'Umiltà è quindi in un modo ammirabile una virtù dello stato di Ostia, poiché, con lo sguardo fisso sopra la grandezza di Dio e il nulla della creatura, sottomette, in modo assoluto, la creatura a Dio.

Essa non vuol veder altro che quel Tutto divino e assoluto, e vuole che non vi sia gloria che per Lui. L'Umiltà ha fatto dire quella bella parola d'un Profeta: Domino Deo nostro Justitia: nobis autem confusio faciei nostrae (Bar 1, 15), e ha dato occasione a quest'altra più magnifica ancora: Si ego glorifico meipsum, gloria mea nihil est (Gv 8, 54). Sotto questo aspetto, essa diventa una virtù universale. Per l'Umiltà, tutte le opere nostre, tutte, senza nessuna eccezione, vengono riferite a Dio; nulla, assolutamente nulla ne resta per noi, perché non siamo nulla, non possiamo nulla, non abbiamo diritto a nulla. Si potrebbe persino dire che l'Umiltà è la sostanza di tutte le virtù. La Fede è un atto di umiltà della nostra mente che, senza comprendere, aderisce e si assoggetta alla Rivelazione di Dio; la speranza è l'attestato della nostra insufficienza assoluta per acquistare e possedere certi beni che non possiamo ottenere che dalla promessa affatto gratuita di Dio; la Carità verso Dio, -consiste nel dimenticarci e disprezzarci, smettendo di amare noi stessi per amore dell'oggetto amato (477). La Carità verso il prossimo, se è vera, non è altro che abnegazione. La penitenza non esisterebbe senza Umiltà, e neppure la mortificazione, la pazienza, la dolcezza e la castità (478). Perciò san Leone dice che, per parlar propriamente, «l'Umiltà comprende tutta la vita cristiana» (479).

«La via (per giungere alla Verità), dice sant'Agostino, in primo luogo, è l'Umiltà; in secondo luogo, l'Umiltà; in terzo luogo, l'Umiltà; e se mi interrogate ancora, ad ogni domanda risponderò sempre: l'Umiltà… Che ne ricaveremo noi di tutto il bene che avremo fatto, se la superbia riesce a rapircelo, insinuandovi la sua compiacenza? Gli altri vizi sono da temersi perché ci fanno commettere tante violazioni della legge, ma la superbia è da temersi persino nella virtù, onde ciò che vi è lodevole in noi non sia perduto per il piacere di esserne lodati» (Epist. CXVIII).

I Padri apprezzano in tal modo l'eccellenza e la necessità dell'Umiltà, che, in tutti gli eventi penosi della nostra vita, e persino nel peccato, non sembrano vedere, nei peccatori, come nei giusti, altro che disposizioni evidenti della divina Provvidenza, per farci praticare l'Umiltà, e, con tale mezzo, farci giungere alla salvezza; quasichè, nel caso particolare in cui Dio tollera il peccato, questo Padre infinitamente desideroso del bene delle anime nostre, dia maggior importanza alla salvezza delle sue creature, alle quali il peccato può giovare in quanto le umilia, che non alla sua propria gloria, la quale dal peccato viene offesa e diminuita. Sant'Ambrogio, sant'Agostino, san Gregorio Magno, san Giovanni Crisostomo hanno esposto una tale dottrina in modo ammirabile (480).

Primo fondamento dell'Umiltà: la condizione di Creatura.

Dio solo è l'Essere che esiste e sussiste da se medesimo. La creatura, per parlare propriamente, non è, ma solo esiste; vale a dire che l'essere ch'essa possiede, viene da un altro, e non può sussistere da se stesso. Sotto l'Essere di Dio non v'ha nulla che lo sostenga, niente altro che questo medesimo Essere, necessario, immutabile. Sotto la creatura, invece, v'è la mano di Dio che la sorregge e la conserva nell'esistenza; e sotto la mano di Dio, se si può parlar così, vi è il nulla, sopra del quale la creatura sta sospesa senz'altro sostegno che la volontà del Creatore. Dimodochè la creatura per se medesima, è un nulla, tende al nulla e vi ritornerebbe, se Dio non continuasse l'atto creatore.

Tutto questo, come già fu detto (481), si applica pure ai Santi del cielo, alla Madonna, e persino (mistero profondo!) all'Umanità santa del Figlio di Dio. L'unione ipostatica è un Mistero indefettibile e eterno, la gloria di Maria SS. ma, e dei Santi è stabile come la gloria stessa della SS.ma Trinità. Ma ciò che sorregge essenzialmente sia l'essere dei Santi come l'essere creato del Verbo, non è la gloria, sia pure meritata dalla loro virtù, e neppure la gloria della unione che il Verbo ha contratta, in GESÙ CRISTO, con la umana natura: è unicamente l'Essenza divina, l'Azione divina, sempre la medesima e sempre attuale.

Abbiamo detto che il trionfo dell'Umiltà sta nel cielo; lassù, infatti, essa trova la sua ultima perfezione. In cielo, nella luce stessa di Dio, i Santi vedono, senza possibile oscurità, che solo l'Essere divino è e si sorregge da sé, e che tutto il resto, assolutamente tutto, possiede un essere solamente ricevuto in prestito, un essere che sussiste unicamente in virtù della comunicazione di Dio e di una creazione incessante.

Intendiamo noi in tal modo l'Umiltà? Siamo persuasi che l'Umiltà non è altro che il perfetto buon senso, e l'ordine essenziale? Non si tratta qui né di ascetismo, né di perfezione spirituale, ma di giustizia, di verità e di elementare filosofia cristiana.

 

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Lo scoraggiamento

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SACERDOTE E OSTIA

 

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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Lo scoraggiamento!… Male gravissimo che contiene una moltitudine di illusioni, di errori, di debolezze e di colpe. Non è soltanto una disposizione difettosa; è uno stato pessimo. La presunzione che è il contrario, è forse meno pericolosa, benché sembri più colpevole. Per l'anima presuntuosa, non si prova che ripugnanza: per il povero scoraggiato si sente invece pietà e compassione; anzi si partecipa alla sua pena, secondo che esige la carità. Ma, in realtà, lo stato dell'anima scoraggiata è funesto e non produce che male. In un semplice fedele, lo scoraggiamento è un principio di rovina, in un Sacerdote sarebbe una minaccia di una moltitudine di rovine.

 

Consideriamo questo male, questo vero flagello, prima nell'opera della nostra santificazione personale, e poi in quella della santificazione delle anime.

La fonte di ogni scoraggiamento, invariabilmente, è la dimenticanza di ciò che Dio è riguardo a noi, e di ciò che siamo noi stessi.

Che cosa è Dio per noi? Dio ha la volontà di renderci eternamente felici nella visione e nel possesso della sua Essenza. Dire soltanto che si tratta di un volere serio, fermo, stabile, permanente, c: troppo poco; anzi quasi una irriverenza. Dio vuole da Dio.

Questa sua volontà ci è stata rivelata dalla sua parola. La sua parola è una promessa, e la sua parola e la sua promessa sono Dio medesimo, il suo Essere essenziale, infinitamente vero, santo e infallibile, quindi sono infallibili né possono mancare. E perché la parola e la promessa divine sono Dio stesso, così il pegno che di questa promessa abbiamo ricevuto è ancora Dio medesimo: questo pegno non è altro che il Figlio di Dio. «Egli in tal modo ha amato il mondo che gli ha dato il suo proprio Figliolo» (Gv 3, 16). Lo ha dato non per necessità, ma come un dono, per amore; nessun dono è paragonabile a quello che viene fatto per amore. Se il pegno è Dio stesso, che cosa potrebbe mai mancarci per toglierci ogni dubbio? E questo mai è rigoroso e senza eccezione. «Avendoci dato il suo Figlio, come non ci avrebbe donato con esso ogni cosa, omnia?» (460). Così ragiona san Paolo. Quell'omnia, tutto, che cosa può significare se non tutto ciò che è nel Figlio? e veramente, fuori di Lui non v'è nulla. Quel tutto, adunque vuol dire, per la presente vita, ogni grazia, secondo i bisogni che possono occorrere. Noi siamo perciò costituiti, fin dal primo momento della nostra esistenza, nella via del Cielo; il nostro primo passo è un passo verso il Cielo. Appena il Battesimo ha consacrato la nostra vocazione e posto il suggello alla volontà del nostro Dio, noi andiamo al Cielo come ogni cosa va al suo fine. Si parla, è vero, anche nella Scrittura, di una duplice via the all'ingresso nella vita si apre davanti ai passi dell'uomo. Ma se noi guardiamo solamente il disegno di Dio, vi è una via soia: quella tracciata dalla volontà dell'eterno Amore del Padre. A destra e a sinistra non vi sono che precipizi – ahimè! molto frequentati, a segno che vi si vedono sentieri troppo larghi, più larghi anzi della via per la quale camminano i figli di Dio; ma tali spaziosi sentieri furono tracciati non già da Dio, ma dagli uomini smarriti nell'abuso della loro libertà. L'unica via, la via di Dio, è la sua volontà di salvare tutti gli uomini (1 Tm 2, 4) e perché nessuno ignori che la via è una sola, e qual è questa via, Colui che è il pegno deI Cielo, «il Figlio a noi dato» (Is 9, 6) ha detto: «Io sono la Via» (Gv 14, 6). Egli è la via del Cielo, via talmente sostanziale che «chiunque porta il proprio sguardo sopra di Lui, vede il Padre» (Gv 14, 9). Egli è tale via sicura, con l'infinita varietà dei mezzi che non lasciano posto né a smarrimenti, né a ritardi; poiché per tutti quelli che vi entrano Egli stesso è luce, forza, sostegno con ogni sorta di aiuti e di grazie. E quando diciamo: ogni sorta di aiuti e di grazie, noi intendiamo tutto quanto GESÙ è, tutto quanto Egli ha fatto e continua a fare per noi, la sua Chiesa, i suoi Sacramenti, il suo Sacerdozio, e infine l'incomprensibile meraviglia della sua costante e potente azione con la grazia attuale sotto qualsiasi nome e qualsiasi forma, per mezzo di ogni sorta di strumenti e di ministeri.

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La speranza e la fiducia in Dio

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO QUINTO. LA SPERANZA E LA FIDUCIA IN DIO

 

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     La Visione beatifica, ossia il compimento finale di quella comunicazione di se medesimo che Dio ci fa, fin da questa vita, con la grazia santificante, ecco l'oggetto della virtù della Speranza.
     Non si può raggiungere un fine senza i mezzi adatti; perciò è pure oggetto di questa virtù l'aiuto soprannaturale da parte di Dio, ossia la grazia. Ma il termine nel quale si fissa e riposa la nostra speranza, è quella Visione eterna, beatifica e deifica.
     Orbene, la nostra Speranza è fondata sulla parola stessa di Dio, il quale ci ha rivelato la sua decisa volontà di destinarci a quella suprema Beatitudine. La nostra vocazione al Paradiso è dunque, dal lato di Dio, essenzialmente sicura. Questa vocazione ci costituisce esseri soprannaturali, e Dio ce ne dà il pegno, con la grazia santificante e le grazie attuali. Siccome poi la volontà che Dio ha di ammetterei un giorno alla visione e al possesso di se stesso è assolutamente ferma, stabile e permanente, anche la volontà di darcene il pegno è pure assolutamente ferma, stabile e permanente.
     Tale è il fondamento della Speranza. Per rendere in noi, soprattutto in noi Sacerdoti, sempre più robusta questa grande Fede e questa magnifica Speranza, dobbiamo qui richiamare una verità che forse non meditiamo abbastanza.
     Dio Padre ci ha fatto una promessa infallibile, e ce ne ha dato un pegno. Orbene, qual è questo pegno? Niente altro che GESÙ CRISTO Nostro Signore, principio ed esemplare dell'ordine soprannaturale, autore della grazia, consumatore della nostra Fede e della nostra Speranza. GESÙ CRISTO è il pegno delle promesse del Padre; e questo pegno è veramente nostro, perché è stato dato a noi. Quel GESÙ, il quale vede e possiede il Padre; quel GESÙ che in qualità di Figlio, eternamente, essenzialmente, per proprio diritto, gode del Padre; quel GESÙ che è uno col Padre; proprio quel medesimo GESÙ è il pegno e il dono del Padre, dono perfetto, dono irrevocabile tanto nel proposito di Colui che ce lo fa, come nel proposito e nella volontà di Colui che è il dono medesimo; poiché Egli è una persona divina che dona se stessa con la medesima pienezza con cui ci viene data. Quanti testi della Scrittura ci assicurano di questa verità! (445).

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Lo spirito e la vita di fede

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SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO QUARTO. LO SPIRITO E LA VITA DI FEDE

 

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     È bello lo studio che ha per oggetto la Visione beatifica, non solo perché la Visione beatifica è il termine della nostra speranza, ma pure perché ci presenta, fin da questo esilio, lo spettacolo più delizioso che l'occhio umano possa contemplare. La Visione beatifica è la vista chiara, immediata di Dio nella sua vita nell'Eternità; la vista perfettissima di tutto quanto Egli è in se stesso e di tutto quanto opera entro se medesimo, vista che è partecipazione della conoscenza che Dio ha di sé, e quindi, partecipazione di quell'atto ineffabile con cui il Padre eternamente genera il Figlio; in quella guisa che la carità verso Dio, che nasce necessariamente da tale visione, carità immensa, per quanto è possibile in una creatura, è partecipazione dell'atto eterno con cui il Padre e il Figlio sono principio dello Spirito Santo per via di spirazione.    
     La visione di Dio nei beati è ineguale, secondo l'ineguaglianza dei meriti; essa è pure limitata, a motivo dell'infinità del suo oggetto che è l'Essenza divina, la quale non può essere compresa da qualsiasi creatura per quanto elevata. Ma è visione totale e plenaria, poiché la luce nella quale essa si compie, è Dio medesimo: Dio Padre ne è la fonte, Dio Figlio è la Luce stessa che ci vien data, – Lucerna est Agnus – (Ap 21, 23), lo Spirito Santo la infonde Egli stesso nell'anima dell'Eletto (425); dimodochè, in virtù di tale unione dello Spirito Santo con l'Eletto, questo viene elevato a un grado tale di eccellenza da renderlo atto a percepire l'oggetto della beatifica Visione, che è Dio, e da compiere l'atto incessante di questa visione che gli dà il godimento continuo ed eterno di Dio (426).
     Tale è la natura della Visione beatifica; ma è d'uopo aggiungere ciò che ne è una conseguenza, cioè, che i Santi non solamente vedono Dio, ma in Dio vedono pure le creature, se non nella luce medesima della gloria – ciò che non sembra necessario, – almeno nella luce divina, la quale è ancora Dio stesso; questa luce è il Verbo, perché nel Verbo tutto si contiene (427); è anche lo Spirito Santo, perché non andiamo al Verbo che per mezzo della grazia dello Spirito Santo (428). I Beati veggono tutte le creature, tutte quelle che sono nel cielo, tutte quelle che sono sulla terra, le anime umane, il mondo esterno, i minimi oggetti, tutto quanto è bene e tutto quanto è male; sono persino testimoni di quanto avviene negli abissi dell'eterna perdizione; vedono e conoscono tutte le cose, non in se medesime, ma in Dio e in quella luce divina che è Dio stesso (429); e questa visione è senza pena né turbamento; anzi è gioia e amore, perché, dappertutto e in ogni cosa, essi vedono l'azione santissima di Dio, la manifestazione dei suoi diritti e della sua gloria. Inoltre, benché nulla possa essere veramente aggiunto alla loro Beatitudine, ciò che delle cose create essi contemplano e conoscono in Dio e nella sua luce, dà luogo ad un accrescimento di quella felicità accidentale, di cui, secondo la teologia, viene, per soprappiù, dotata la loro felicità essenziale che è la visione dell'Essenza divina.

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La fede

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SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO TERZO. LA FEDE

 

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    Chi dice Sacerdote dice Ostia. Chi dice Ostia dice Religioso; chi dice Ostia perfetta dice Religioso perfetto. Il Sacerdote è il perfetto Religioso di Dio; la Religione che è il complesso ammirabile degli omaggi dovuti a Dio è in fondo, la sostanza, la grazia interiore, il carattere esterno di tutta la vita come di tutto l'essere del Sacerdote. Ma la Religione abbraccia e comprende gli atti di tutte le virtù (403); perciò il Sacerdote, vero e perfetto Religioso di Dio, è sempre Ostia nella pratica di tutte le virtù, perché ne osserva e ne esercita gli atti in ispirito di Ostia.

    Secondo il sentimento dei Padri, la pratica medesima delle virtù soprannaturali è un Sacrificio perpetuo; sia a causa della Religione che «comanda a tutte le virtù» (404), sia perché intrinsecamente nessuna virtù si forma in noi senza l’immolazione e il sacrificio di tutto quanto vi si oppone (405). li

    Il Sacerdote, Ostia di Dio, Ostia eletta, preferita, consacrata in una maniera speciale, solenne e autentica, è  dunque obbligato; più di qualunque fedele, alla pratica perfetta delle virtù cristiane.

     La prima di tutte le virtù cristiane, è la Fede, perché questa le costituisce cristiane. In questo senso, la Fede precede la Religione, perchè «per avvicinarsi a Dio» e rendergli omaggio, «prima di tutto bisogna credere che Egli è» (Eb 11, 6) quale lo dobbiamo onorare, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Orbene, dalla Fede conosciamo che cos'è Dio. Ma, sotto un altro aspetto, la Fede è parte della virtù di Religione, perché tutti i suoi atti sono omaggi resi a Dio, prima alla sua veridicità che è il motivo della nostra fede, poi agli altri divini attributi, quando essi sono l'oggetto della fede. Questa virtù teologale si riferisce ancora alla Religione, perché essa è un sacrificio e una immolazione perfetta della nostra ragione (406). Nell'atto di fede, infatti, la ragione senza vedere, crede così fermamente e anche con maggior forza che se vedesse (407).

    Questa Fede religiosa è il carattere distintivo del cristiano, il quale, per tal motivo, viene chiamato con quel bel nome di fedele, vale a dire, che ha la fede. San Giovanni Crisostomo professava la più grande ammirazione per questo nome glorioso, né dubitava di dire che la fede forte e accompagnata dall'amore è il culto più onorevole che Dio possa ricevere dalle sue creature, e in pari tempo la prova di una mente superiore e di un'alta intelligenza: «Generosissimi est animi… mentisque sublimis… Deum certe colit qui praecepta implet; multoque magis hic qui per fidem philosophatur. Ille quidem ipsi obedivit; hic vero convenientem de illo opinionem concepit, et magis quam per operum ostensionem ipsum glorificavit» (408).

    Orbene, il Sacerdote è il fedele per eccellenza, e «il modello di tutti i fedeli nella fede»; l'uomo della «mente grande, generosa, elevata»; l'uomo dei pensieri «sublimi», che onora e glorifica Dio, formandosi grandi concetti della sua Maestà, della sua essenza e della sua opera, perché è per intero «applicato a ciò che riguarda la fede» (1 Tm 4, 11-12); egli sa, secondo un detto di sant'Agostino, che «la fede lo ha ordinato e consacrato Sacerdote» (409). Perciò la fede, «la fede del Figlio di Dio», la fede di cui «GESÙ è Autore e Consumatore», è veramente l'unica sua vita» (410).

    La Fede deve essere illuminata, vorremmo dire dotta, ­ purissima, – semplice, – ferma, – forte.

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Sulla pratica esterna della virtù di religione

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SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO SECONDO. SULLA PRATICA ESTERNA DELLA VIRTÙ DI RELIGIONE

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Ogni uomo ha il dovere essenziale di onorar Dio con atti esterni, ma il Sacerdote più di tutti e per motivi specialissimi. Egli è Sacerdote neI suo corpo come nella sua anima, ed è parimenti Ostia, nel suo corpo come nella sua anima, perché è Sacerdote e Ostia in tutta la sua persona. A lui soprattutto sono dirette queste parole di san Paolo: «Ve ne supplico, per la misericordia di Dio; fate del vostro corpo un'Ostia viva, santa e a Dio gradita» (Rm 12, 1) e ancora: «Glorificate e portate Dio nel vostro corpo» (1 Cor 6, 20). Se la Religione interiore del Sacerdote deve essere così perfetta, come non lo sarebbe pure la sua Religione esterna? Si spiritu vivimus, spiritu et ambulemus (Gal 5, 25). Ma il santo Concilio di Trento, perché il Sacerdote ricordi la sua condizione nella Chiesa, ha detto, per lui, queste parole che bisogna meditare con frequenza:

 

    Nihil est quod alios magis ad pietatem et Dei cultum assidue instruat, quam eorum vita etexemplum, qui se, divino ministerio dedicarunt… In eos tanquam in speculum reliqui oculos conjiciunt, ex iisque sumunt quod imitentur. Quapropter sic decet omnino Clericos… vita moresque suos omnes componere… ut nihil, nisi grave, moderatum, ac religione plenum prae se ferant; levia etiam delicta, quae in ipsis maxima essent, effugiant, ut eorum actiones cunctis afferant venerationem (394).

 

     Parole gravi e solenni! «Non v'ha nulla che, con maggior efficacia del nostro esempio, istruisca gli altri nella pietà e nel culto dovuto a Dio!». Quale disgrazia sarebbe la nostra se, con la nostra negligenza, diventassimo per il popolo una pietra d'inciampo! Quale benedizione preziosa invece ci assicuriamo per il giorno del giudizio, se, con una vita sempre degna del nostro carattere, siamo uno specchio purissimo di perfetta Religione, «nel quale i fedeli trovano quanto debbono imitare per rendere a Dio il dovuto onore!».

 

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Le virtù sacerdotali. L’unione a Gesù Cristo

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SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO PRIMO. LA VIRTÙ DI RELIGIONE

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Il Sacerdote è consacrato Vittima; deve quindi tendere a vivere sempre da vittima e aspirare alla unione perfetta con Gesù Cristo. Ma in qual modo potrà applicarsi ad una vita santa e divina quale si richiede dal suo stato così sublime? Come potrà diventare discepolo, amico, apostolo e Vittima perfetta di Gesù Ostia? Con la pratica delle virtù che corrispondono alla santità del suo stato. Nel Libro III tratteremo appunto delle virtù che sono in modo speciale quelle del Sacerdote nella sua vita di Ostia e dei mezzi per arrivare alla unione intima e perfetta con Gesù Cristo.

 

***

 

Il Sacerdote, per vocazione, per stato e per grazia, è il perfetto Religioso di Dio. In quella guisa che è Sacerdote in tutta la sua persona e in tutto il suo essere, così è Religioso in tutta la sua persona e in tutto il suo essere. È questo il fine della sua elezione eterna, della sua segregazione da tutto ciò che è profano, dell'ammirabile consacrazione di cui egli è stato l'oggetto, e della unione incomparabile che si è compiuta tra GESÙ e lui, prima con l'ordinazione sacerdotale, poi con la celebrazione della Santa Messa. GESÙ, essendo l'Ostia perfettissima e unica del Padre, è la Religione oggettiva e Sostanziale del Padre. Il Sacerdote, in virtù del suo Sacerdozio e dell'unione ineffabilmente santa e perfetta che ha contratta per sempre con GESÙ Ostia, lui pure è, a modo suo in un senso verissimo, la Religione del Padre, poiché con GESÙ, per mezzo di GESÙ e in GESÙ, egli è pure l'umile, costante e perpetua Ostia del Padre. Il Sacerdote è dedicato a Dio, al culto, alla lode, alla gloria di Dio, a tutto ciò che dalla creatura richiedono la Maestà, la Santità, la Bontà e l'Essere infinito di Dio; esso è votato, dedicato e legato a questa eminente condizione, in una maniera così intima, assoluta, stabile e permanente che nulla di simile esiste in tutto il mondo creato, neppure nel mondo angelico. Chi dice Sacerdote, dice «l'uomo di Dio in tutta perfezione ed eccellenza»; (I Tm 6, 11; 2 Tm 3, 17). l'uomo della gloria di Dio; l'uomo creato formato e costituito, in tutto il suo essere, per questa divina gloria» (Is 63, 7); l'uomo dei disegni, degli interessi, della causa di Dio; l'uomo di tutto ciò che Dio è in se stesso, di tutto ciò che Egli vuole, di tutto ciò che risponde ai suoi diritti, alle sue intenzioni nella Creazione e nella Provvidenza, per la Redenzione, la Santificazione e la Rimunerazione delle anime. Il Sacerdote, a qualsiasi creatura che fosse. stupita di una vocazione così ammirabile, dovrebbe rispondere: «Ma, non sapete che io debbo dedicarmi a ciò che riguarda il Padre mio?» (Lc 2, 49). Sono queste le parole di GESÙ CRISTO; il suo Sacerdote ha tutto il diritto di appropriarsele; perché, in una parola, chi dice Sacerdote, dice GESÙ CRISTO.

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Sanctifica eos in veritate

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
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SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO SECONDO. 
    Della comunicazione che nostro signor Gesù Cristo fa al suo sacerdote del suo sacerdozio, del suo stato di Ostia e delle sue disposizioni
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CAPITOLO DICIASSETTESIMO. CONCLUSIONE DEL LIBRO SECONDO
«SANCTIFICA EOS IN VERITATE»

 

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Come conclusione naturale di questo Libro secondo, non possiamo che ripetere quella parole: Sacerdos alter Christus; il Sacerdote non è altro che GESÙ CRISTO, e può dire: «Non sono più io che vivo, è GESÙ CRISTO che vive in me». GESÙ CRISTO è Sacerdote e Ostia: esso pure è Sacerdote e Ostia. GESÙ CRISTO è santo: il Sacerdote è santo: GESÙ CRISTO nella sua Chiesa, è il perfetto Religioso del Padre, dedicato unicamente alla lode, alla gloria ed agli interessi del Padre. La Carità opera l'unione; e il Sacerdote che aspira all'unione con Nostro Signore, ama il divin Salvatore considerato in se stesso e nei suoi timori come Dio, come Sacerdote, come Ostia, come Capo, come Re. Ah, nulla potrebbe esprimere ciò che GESÙ CRISTO è in se medesimo, così grande, così bello, così dolce, così buono, nella sua vita divina, nella sua vita teandrica, nei suoi Misteri, e soprattutto nel suo stato di Ostia! Ed egli aspira senza posa all'unione, e tale unione è la sua vita sino all'ultimo sospiro; perciò egli è e rimane, in ogni cosa, sempre Ostia; vive con GESÙ sull'altare della immolazione, e la sua morte sarà il suo supremo Sacrificio.

Dobbiamo essere convinti, senza che mai nulla possa indebolire o alterare in noi questo intimo e possente sentimento, che il Sacerdote è un altro GESÙ CRISTO medesimo e quindi che deve essere santo. È specialmente e direttamente vero, a nostro riguardo, questo detto di san Paolo: Elegit nos in ipso (in Christo)… Ut essemus Sancti et immaculati in conspectu ejus, in charitateSanti ed immacolati, nei nostri pensieri e nelle nostre intenzioni, nei nostri sentimenti e nelle nostre affezioni, nelle nostre parole e nel nostro contegno, santi ed immacolati in tutte le potenze dell'anima e in tutti i sensi del corpo. Elegit nos in ipso: ecco la ragione primiera e unica di tutte le nostre grandezze, di tutti i nostri poteri e di tutti i nostri privilegi nell'ordine della grazia; ma ecco il fine: Ut essemus sancti… in charitate Dei quae est in Christo Jesu Domino nostro (Rm 8, 39). (Ef 1, 3-4).

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L’AMORE VERSO GESÙ, NOSTRO CAPO E NOSTRO RE

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
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SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO SECONDO. 
    Della comunicazione che nostro signor Gesù Cristo fa al suo sacerdote del suo sacerdozio, del suo stato di Ostia e delle sue disposizioni
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CAPITOLO SEDICESIMO. L'AMORE VERSO NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO NOSTRO CAPO E NOSTRO RE

 

 

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Nostro Signore GESÙ CRISTO, infinitamente amabile come Sacerdote e Ostia, merita ancora il nostro amore in quanto è il nostro Capo e il nostro Re.

Come nostro Capo: in primo luogo, perché in tale qualità, Nostro Signore è il Principio e la causa della nostra Predestinazione. Abbiamo già esposto questa verità. Ricorderemo qui soltanto queste parole di san Paolo: Cum essemus mortui peccatis, convivificavit nos in Christo, et conresuscitavit, et consedere fecit… coelestibus in Christo Jesu (360). Non è già forse per noi una gioia immensa, fare una cosa sola con GESÙ CRISTO in tutti i suoi Misteri? Ma ci viene assicurata una gloria ben più prodigiosa, ne abbiamo il pegno e già la possediamo in sostanza: è la gloria del cielo. Il nostro Capo la possiede, ma non la possiede solo; è salito al cielo «a prepararci il posto» (361). Quale non deve essere il nostro amore per il nostro Dio, la nostra Vittima e Ostia, per essersi degnato di essere, in pari tempo, il nostro Capo? Egli, nella sua carità ha operato meraviglie che non avremmo giammai potuto concepire, e che ancora ci lasciano quasi un po’ incerti, tanto le tenerezze di Dio, a motivo dei loro eccessi, sorprendono le nostre povere intelligenze. San Paolo nota espressamente questi eccessi, immediatamente prima di rivelarci che il nostro Capo è causa della nostra predestinazione. Deus autem(Ef 3, 20-21)., dice l'Apostolo, qui dives est in misericordia propter nimiam charitatem suam, qua dilexit nos… qui potens est omnia facere superabundanter quam petimus aut intelligimus, etc.

Nella sua qualità di Capo, nostro misericordioso Redentore non solamente è la causa della nostra predestinazione, ma pure, con un influenza che non cessa mai, ce ne porge costantemente il pegno; e questo pegno è costituito dalla sua divina grazia, ossia, dall'azione incessante dello Spirito Santo che abita in noi e continuamente ci porta a compiere opere di vita, degne del nostro Capo che è la vita. Il primo nostro Capo, Adamo, ha esercitato sopra di noi un influsso mortale; e questo si continua in noi con la concupiscenza che rimane anche dopo il Battesimo. Il nostro secondo Capo, ben più potente per darci la morte, infonde continuamente nelle anime nostre la vita «con lo Spirito Santo che abita in noi». Infatti, questo Spirito di GESÙ CRISTO nostro Capo, è spirito di vita; è il principio di ogni preghiera gradita al Padre e da Lui esaudita; ci conduce e ci dirige, nella nostra qualità di figli di Dio. Egli stesso ci dà il potere di invocare con merito il nome di GESÙ, e la virtù di confessarlo con forza e costanza davanti agli uomini. Sotto la sua azione, l'anima nostra produce ogni sorta di frutti soprannaturali. Infine, siccome Egli è «il pegno dell’eredità, il sigillo della promessa» della vita eterna, Lui ancora risusciterà i nostri corpi mortali» (362).

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L’amore di Nostro Signore sulla croce e nel SS. Sacramento

  • Categoria dell'articolo:Spiritualita

P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

 

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO SECONDO. 
    Della comunicazione che nostro signor Gesù Cristo fa al suo sacerdote del suo sacerdozio, del suo stato di Ostia e delle sue disposizioni
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CAPITOLO QUINDICESIMO. L'amore di Nostro Signore Gesù Cristo, nostra vittima, sulla croce e nel SS. Sacramento

 

 

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Dobbiamo ancora amare Nostro Signor GESÙ CRISTO come la nostra Vittima e l'Ostia nostra. San Paolo lo raccomanda espressamente: Ambulate in dilectione, sicut et Christus dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis Oblationem et Hostiam Deo in odorem suavitatis (Ef 5, 2). Qui l'Apostolo parlava a tutti i fedeli. Ecco ora una parola speciale per noi; essa è della divina Vittima stessa: «Et pro eis sanctifico meipsum. Ed io mi sacrifico, mi immolo per loro» (347). «Per loro»: questi sono gli Apostoli ed i Sacerdoti tutti, successori degli Apostoli per consacrare il Corpo e il Sangue di GESÙ CRISTO. Ecco, adunque, una prova immensa di amore. Tutta la Passione del Salvatore, la sua agonia, le sue preghiere, le sue lagrime, la sua pazienza, la sua dolcezza, tutto quanto ha sofferto in casa di Hannan, di Caifasso, di Erode e di Pilato, la Flagellazione, la Corona di spine, la salita al Calvario con la Croce, la crocifissione, le tre ore di spaventosi dolori sulla Croce, tanto sangue versato, tante supplicazioni offerte al Padre, tante, lezioni di umiltà, tanto amore, e infine l'umile e dolorosa morte: tutto ciò è stato per noi; per le anime tutte, senza dubbio, e per ciascuna in particolare come se essa sola fosse al mondo. Ma, noi, Sacerdoti, anzi ciascuno di noi, proprio distintamente, è stato l'oggetto di una misericordia, di una tenerezza e di una indulgenza affatto speciali (348). Nelle angosce dell'Agonia dell'orto degli Ulivi, negli obbrobri del Pretorio. negli spasimi della Flagellazione, nello spaventoso supplizio dell'Incoronazione di spine. sotto il peso della Croce. sulla strada del Calvario; quando i carnefici barbaramente conficcavano i chiodi in quelle mani e in quei piedi: quando quel Corpo Adorabile, così dolorosamente sospeso, si accasciava a poco a poco durante le tre ore mortali; quando si sentiva quell'ultimo grido: Consummatum est, e che essendosi chinata la testa, la vita si ritirava da Colui che è l'Autore di ogni vita, quella dolcissima Vittima pensava, con una visione distintissima, a me personalmente che dovevo essere il suo Sacerdote! Et pro eis ego sanctifico meipsum. Se arriveremo, in questo esilio, ad acquistare qualche intelligenza di un tal Mistero, l'amore consumerà il nostro cuore. Fortunato quel Sacerdote, il quale, col pensiero abituale della Passione di Nostro Signor GESÙ CRISTO, giunge ad essere colpito dalle frecce infocate che escono da tutte le ferite della nostra adorabile Vittima, da tutti i suoi dolori, dalle sue ignominie, da ciascuna delle circostanze della sua amorosa Immolazione! Ogni Sacerdote deve tendere ad un tale stato doloroso insieme e delizioso. Chi non vede che è questa una grazia essenziale per lui, per la sua vita, per il compimento di disegni di Dio sull'anima sua privilegiata? Bisogna che Egli possa dire con san Paolo: Christo confixus sum cruci… Non enim judicavi me scire aliquid inter vos nisi Jesum Christum et hunc crucifixum. Mihi autem absit gloriari, nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi (349).

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