Gesù attira il suo sacerdote nel suo stato di ostia

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO SECONDO. 
    Della comunicazione che nostro signor Gesù Cristo fa al suo sacerdote del suo sacerdozio, del suo stato di Ostia e delle sue disposizioni

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CAPITOLO QUARTO. Nostro Signore Gesù Cristo attira il suo sacerdote nel suo stato di ostia – Ogni sacerdote è vittima

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      Appena noi abbiamo pronunciato le parole della Consacrazione, Nostro Signore, in virtù di quelle parole che da Lui hanno tutta la loro efficacia, è presente, in qualità di Sacerdote e nello stato di Ostia: allora avviene nelle nostre mani un Mistero quanto mai ineffabile. Abbiamo prestato al Sacrificio un concorso diretto, volontario ed effettivo; perciò questo concorso è propriamente un atto sacerdotale; atto che facciamo, e noi soli possiamo fare, perché siamo veramente Sacerdoti, davanti a Dio e davanti alla Chiesa. Ma, in verità, in quel Mistero tutto divino, finisce la nostra azione ed è bell’e terminato il nostro ministero. Quando è detta l’ultima parola sacramentale, GESÙ Sacerdote e Vittima, in quell’istante medesimo, nelle nostre mani fa l’Oblazione che fu l’atto incessante, della sua intera vita, alla quale l’effusione del sangue e la morte sulla Croce diedero il perfetto compimento, oblazione, ch’Egli continua eternamente in cielo. Questo adorabile e unico Sacerdote del Padre, s’innalza verso di Lui, e offre se medesimo alla Maestà, alla Santità, alla Misericordia, alla Giustizia, a tutto l’Essere di quel Padre Santo. Mentre il Sacerdote viene sublimato ad un onore così alto, chi descriverà l’umiliazione della Vittima divina? Chi potrebbe esprimere quell’adorazione, quella lode, quel dono di sé, quella consacrazione, quell’amore, quegli ardori per l’onore e la gloria del padre? gli atti oltremodo numerosi e moltiplicati di quell’Ostia divina, le suppliche innalzate per noi? la Religione di un tal Pontefice e di una tale Ostia, e le fiamme divoratrici nelle quali si consuma l’Olocausto, fiamme che sono lo Spirito Santo medesimo? le altezze sublimi alle quali queste fiamme innalzano il Sacerdote, e l’annientamento in cui fanno scendere la Vittima?.. Sono Misteri gloriosi, più magnifici di tutti i cieli, più profondi di tutti gli abissi! Nessuna lingua può esprimerli, nessuna mente concepirli; sono delizie riservate alla Patria eterna!
     Quali meraviglie, quando sul nostro altare, nelle nostre mani, si compie il Mistero del Figlio, Sacerdote e Ostia! Il  Padre accoglie l’adorabile Sacrificio con infinite compiacenze che Egli solo conosce, e di cui solo Egli gode. Il Cielo intero, Angeli e Predestinati, sono in un estatico rapimento e ricevono un accrescimento di gloria accidentale; le anime che soffrono nel Purgatorio ricevono ammirabili dolcezze e provano sollievo nelle loro pene; e la Chiesa della terra risente effetti invisibili, ma sempre sicuri, di tale Oblazione che si compie principalmente per lei medesima, ed alla quale ella apporta la sua cooperazione, per mezzo del Sacerdote, il quale è uno dei suoi figli.
    Sarebbe da fermarsi qui, e in un lungo silenzio adorare questa vasta, opprimente e prodigiosa meraviglia di grazia, di amore e di potenza… Ma vediamo di fare uno sforzo, e di continuare.

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    GESÙ CRISTO, Sacerdote e Vittima, offre se stesso al Padre suo celeste, per la virtù del suo Spirito Santo; ma non si offre solo. Non può offrirsi solo. Mentre presenta al Padre il proprio Corpo naturale, la sua carne e il suo sangue viventi e glorificati, Egli gli presenta pure il suo Corpo mistica, la sua Chiesa diletta, tutta intera. Egli, realmente e distintamente offre tutte le anime beate che compongono la Chiesa del Cielo tutti gli Spiriti celesti dei nove cori angelici e tutti gli Eletti che Egli attira a sé a piuttosto porta sempre con sé e in sé, e che consacra sue Vittime per 1’eternità. La divina sua Madre, Maria, gloriosa Regina di quel glorioso impero, è la prima fra tutte quelle Vittime immacolate. Come è bella quell’oblazione di tutto il cielo fatta sulla terra, sull’altare della Chiesa militante, nelle nostre mani santamente tremanti.
    GESÙ porta ancora in sé e offre a suo Padre tutta la Chiesa paziente del Purgatorio; la presenta alla santità e alla indulgenza del Padre per ottenerle misericordia, liberarla dalle fiamme espiatrici, o almeno procurarle sollievo, abbreviarle il tempo dell’esilio, in conformità con le impenetrabili e terribili esigenze della divina Giustizia.
    E GESÙ porta pure e presenta al Padre suo tutta la Chiesa militante. Per verità il Sacrificio essendo principalmente offerto per lei, e in un senso vero, da lei nella persona del suo umile ministro, ella pure deve essere principalmente offerta. «Essa ben la sa, dice sant’Agostino, e riconosce, ad evidenza, che nell’Oblazione del corpo e del sangue di GESÙ CRISTO lei pure viene offerta». (altro…)

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L’unione ammirabile tra Gesù e il suo sacerdote

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO SECONDO. 
    Della comunicazione che nostro signor Gesù Cristo fa al suo sacerdote del suo sacerdozio, del suo stato di Ostia e delle sue disposizioni

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CAPITOLO TERZO. Dell’unione ammirabile tra Gesù e il suo sacerdote nell’esercizio del sacerdozio

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    Trasportiamoci, col pensiero, in qualche chiesa cattolica; e vediamo di assistere alla grande meraviglia dell’unione o, meglio, dell’unità, dell’identità di GESÙ CRISTO col suo umile Sacerdote, nell’esercizio del Sacerdozio, all’altare eucaristico.
   Quel Sacerdote, che l’Eterno Padre ha eletto fin dall’eternità, come Aronne, – meglio ancora, come CRISTO medesimo, – e che l’ordinazione sacerdotale, con l’imposizione delle mani del Vescovo, ha consacrato, e consacrato per l’eternità, ascende all’altare, rivestito dei sacri paramenti. Egli compie diversi riti, recita le varie preghiere prescritte, tutto avviene in una straordinaria gravità e in una sorta di mistero. Infine, ecco quel momento che, dopo la morte del Figlio di Dio sulla Croce, non ha uguale nella storia umana: il momento della Consacrazione. Il Sacerdote richiama, in poche parole storiche, ciò che avvenne nell’ultima Cena, indi prende il pane, lo benedice, s’inchina e dice: Hoc est enim corpus meum. Poi, prende il calice, benedice il vino che vi è contenuto, s’inchina e dice: Hic est enim calix sanguinis mei. E il Sacrificio, è compiuto.

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     Ma cosa vuol dire che il Sacrificio è compiuto, e in qual senso?
     In virtù delle parole sacramentali, GESÙ è presente sull’altare come Sacerdote e come Ostia. Da quel momento, tra le mani stesse del suo ministro, GESÙ compie l’opera incessante, perpetua, che gli è propria, sia come Sacerdote, sia come Ostia: Egli offre se medesimo al Padre suo, e si offre per la Chiesa. Per parlare propriamente, il nostro ministero è terminato. Da qui a pochi momenti, dovremo ricevere il Sacramento, nella santa Comunione; dovremo darlo ai fedeli, se occorre. Ma il Sacrificio, all’altare come sul Calvario, è azione personale del Sommo Sacerdote, di GESÙ CRISTO. In virtù della Consacrazione, l’abbiamo posto in istato, se un tal linguaggio non è troppo volgare, di compiere quella grande Azione; ed Egli la compie. Senza di noi, senza il nostro concorso, attese le condizioni determinate dalla sua stessa Sapienza e dalla sua Provvidenza. Egli non potrebbe offrire, nella sua Chiesa, il suo Sacrificio; perché, dopo la sua Ascensione non è più sulla terra personalmente, nella qualità di Uomo Dio. Ma ecco che, nella nostra profonda umiltà e confusione, noi diciamo come Lui e nel suo spirito: «Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue»: e GESÙ, il Verbo incarnato, vero Dio e insieme vero Uomo, trovasi presente nelle nostre mani. In ciò sta la nostra parte nell’azione, il nostro concorso indispensabile, l’atto proprio del nostro Sacerdozio. Ma questo atto non è un Sacrificio; ha per termine il Sacrificio e dà luogo al Sacrificio ed è la condizione per divina istituzione intrinsecamente indispensabile per il Sacrificio, e pertanto veramente un atto Sacerdotale. Chi lo compie, esercita un potere veramente divino; perché in realtà il ministro, e non GESÙ CRISTO solo, opera il miracolo incomparabile della transustanziazione. Ma, ripetiamolo, GESÙ CRISTO solo è sempre il Sacerdote che offre il Sacrificio; come pure l’Ostia che viene offerta è sempre GESÙ CRISTO medesimo.
     È GESÙ CRISTO solo! Ma qui appunto sta la meraviglia celeste e tutta divina della unione di GESÙ CRISTO e del suo ministro, nell’atto sacerdotale della Consacrazione.

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     Per operare il cambiamento delle sostanze, il Ministro dice: «Questo è il mio Corpo; – Questo è il mio Sangue». Ma non sono il suo proprio corpo e il suo sangue che si rendono presenti sull’altare. D’ordinario, le parole sacramentali esprimono e significano la cosa che viene operata. Sembra dunque che in questo ministero si dovrebbe dire: «Questo è il corpo; – Questo è il sangue di GESÙ CRISTO; e il pane diventerebbe il corpo di GESÙ) e il vino il suo sangue. Orbene, il Sacerdote dice: «Questo è il mio corpo; – questo è il mio sangue». Ma quel pane non è il corpo del Sacerdote, quel vino non è il suo sangue. Eppure, se egli non parla in questo modo, se non dice quelle medesime parole che disse GESÙ CRISTO, non consacra, e compie un atto assolutamente inutile!… Qual’è dunque questo Mistero! Ma, non è forse lui che parla? È proprio lui, è proprio la sua voce che pronuncia le parole; ma non è la sua persona che parla (231). Egli adunque non c’entra quasi per nulla in questo grande Sacrificio. Da una parte infatti, egli non è il Sacerdote che offre il Sacrificio, meno ancora l’Ostia che viene offerta; d’altra parte, nell’atto medesimo con cui rende presente il Sommo Sacerdote che è anche l’Ostia, non è punto lui che parla, poiché non può attribuire a se stesso il senso di quelle parole; e siccome sono queste che operano il cambiamento delle sostanze, dovremo noi concludere che non è lui che opera il miracolo?…
    Tutto ciò è mistero. Per verità, il Sacerdote qui è ridotto a nulla.
    Ebbene! in questo appunto sta la sua grande gloria. Non essendo nulla, egli è tutto; perché non essendo nulla, egli è GESÙ CRISTO medesimo. GESÙ è in lui, GESÙ lo ha, in certo qual modo, invaso: e una volta che il suo ministro ha formulato, come è necessario, l’intenzione di consacrare, GESÙ fa tutto il resto. Il Sacerdote non è più che un aiuto, sempre cosciente, è vero, sempre libero, ma che trae tutta la sua efficacia dalla virtù di Colui del quale è organo e strumento. Indi quelle belle espressioni dei dottori e dei padri: Ipse est (Christus) qui sanctificat et immolat… Cum videris Sacerdotem offerentem, ne ut Sacerdotem esse putes, sed Christi manum invisibiliter extensam… Sacerdos linguam suam commodat (232). Os tuum, (o Sacerdos), os CRISTI est (233). Nil aliud Sacrifex est quam Christi simulacrum (234).

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L’elezione eterna

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
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SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO SECONDO. 
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CAPITOLO SECONDO. L’ELEZIONE ETERNA

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     GESÙ CRISTO nella sua misericordia, si degni di rivelarci come, per volere del Padre, la sua Predestinazione alla grazia e il Sacerdozio sia il fondamento e l’unica ragione della nostra Predestinazione pure alla grazia e al Sacerdozio.
     Per la perfetta intelligenza della sublime e consolante verità della nostra Elezione eterna, eleviamoci dapprima alla considerazione della Elezione eterna ossia della Predestinazione di GESÙ CRISTO medesimo. In questa luce vedremo meglio come siamo stati resi partecipi della Elezione e Predestinazione del Figlio di Dio, sia alla Grazia, sia al Sacerdozio.
     La Predestinazione di GESÙ CRISTO, Figlio di Dio, è il decreto medesimo della sua Incarnazione; è l’atto per il quale la Santissima Trinità, che opera indivisibilmente, ha voluto che la Persona del Verbo assumesse ipostaticamente la natura umana.
     In virtù di questo decreto vi fu un composto umano (vale a dire un’anima immediatamente creata da Dio e un corpo formato dalla carne immacolata di Maria), destinato ad essere la natura umana del Figlio di Dio. In questo senso san Paolo ha detto: «Egli è stato fatto dal seme di Davide secondo la carne e predestinato Figliuolo di Dio» (Rm 1, 3-4).
     Ma quell’anima e quel corpo non esistettero mal prima del momento preciso dell’unione ipostatica.
     Non vi fu dunque nessun merito da parte di quella natura umana perché fosse l’oggetto della elezione di Dio. Questa elezione era assolutamente e radicalmente gratuita. San Agostino si compiace d’insistere in modo speciale su questo punto, affinché sia manifesto che nell’ordine della Grazia, Dio tutto opera con la indipendenza più sovrana, e nessuna natura creata, sia pure anche la natura creata del Figlio di Dio medesimo, può in quell’ordine aver qualsiasi iniziativa o attribuirsi alcun merito. «È questa la luce smagliante che illumina ogni predestinazione e ogni grazia. Se il Salvatore è stato eletto senza merito antecedente, come mai potremmo pensare che abbiamo la minima parte nella nostra elezione?» (224).

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     È questo un punto di dottrina importante e sarà utilissimo tenerlo sempre presente alla nostra mente; perché ci rivela l’indigenza fondamentale propria ad ogni creatura. CRISTO è stato predestinato Figlio di Dio, senza nessun merito; noi pure siamo predestinati senza nessun nostro merito, qualunque sia il dono di cui Dio ci ha beneficati.
     Ma qui una questione si affaccia alla nostra mente. Nostro Signor GESÙ CRISTO, che è «il principio delle vie di Dio» (Prv 8, 22), è stato predestinato direttamente e immediatamente. Siamo forse stati eletti, noi pure, direttamente e immediatamente, senz’altra relazione con CRISTO che quella che necessariamente deriva dalla preminenza di esso?
      La relazione tra noi e CRISTO è forse una relazione di semplice subordinazione quale trovasi, nel mondo fisico, tra varie sorta di esseri, in forza delle leggi stabilite dal Creatore per il mantenimento dell’ordine?
     Ci troviamo qui in presenza di un mistero di una bellezza sublime, di una dolcezza deliziosa. Consideriamolo con amore. Nostro Signore GESÙ CRISTO avrebbe potuto essere eletto e predestinato solo. Dio è libero e mette nelle sue opere esteriori quei limiti che sono di suo piacimento. Nel caso che Dio non avesse predestinato all’esistenza e alla grazia se non l’Umanità santa di GESÙ CRISTO, questa unica manifestazione della sua Potenza, della sua Sapienza e del suo Amore, sarebbe pur stata la più sublime, eccellente e gloriosa che Dio possa concepire e operare. GESÙ CRISTO, predestinato solo, GESÙ CRISTO unico soggetto di tutta la creazione sia nell’ordine naturale come nell’ordine soprannaturale, sarebbe stato, in un modo verissimo, perfettissimo ed adeguato, l’onore, il compiacimento, la gloria e la totale soddisfazione della SS. Trinità. È certo che l’effettuazione di qualsiasi altro disegno non può aggiungere nulla alla gloria che Dio riceve da una Persona divina incarnata.

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La comunicazione che Cristo fa del suo sacerdozio

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SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO SECONDO. 
    Della comunicazione che nostro signor Gesù Cristo fa al suo sacerdote del suo sacerdozio, del suo stato di Ostia e delle sue disposizioni

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CAPITOLO PRIMO. Come Nostro Signore ha reso la sua Chiesa partecipe del suo sacerdozio. ­ Istituzione del sacramento dell'Ordine

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     San Giovanni scriveva ai fedeli: «Noi vi annunciamo il Verbo di vita, il quale fu da principio; l'abbiamo udito, l'abbiamo visto con gli occhi nostri e toccato con le nostre mani. La vita si è manifestata; l'abbiamo vista, lo attestiamo; e vi annunziamo la vita eterna, la quale era presso il Padre, ed è apparsa a noi. Vi annunciamo ciò che abbiamo visto e udito, affinché voi pure abbiate, società con noi, e la nostra società sia col Padre, e col suo figliuolo, GESÙ CRISTO» (1 Gv 1, 1, 3). San Giovanni ci presenta qui, in poche parole, tutto il complesso del disegno di Dio. Il Verbo divino vive nel seno del Padre, che non cessa di generarlo e di comunicargli tutto l'Essere suo; e questa vita del Verbo è eterna. «Ora il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare tra noi »; e quella vita che Egli riceve eternamente dal Padre suo, «si è rivelata» nella carne; ed Egli ne ha reso partecipe l'Umanità di cui si è rivestito e che ha unita a se medesimo in unità di Persona. Il Verbo, vivente in quella Umanità santa e adorabile, è Nostro Signore GESÙ CRISTO, che gli Apostoli «hanno visto, di cui han sentito le parole, che hanno attentamente considerato, che han toccato con le proprie mani».
     Ma quella vita divina, della quale Nostro Signore GESÙ CRISTO ha vissuto tra noi, Egli l'ha comunicata. Le anime la ricevono dalla sua pienezza; e in virtù di tale comunicazione, «una società» si è stabilita «col Padre e con Nostro Signore GESÙ CRISTO». Le anime che han partecipato alla sua vita e godono di quella divina società, formano il suo Corpo mistico: «Stirpe eletta, sacerdozio regale, popolo di acquisto» (I Pt II, q.), unito a CRISTO con tale intimità, che Cristo vive in esso come vive nella sua Umanità divina, con questa differenza, essenziale senza dubbio, che nella sua Umanità il Verbo vive in unità di Persona, mentre nella sua Chiesa vive in unità di spirito. Egli vive nella sua Chiesa onde comunicarle tutto ciò che è venuto ad apportare sulla terra. Epperò; questa sua alleanza è veramente il fine prossimo della sua Incarnazione; e appunto per questo motivo san Paolo chiama la Chiesa «la pienezza di Cristo» (Ef 1, 23). «Mi domandate, dice Bossuet, the cosa è la Chiesa? La Chiesa, è GESÙ CRISTO diffuso e comunicato; è GESÙ CRISTO completo, GESÙ CRISTO uomo perfetto, GESÙ CRISTO nella sua pienezza» (218). Eccovi un vasto abisso nel quale scende un gran fiume per colmarlo; si dirà giustamente, che esso è la pienezza di quel fiume. Così Nostro Signore, se si può parlar così, termina la sua corsa nella Chiesa per dilatarsi, diffondersi, e vivere in lei di una vita nuova, nella quale glorifica il Padre suo, come lo glorifica in quella vita teandrica che gli è propria nella sua qualità di Uomo Dio.
     La glorificazione di Dio suo Padre, ecco, infatti, il fine supremo ed ultimo di tutte le opere sue e di tutto il suo essere.
     Ma da questo noi veniamo a conoscere ciò ch'Egli farà nella sua Chiesa. Per amor di essa, poiché l'ama e ha dato se stesso per dimostrare il suo amore, le darà tutto quanto è suo: i suoi diritti, la sua autorità, il suo impero, le sue grazie, i suoi meriti, il frutto della sua vita e della sua morte. Darà se medesimo; e si darà nello stato in cui principalmente ha glorificato suo Padre: nello stato di Ostia.
     Si costituirà Vittima della Chiesa. Perché vuole, in questa Chiesa diletta, rendere al Padre suo l'onore più grande che sia possibile. Egli sarà nella Chiesa, con piena realtà, tutta la Religione della Chiesa. Egli sarà dunque il Sacrificio della Chiesa, poichè tutta la Religione si riassume nel Sacrificio.
     Tale conclusione è rigorosa; ma eccone un'altra: La Chiesa nella quale GESÙ CRISTO si troverà in istato di Ostia, e di cui Egli sarà la Religione e il Sacrificio, è una società esterna e visibile. È dunque necessario che la sua Religione, il suo Culto, il suo Sacrificio siano esterni e visibili. Il Sacrificio, infatti, perché occupa un posto sì importante nella vita della Chiesa, deve avere lo stesso carattere di essa medesima, vale a dire, la visibilità; anzi deve portare un tal carattere in modo splendente. Per questo fine, che cosa avverrà? Forse che Gesù, dopo la sua Ascensione, comparirà sensibilmente, in modo ché gli uomini possano ancora vederlo, come nei giorni della sua vita viatrice? Ovvero, pur rimanendo Egli presente – e non è possibile non lo sia – sarebbero visibili soltanto dei segni esterni, delle apparenze o specie, come, per esempio le apparenze di quella doppia sostanza che veniva già offerta da Melchisedec, il quale nell'antico Testamento fu la figura più perfetta di GESÙ, Sommo Sacerdote?
    A quest'ultimo disegno si è attenuto GESÙ. La prima volta ch'Egli offrì il Sacrificio incruento del suo Corpo e del suo Sangue, nell'ultima Cena, prese del pane e disse: «Questo è il mio Corpo», poi prese il Calice col vino e disse: Questo è il mio Sangue». Dopo queste parole, sulla mensa eucaristica vi era veramente il suo Corpo e non più il pane, il suo Sangue e non più il vino. Era veramente Lui stesso tutto intero, Dio e uomo, realmente presente, ma presente sotto apparenze, sotto le apparenze del pane e del vino.
    Orbene, in tale stato di Ostia Egli vuole stare nella Chiesa; è questo il Sacrificio che le ha lasciato: Sacrificio che le è proprio, e dal quale il Padre riceve la medesima gloria che ricevette dalla Croce, poiché questo Sacrificio è proprio quello della Croce: è la medesima Vittima, il medesimo Sacerdote.

 

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Omnia et in omnibus Christus

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
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SACERDOTE E OSTIA

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CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO. CONCLUSIONE DEL LIBRO PRIMO:
«OMNIA ET IN OMNIBUS CHRISTUS»

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     Al termine di questo primo Libro, un pensiero assorbe tutto l’animo nostro: quel pensiero che s. Paolo ha espresso in questi termini: Omnia et in omnibus Christus (Col 3, 11). Davvero, GESÙ è tutto in ogni cosa; ed Egli è tutto in ogni cosa nella sua qualità di Sacerdote e di. Vittima. Riposiamo in questo delizioso argomento.
     GESÙ è Dio, ed Egli è tutto; è l’Uomo Dio, ed Egli è tutto. In Lui, il Padre ha posto tutto quanto è suo fuorché di essere Padre: tutta la divinità, tutte le perfezioni divine, tutto l’Essere divino; e in Lui, dopo l’Incarnazione, ha posto tutta la sua verità, tutta la sua santità, tutta la sua autorità, tutta la sua potenza, tutti i suoi diritti; ne ha fatto l’oggetto di tutte le sue compiacenze: da Lui tutta la sua felicità e tutta la sua gloria accidentale. Per mezzo di Lui e in Lui, Dio Padre ha disegni di bontà e; d’amore sopra il mondo delle creature ragionevoli; ma, quando pure le Creature non accettassero i suoi disegni, il Padre nel suo Figlio incarnato riceverebbe una Religione così completa e perfetta, una soddisfazione così assoluta, un contraccambio, una riconoscenza, una corrispondenza così perfetta alle sue adorabili degnazioni, che la defezione e l’ingratitudine degli Angeli e degli uomini non toglierebbero nulla alla pienezza della sua gioia; perché la Religione, l’amore, la corrispondenza fedele del Figlio suo sono per Lui sufficienti in un modo assolutamente perfetto, pieno e delizioso. In questo primo senso GESÙ è tutto per il Padre; ma Egli è tale ancora in altra maniera sublime. Egli è tutto per il Padre «Chiunque lo vede, vede il Padre» (Gv 14, 9). «Chiunque ha il senso e l’intelligenza di CRISTO» (1 Cor 2, 16), perciò stesso intende tutte le perfezioni e tutti gli attributi del Padre: Potenza, Sapienza, Bontà, Provvidenza, Giustizia, Misericordia, Maestà, Verità; e ne intende pure i disegni, le volontà sopra il mondo, e «le vie sì profonde ed i giudizi sì impentrabili» (Rm 11, 33). Per il Padre ancora GESÙ è tutto, perché quando il Padre comunica se stesso alle creature, il suo dono è GESÙ; e quando noi andiamo al Padre, al Cuore del Padre, al seno del Padre, troviamo GESÙ. «Là, dice Clemente Alessandrino, là GESÙ è l’alimento celeste, il latte di cui han bisogno le nostre labbra da bambini. Beati coloro che ricevono, in quel seno del Padre, quel latte dell’eterna vita!» (206). In ogni maniera pertanto, per il Padre suo santo e adorabile GESÙ è tutto.

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    Considerato in se stesso, GESÙ è tutto: ogni verità, ogni ordine, ogni sapienza, ogni virtù, ogni luce, ogni forza, ogni pace, ogni vita, ogni grazia, ogni bene, assolutamente tutto: Omne bonum (Es 34, 1).
     Riguardo al mondo creato, GESÙ è il principio, l’origine, la fonte di ogni essere e di ogni vita: principio, origine, fonte viva, efficace, creatrice con una volontà attuale, diretta e irresistibile, di ogni essere e di ogni vita. A Lui Angeli e uomini sono debitori di tutto quanto han ricevuto o riceveranno, nell’ordine della natura, della grazia e della gloria. Vi è un libro scritto dalla mano di Dio, nel quale si trova registrato in anticipazione tutto quanto la Trinità Santa ha fatto o farà in questo mondo e nell’altro: GESÙ di tal libro è l’alpha e l’omega, il principio e la fine (Ap 1, 8; 21, 6; 12, 13; –  Gv 8, 25). Gli spiriti celesti non hanno bellezza e gloria se non perché GESÙ è la Bellezza e la Gloria eccellente del Padre ed essi ne ricevono il magnifico riflesso. Per la virtù di GESÙ «sopra la terra regnano i Re, comandano i principi e i legislatori ordinano cose giuste» (Prv 8, 15). Vi è autorità nella famiglia? Ogni autorità viene da Lui. Vi sono sposi, purché Egli è Sposo; vi sono degli amici generosi, dei protettori, dei giusti, dei sapienti, dei santi, perché Egli è l’amico, il protettore, il giusto, il sapiente, il santo che dà comunicazione della sua pienezza a tutti, sia nell’ordine soprannaturale da Dio stabilito, come nell’ordine naturale di cui Dio è pure l’autore (207).
     GESÙ solo è la spiegazione del mondo (Eb 11, 3). Quando diceva: «Io sono la luce del mondo», voleva dire che Egli rischiara tutto, e che da Lui viene tolta qualsiasi oscurità impenetrabile, negli eventi così variati e stupendi degli annali della storia umana. Tuttavia, non siamo ancora capaci di comprendere quanto qui affermiamo; soltanto nell’eternità, riconosceremo con ammirazione come CRISTO sia la Luce universale, che dissipa tutte le tenebre e rivelerà tutto quanto ora è nascosto per la nostra ignoranza. La sua Incarnazione, la sua Dottrina, la sua Vita, le sue opere, la sua Passione, la sua Morte illuminano con magnifica chiarezza tutti i misteri più profondi della vita degli uomini, degli Angeli, dei giusti, dei peccatori, e, in particolare, il mistero, così schiacciante per la nostra debole ragione, della libertà di cui venne dotata la creatura ragionevole, sia angelica sia umana, come della condotta e delle vie di Dio nel nostro mondo in cui quella libertà si esercita e opera effetti così sorprendenti. Per verità, nella luce del Mistero del Verbo Incarnato non vi è più mistero. Esso illumina la terra e il cielo, gli spaventosi abissi dell’inferno stesso, e le gioie e le glorie della Eternità beata. (altro…)

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Il sacrificio del corpo mistico di Gesù

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
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SACERDOTE E OSTIA

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CAPITOLO VENTITREESIMO. Il sacrificio del corpo mistico di Gesù

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     È dottrina commovente quella che ci viene insegnata dalla Scrittura e dalla Tradizione dei Padri, sopra la unione di GESÙ CRISTO e della sua Chiesa. Essa ci mostra la Chiesa come la Sposa, la Prediletta, l’Unica di GESÙ. Per essa, per suo amore, per liberarla, conquistarla, dotarla, arricchirla e unirla indissolubilmente a se stesso, Egli è venuto al mondo, ha pregato, faticato, sofferto e si è abbandonato alla morte. «CRISTO ha amato la Chiesa, dice san Paolo, e ha dato se stesso per lei» (Ef 5, 25). Fin dall’antico Testamento, Egli faceva annunziare un tale amore così tenero, generoso e forte (189). Il Verbo divino non aveva in vista che la sua Chiesa; ne portava in tutti i suoi misteri il santo amore. E questo amore era così potente, ch’Egli non ha dubitato di sacrificare il corpo naturale, che aveva assunto nel seno di Maria, per «conquistare» (1 Pt 2, 9) e dare a se stesso questa Chiesa sì cara, che è il suo Corpo mistico. Ed Egli vi è riuscito; il Calvario fu il luogo scelto per tale divina conquista e perfetta alleanza (190). GESÙ la sposò nelle angosce della morte, sulla Croce. Da quel momento essa si trovò legata a tutti gli stati di Lui.

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Il sacrificio di nostro signor Gesù cristo sull’altare eucaristico, nella chiesa

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
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SACERDOTE E OSTIA

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CAPITOLO VENTIDUESIMO. Il sacrificio di nostro signor Gesù cristo sull’altare eucaristico, nella chiesa militante
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Non vi è, né può esservi che un solo e unico Sacrificio; il Sacrificio di Nostro Signore GESÙ CRISTO sempre unico Sacerdote e unica Vittima. Quindi il Sacrificio della Croce, quello dell’altare e quello del Cielo sono soltanto tre stati differenti nei quali Nostro Signore si è offerto o si offre: il suo stato in Cielo, dove non vi è più né spargimento di sangue, né segno figurativo; e il suo stato sull’altare della Chiesa militante, dove Egli è presente in una maniera incruenta, ma sotto segni e figure.
    Quando Nostro Signore offrì, per la prima volta, il Sacrificio Eucaristico, nella sera del Giovedì Santo, anticipò in pari tempo il Sacrificio della Croce e quello del Cielo. Il suo stato esterno d’immolazione mistica e il suo stato interiore di Vittima glorificata rappresentavano in anticipazione il Mistero del Calvario e quello dell’Eternità. La prima Messa che fu celebrata dopo l’Ascensione, probabilmente nel giorno stesso delle Pentecoste (184), e tutte le Messe che abbiamo la fortuna di celebrare, sono il medesimo Sacrificio del Calvario e del Cielo.
    Poiché il Sacrificio eucaristico viene offerto nella Chiesa militante e per la Chiesa militante, in qual modo essa vi concorre? In qual modo questo Sacrificio, in un senso verissimo, viene offerto da lei medesima, benché Nostro Signore ne rimanga necessariamente l’unico Sacerdote e l’unica Ostia?
    Tre cose sono da considerare: la Materia, il Ministro e il Sacrificio stesso. La Chiesa ha in questi tre punti una parte importante.

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La comunione degli eletti allo stato di Gesù Ostia

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
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SACERDOTE E OSTIA

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CAPITOLO VENTUNESIMO. La comunione degli eletti allo stato di Gesù Ostia e il loro sacrificio eterno
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 Che vi sia una Comunione in cielo, Comunione degli Eletti, di MARIA, degli Angeli, dei Santi tutti, allo stato di Ostia di GESÙ, Comunione ammirabile e perfetta, di cui la Comunione sacramentale è il preludio e la figura, è verità delle più sicure e luminose, benché, al primo aspetto, possa sembrare straordinaria. Per togliere dalla mente ogni esitazione, basta citare queste belle parole del santo Concilio di Trento:
    «Ricevano spesso i fedeli quel Pane che è sopra ogni sostanza.… affinché possano, dopo il viaggio di questo triste pellegrinaggio, arrivare alla Patria celeste, dove si ciberanno, senza velo, di quel medesimo Pane degli Angeli che mangiano quaggiù sotto il velo del Sacramento» (Sess. XIII, cap. VIII, De Eucharistia).
   Nostro Signore stesso, nel momento dell’istituzione della Eucaristia, ci rivelava questo mistero: Non bibam amodo, de hoc genimine vitis, usque in diem illum, cum illud bibam vobiscum novum in regno Patris mei» (Mt 26, 28-29). È l’annuncio di un banchetto eterno. «Desiderio desideravi hoc pascha manducare vobiscum, antequam patiar Dico enim vobis, quia ex hoc non manducabo illud, donec impleatur in regno Dei» (Lc 22, 15-16).
    Donec impleatur! Quaggiù, tutto incomincia e nulla definitivamente si compie. Non possediamo ancora che la figura, benché questa contenga una realtà adorabile; ma questa realtà è velata; e ciò ch’essa ci dà in un modo precario è l’annuncio di ciò che ci sarà dato e comunicato nell’eternità. Al Cielo sono reservate «il Complemento» finale, il pieno svolgimento e l’ultima perfezione (170).

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    Origene, commentando le parole di Nostro Signore, dice:
«Manifestum est autem quoniam veram escam et verum poctum manducabimus et bibemus in regno Dei? aedificantes per ea et confortantes verissimam illam, vitam… Et semper JESUS his qui secum pariter agunt festitivitatem, accipiens panem a Patre, gratias agit et frangit et dat discipulis secundum quod unusquisque eorum capit accìpere (In Matth., Commentar., n. 86) E sant’Agostino: «Non erimus sine esca et potu. Ipse erit cibus noster DEUS; et potus noster. Solus ille cibus reficit, nec deficit» (171).

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    Così adunque, tutto il Cielo gode della Comunione a GESÙ, Ostia del Padre, e di Lui si ciba; e questo alimento è la sua vita eterna e indefettibile. MARIA gode della Comunione al Figlio suo e da Lui riceve tutta la sua felicità e tutta la sua gloria, entrando, con questa perpetua Comunione, nelle disposizioni della Vittima eterna verso il Padre; gli Angeli partecipano pure a questa Comunione a GESÙ (172), e tutti i predestinati siedono a questa mensa divina e si cibano di quella carne. È questo quel banchetto di cui parlano le Scritture e i santi Dottori. «Beati, dite san Giovanni; Beati coloro che sono chiamati alla grande cena delle nozze dell’Agnello (Ap 19, 9, 7)! «Signore,dice san Tommaso, ve ne supplico, degnatevi di farmi giungere, benché peccatore, a quell’ineffabile banchetto, dove voi stesso, col vostro Figlio e con lo Spirito Santo, saziate pienamente gli Eletti e siete la loro perfetta felicità!»(173).

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Il sacrificio di Gesù nel cielo

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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CAPITOLO VENTESIMO. Il sacrificio di Gesù nel cielo

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Il Venerato Olier ha scritto, sul Mistero della Risurrezione, queste belle parole:
    «Nei sacrifici dell’antica legge, l’Ostia, stando immolata sull’altare, aspettava la sua chiarificazione, vale a dire, quel chiarore nel quale sarebbe entrata passando nella natura e nella luce del fuoco, che la doveva consumare sull’altare medesimo. Così, dopo che Nostro Signore fu immolato e ucciso sulla Croce, fu posto nella tomba; e là, come l’Ostia sull’altare, Egli aspettava che il fuoco divino, vale a dire Dio Padre, scendesse nel sepolcro, per far passare la sua Ostia nella sua propria natura di luce e di gloria.
    «Mi sembrava veder il Padre nell’atto di abbracciare il suo Figlio ancora giacente nella tomba, circondarlo di gloria; prenderlo tra le sue braccia, con occhio di gioia e con faccia ridente. Mi sembrava di vedere come lo portava nel suo seno, ricongiungeva e riuniva il corpo e l’anima, se li stringeva al petto, si distendeva sopra di essi come il Profeta sopra il fanciullo della vedova e li riscaldava nel seno della sua gloria. Lo vedevo come in atto di consumare ciò che in GESÙ CRISTO apparteneva allo stato di infermità, col dargli, nel seno della tomba, una vita di gloria al posto della vita di infermità e di sofferenza ch’esso aveva ricevuto da Davide; infine lo faceva passare dallo stato di Ostia per il peccato, in quello di Ostia di lode, mediante una glorificazione della carne e dell’anima di GESÙ CRISTO, salda, verace, reale e sostanziale» (Vie intérieure de la T. S. Vierge, chap. XIII).
    Anche il grande Pontefice Benedetto XIV, ha detto formalmente nel suo Trattato sulla S. Messa: In sacrificiis Judaicis Victima incendebatur super altare holocaustorum, ut quidquid in ea vitii esset, flammis absumeretur… In nova lege, consumpta fuit Victima in Christi Resurrectione; nam in     Resurrectione absorptum fuit in Christo «quod mortale est a vita», ut ait Apostolus; absumptumque fuit quidquid inesse poterat corruptibile» (De Sacrificio Missae, lib. II, cap. XI.).
   «Salito al Cielo, dice pure sant’Ambrogio, Cristo ha offerto al Padre suo la propria Umanità come graditissima oblazione» (De Fide orthod., VIII).
    Ecco dunque GESÙ consacrato Vittima eterna, nella gloria della sua Risurrezione; perché, «una volta risuscitato, non muore più; la morte più non lo dominerà» (Rm 6, 9). E mentre diventa Vittima eterna, Egli è nuovamente consacrato Sacerdote eterno, secondo l’ordine di Melchisedec.

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Gesù – Il suo sacrificio sulla croce

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P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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Capitolo Diciannovesimo. Gesù – Il suo sacrificio sulla croce

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     «Nell’universo non vi è nulla di più grande di GESÙ CRISTO; in GESÙ CRISTO, non vi è nulla di più grande del suo Sacrificio; nel suo Sacrificio non vi è nulla di più grande del suo ultimo respiro: il momento prezioso, che separò l’anima sua santissima dal suo corpo adorabile» (156). Tutto fa capo a questa morte, tutto vi ha il suo compimento, e tutto ne deriva. Dopo quella morte dolorosa, GESÙ diventa Vittima immortale; ma prima, «era necessario che CRISTO soffrisse, e così entrasse nella sua gloria». La morte di GESÙ è la gloria perfetta del Padre, la soddisfazione per la sua adorabile Giustizia, la piena e perfetta consolazione del suo cuore; per noi, è l’unico tesoro, la vita, la gloria, la fonte di ogni grazia, di ogni pace e di ogni salvezza; tutto quanto vi è di bene, in cielo e sulla terra, è là in quell’ultimo sospiro, in quell’ultimo chinarsi del capo, in quel trapasso. Là, gli angeli, i giusti di tutti i secoli e Maria stessa, attingono la loro santità e la loro beatitudine. È l’opera grande della SS. Trinità, la quale né mai ne fece, né mai ne farà altra simile. Chiunque vi ha parte, possiede la verità, la libertà, e la vita eterna. Chiunque vi è estraneo, si smarrisce, si perde, diventa schiavo del peccato e della morte, e cade nell’impero della morte eterna. Il Cielo ne trae tutta la sua bellezza, indefettibile ed eterna: l’inferno non è l’inferno se non perché non riceve nulla di questo Sacrificio (157); o meglio, non v’è nell’inferno tutto l’estremo rigore con cui dovrebbero essere puniti i dannati, perché vi rimane ancora qualche effetto di quel Sacrificio (158).
Quel grande e glorioso Sacrificio ebbe come prima causa la volontà del Padre. Nell’istante del suo ingresso nel mondo GESÙ disse: «Eccomi, o Dio, vengo per fare la vostra volontà». San Paolo soggiunge: «Per questa volontà siamo stati santificati, mediante l’oblazione del corpo di GESÙ CRISTO fatta una volta… poiché con una oblazione rese perfetti in perpetuo quelli che sono santificati» (Eb 10, 9-10, 14).
Quella volontà del Padre, che ha la sua origine nella Eternità, si manifestò fin dal principio della storia del mondo. Il Sacrificio di Abele e quello dell’età dei patriarchi ne erano già l’espressione. «L’Agnello, dice san Giovanni, venne ucciso fin dal principio del mondo». Questo vuol dire che, in quella guisa che il Sacerdozio di Nostro Signore si estende a tutti i tempi che ne han preceduto la venuta, il suo Sacrificio era pure la religione che animava tutti gli antichi sacrifici, tanto nella legge di natura, conie nella legge scritta. A tutti esso dava il loro merito, il loro valore, la loro virtù, qualunque fosse il rito con cui venivano offerti. Perché tutto quanto avveniva nell’antica Legge, non era che un abbozzo, un complesso di «elementi» di quel grande e unico Mistero che è il Sacrificio di GESÙ CRISTO (Gal 4, 3-9).
Tuttavia, speciali riti, in un modo più sensibile, esprimevano i caratteri esterni di quel divino Sacrificio, ed è opportuno parlarne qui. Sono quei riti nei quali, la Vittima, attraverso varie cerimonie, richiamava più chiaramente l’idea del fine del Sacrificio, fine che necessariamente è di riconoscere la Padronanza, la Sovranità, la Santità e tutti i diritti di Dio.

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