Paolo VI – Sacerdotalis Caelibatus

Magistero

PAOLO
PP. VI
SACERDOTALIS
CAELIBATUS
LETTERA
ENCICLICA
(24 giugno 1967)


Lettera
enciclica ai Vescovi, ai Sacerdoti e a tutti i fedeli del Mondo Cattolico.

VENERABILI
FRATELLI E DILETTI FIGLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Il celibato
sacerdotale oggi

1. Il celibato
sacerdotale, che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida gemma, conserva tutto
il suo valore anche nel nostro tempo, caratterizzato da una profonda trasformazione
di mentalità e di strutture. Ma nel clima dei nuovi fermenti si è manifestata
anche la tendenza, anzi l’espressa volontà di sollecitare la Chiesa a riesaminare
questo suo istituto caratteristico, la cui osservanza secondo alcuni sarebbe resa
ora problematica e quasi impossibile nel nostro tempo e nel nostro mondo.

2. Questo stato
di cose, che scuote la coscienza e provoca la perplessità di alcuni sacerdoti
e giovani aspiranti al sacerdozio e genera sgomento in molti fedeli, Ci impone di
rompere gli indugi per mantenere la promessa già fatta ai Venerabili Padri
del Concilio, ai quali dichiarammo il Nostro proposito di dare nuovo lustro e vigore
al celibato sacerdotale nelle circostanze attuali (
1). Nel frattempo, abbiamo a lungo
e ardentemente invocato i necessari lumi ed aiuti dello Spirito Para*****o ed abbiamo
esaminato al cospetto di Dio pareri e istanze giunteCi da ogni parte, innanzitutto
da parecchi Pastori della Chiesa di Dio.

3. La grande questione
relativa al sacro celibato del clero nella Chiesa si è lungamente presentata
al Nostro spirito in tutta la sua ampiezza e in tutta la sua gravità: deve
ancor oggi sussistere quella severa e sublimante obbligazione per coloro che intendono
accedere agli ordini sacri maggiori? È oggi conveniente l’osservanza di una
tale obbligazione? Non sarebbe maturato il tempo per scindere il vincolo che unisce
nella Chiesa il celibato al sacerdozio? Non potrebbe essere facoltativa questa difficile
osservanza? Non ne sarebbe favorito il ministero sacerdotale, facilitato l’avvicinamento
ecumenico? E se l’aurea legge del sacro celibato deve tuttora rimanere, per quali
ragioni essa oggi dev’ essere trovata santa e conveniente? E con quali mezzi può
essere osservata, e come da peso convertita in aiuto alla vita sacerdotale?

4. La Nostra attenzione
si è fermata in modo particolare sulle obiezioni che in varia forma sono state
e sono espresse contro il mantenimento del sacro celibato. Un tema di così
grande importanza e complessità, infatti, Ci impone, in virtù del Nostro
apostolico servizio, di considerare lealmente la realtà e i problemi che essa
implica, illuminandola però, come è Nostro dovere e Nostra missione,
con la luce della verità che è Cristo, nell’intento di compiere in
tutto la volontà di colui che Ci ha chiamati a questo ufficio, e di dimostrarci
quali siamo di fronte alla Chiesa, il servo dei servi di Dio.

Le obiezioni
contro il celibato sacerdotale

5. Si può
dire che non mai come oggi il tema del celibato ecclesiastico sia stato scrutato
con maggiore acutezza e sotto ogni aspetto, sul piano dottrinale, storico, sociologico,
psicologico e pastorale, e spesso con intenzioni fondamentalmente rette, anche se
le parole possono averle talvolta tradite. Guardiamo onestamente le principali obiezioni
alla legge del celibato ecclesiastico abbinato al sacerdozio. La prima, sembra provenire
dalla fonte più autorevole: il Nuovo Testamento, nel quale è conservata
la dottrina di Cristo e degli Apostoli, non esige il celibato dei ministri sacri,
ma lo propone piuttosto come libera obbedienza ad una speciale vocazione o ad uno
speciale carisma (
2). Gesù stesso non
ha posto questa pregiudiziale nella scelta dei dodici, come anche gli Apostoli per
coloro i quali venivano preposti alle prime comunità cristiane (
3).

6. L’intimo rapporto
che i Padri della Chiesa e gli scrittori ecclesiastici hanno stabilito nel corso
dei secoli tra la vocazione al sacerdozio ministeriale e la sacra verginità
trova la sua origine in mentalità e situazioni storiche diverse dalle nostre.
Spesso nei testi patristici si raccomanda al clero, più che il celibato, l’astinenza
dall’uso del matrimonio, e le ragioni addotte per la castità perfetta dei
sacri ministri sembrano talvolta ispirate a eccessivo pessimismo per la condizione
umana nella carne, o a una particolare concezione della purezza necessaria per il
contatto con le cose sacre. Gli argomenti antichi, inoltre, non risulterebbero più
consoni a tutti gli ambienti socio-culturali, in cui oggi la Chiesa è chiamata
a operare mediante i suoi sacerdoti.

7. Una difficoltà
che molti avvertono sta nel fatto che con la disciplina vigente del celibato si fa
coincidere il carisma della vocazione sacerdotale col carisma della perfetta castità
come stato di vita del ministro di Dio; e perciò si domandano se sia giusto
allontanare dal sacerdozio coloro che avrebbero la vocazione ministeriale, senza
avere quella della vita celibe.

8. Il mantenimento
del celibato sacerdotale nella Chiesa arrecherebbe inoltre gravissimo danno là
dove la scarsità numerica del clero, accoratamente riconosciuta e lamentata
dallo stesso sacro Concilio (
4),
provoca situazioni drammatiche, ostacolando la piena realizzazione del piano divino
di salvezza e mettendo a volte in pericolo la stessa possibilità del primo
annunzio evangelico. La preoccupante rarefazione del clero, infatti, viene ascritta
da alcuni alla pesantezza dell’obbligo del celibato.

9. Non mancano
poi quelli, i quali sono convinti che un sacerdozio uxorato non soltanto toglierebbe
l’occasione a infedeltà, disordini e dolorose defezioni, che feriscono e addolorano
tutta la Chiesa, ma consentirebbe ai ministri di Cristo una più completa testimonianza
di vita cristiana anche nel campo della famiglia, dal quale il loro stato attuale
li esclude.

10. C’è
ancora chi insiste nell’affermazione secondo la quale il sacerdote, in virtù
del suo celibato, è in una situazione fisica e psicologica innaturale, dannosa
all’equilibrio e alla maturazione della tua personalità umana; accade così
– dicono – che spesso il sacerdote si inaridisca e manchi di umano calore, di una
piena comunione di vita e di destino con il resto dei suoi fratelli, e sia costretto
a una solitudine che è fonte di amarezze e di avvilimento. Tutto questo non
indica forse una ingiusta violenza e un ingiustificabile disprezzo di valori umani
derivanti dalla divina opera -della creazione e integrati nell’opera della redenzione
compiuta da Cristo?

11. Osservando
inoltre il modo con cui un candidato al sacerdozio giunge all’accettazione di un
impegno coli gravoso, si eccepisce che, in pratica, esso è il risultato di
un atteggiamento passivo, causato spesso da una formazione non del tutto adeguata
e rispettosa della umana libertà, piuttosto che il risultato di una decisione
autenticamente personale, essendo il grado di conoscenza e di autodecisione del giovane
e la sua maturità psico-fisica assai inferiori, e in ogni caso sproporzionati,
all’entità, alle difficoltà oggettive e alla durata dell’obbligo che
egli si assume.

12. Non ignoriamo
che altre obiezioni possono essere sollevate contro il sacro celibato: è questo
un tema molto complesso, che fiocca sul vivo la concezione abituale della vita, e
che introduce in essa la luce superiore proveniente dalla divina rivelazione; una
serie interminabile di difficoltà si presenterà per coloro che non
capiscono questa cosa
(
5),
che non conoscono, o che dimenticano il dono di Dio (
6), e non sanno quale sia la logica
superiore di tale nuova concezione della vita e quale la sua mirabile efficacia,
la sua esuberante pienezza.

13. Questo coro
di obiezioni sembrerebbe soffocare la voce secolare e solenne dei Pastori della Chiesa,
dei maestri di spirito, della testimonianza vissuta di una legione senza numero di
santi e di fedeli ministri di Dio, che del sacro celibato hanno fatto interiore oggetto
ed esteriore segno della loro totale e gaudiosa donazione al mistero di Cristo. No,
questa voce è tuttora forte e serena; non viene soltanto dal passato, viene
anche dal presente. Solleciti sempre all’osservanza della realtà, Noi non
possiamo chiudere gli occhi su questa magnifica e sorprendente realtà: vi
sono ancora oggi nella santa Chiesa di Dio, in ogni parte del mondo, dove essa ha
eretto le sue tende benedette, innumerevoli ministri sacri – sud-diaconi, diaconi,
presbiteri, vescovi -, che vivono in modo illibato il celibato volontario e consacrato;
e, accanto a loro, non possiamo non avvertire le schiere immense dei religiosi, delle
religiose, e anche di giovani, e di laici, fedeli tutti all’impegno della perfetta
castità: essa è vissuta non per disprezzo del dono divino della vita,
ma per amore superiore alla vita nuova sgorgante dal mistero pasquale; è vissuta
con coraggiosa austerità, con gioiosa spiritualità, con esemplare integrità
ed anche con relativa facilità. Questo grandioso fenomeno documenta una singolare
realtà del regno di Dio vivente in seno alla società moderna, a cui
presta umile e benefico ufficio di luce del mondo e di sale della terra
(
7); Noi non possiamo tacere
la nostra ammirazione: in esso soffia indubbiamente lo Spirito di Cristo.

Confermata
la validità del celibato

14. Noi dunque
riteniamo che la vigente legge del sacro celibato debba ancora oggi, e fermamente,
accompagnarsi al ministero ecclesiastico; essa deve sorreggere il ministro nella
sua scelta esclusiva, perenne e totale dell’unico e sommo amore di Cristo e della
consacrazione al culto di Dio e al servizio della Chiesa, e deve qualificare il suo
stato di vita, sia nella comunità dei fedeli, che in quella profana.

15. Certo, il
carisma della vocazione sacerdotale, rivolta al culto divino e al servizio religioso
e pastorale del popolo di Dio, è distinto dal carisma che induce alla scelta
del celibato come stato di vita consacrata (
8); ma la vocazione sacerdotale, benché divina
nella sua ispirazione, non diventa definitiva e operante senza il collaudo e l’accettazione
di chi nella Chiesa ha la potestà e la responsabilità del ministero
per la comunità ecclesiale; e quindi spetta all’autorità della Chiesa
stabilire, secondo i tempi e i luoghi, quali debbano essere in concreto gli uomini
e quali i loro requisiti, perché possano ritenersi adatti al servizio religioso
e pastorale della Chiesa medesima. 

16. In spirito
di fede, consideriamo perciò favorevole la occasione offertaCi dalla divina
Provvidenza per illustrare nuovamente e in una maniera più consona agli uomini
del nostro tempo le ragioni profonde del sacro celibato, giacché, se le difficoltà
contro la fede possono stimolare lo spirito a una più accurata e profonda
intelligenza di essa
(
9),
non altrimenti accade della disciplina ecclesiastica, che modera la vita dei credenti.

Ci muove la gioia di contemplare in questa circostanza e da questo punto di vista,
la divina ricchezza e bellezza della Chiesa di Cristo, non sempre immediatamente
decifrabile ad occhio umano, perché opera dell’amore del Capo divino della
Chiesa e perché si manifesta in quella perfezione di santità (
10), che stupisce lo spirito limano,
e trova insufficienti a darne ragione le forze della umana creatura.

Parte
prima

I.
LE RAGIONI DEL SACRO CELIBATO

17. Certo, come
ha dichiarato il Sacro Concilio Ecumenico Vaticano II, la verginità non
è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta dalla prassi
della Chiesa primitiva e dalla tradizione delle Chiese orientali
(
11), ma lo stesso sacro Concilio non
ha dubitato confermare solennemente l’antica, sacra, provvidenziale vigente legge
del celibato sacerdotale, esponendo anche i motivi che la giustificano per quanti
sanno apprezzare in spirito di fede e con intimo e generoso fervore i doni divini.

18. Non è
da oggi che si riflette sulla molteplice convenienza (
12) del celibato per i ministri di
Dio, e anche se le ragioni esplicite sono state varie per la varia mentalità
e le varie situazioni, esse furono sempre ispirate a considerazioni specificatamente
cristiane, al fondo delle quali è la intuizione dei motivi più profondi.
Questi possono venire in miglior luce, non senza l’influsso dello Spirito Santo,
da Cristo promesso ai suoi per la conoscenza delle cose da venire (
13) e per far progredire nel popolo
di Dio l’intelligenza del mistero di Cristo e della Chiesa, anche con l’esperienza
data da una maggiore penetrazione delle cose spirituali nel corso dei secoli (
14).

Significato
cristologico del celibato

19. Il sacerdozio
cristiano, che è nuovo, può essere compreso soltanto alla luce della
novità di Cristo, Pontefice sommo ed eterno Sacerdote, il quale ha istituito
il sacerdozio ministeriale come reale partecipazione al suo unico sacerdozio (
15). Il ministro di Cristo e amministratore
dei misteri di Dio (
16) ha dunque in lui anche
il mode1lo diretto e il supremo ideale (
17). Il Signore Gesù, unigenito di Dio, inviato
dal Padre nel mondo, si fece uomo affinché l’umanità, soggetta al peccato
e alla morte, venisse rigenerata e, mediante una nascita nuova (
18), entrasse nel regno dei cieli.
Consacratosi tutto alla volontà del Padre (
19), Gesù compì mediante
il suo mistero pasquale questa nuova creazione (
20), introducendo nel tempo e nel mondo una forma
nuova, sublime, divina, di vita che trasforma la Messa condizione terrena dell’umanità
(
21).

20. Il matrimonio,
che per volontà di Dio continua l’opera della prima creazione (
22), assunto nel disegno totale della
salvezza, acquista anch’esso nuovo significato e valore. Gesù, infatti, ne
ha ristabilito la primigenia dignità (
23), lo ha onorato (24) e lo ha elevato alla dignità
di sacramento e di misterioso segno della sua unione con la Chiesa (
25). Così i coniugi cristiani,
nell’esercizio del mutuo amore, nel compimento dei loro specifici doveri e tendendo
a quel santità che è loro propria, camminano insieme verso la patria
celeste. Ma Cristo, Mediatore di un più eccellente Testamento (
26), ha aperto anche un nuovo cammino,
in cui la creatura umana, aderendo totalmente e direttamente al Signore e preoccupata
soltanto di lui e delle sue cose (
27), manifesta in maniera chiara e compiuta la realtà
profondamente innovatrice del Nuovo Testamento.

21. Cristo, figlio
unico del Padre, in virtù della sua stessa incarnazione, è costituito
Mediatore tra il cielo e la terra, tra il Padre e il genere umano. In piena armonia
con questa missione, Cristo rimase per tutta la vita nello stato di verginità,
che significa la dea totale dedizione al servizio di Dio e degli uomini. Questa profonda
connessione tra la verginità e il sacerdozio in Cristo si riflette in quelli
che hanno la sorte di partecipare alla dignità e alla missione del Mediatore
e Sacerdote eterno, e tale partecipazione sarà tanto più perfetta,
quanto più il sacro ministro sarà libero da vincoli di carne e di sangue
(
28).

22. Gesù,
che scelse i primi ministri della salvezza e li volle introdotti alla intelligenza
dei misteri del regno dei cieli
(
29), cooperatori di Dio a specialissimo titolo, ambasciatori
suoi (
30), e li chiamò amici
e fratelli (
31), per i quali consacrò
se stesso, affinché fossero consacrati in verità (
32), promise sovrabbondante ricompensa
a chiunque avrà abbandonato casa, famiglia, moglie e figli per il regno di
Dio (
33). Anzi raccomandò
anche (
34), con parole dense di
mistero e di attesa, una consacrazione ancora più perfetta al regno dei cieli
con la verginità, in conseguenza di un particolare dono (
35). La risposta a questo divino carisma
ha come motivo il regno dei cieli (
36); e parimenti da questo regno (37), dall’Evangelo (38) e dal nome di Cristo (39), sono motivati gli inviti di Gesù
alle ardue rinunzie apostoliche per una partecipazione più intima alla sua
sorte.

23. E, dunque,
il mistero della novità di Cristo, di tutto ciò che egli è e
significa, è la somma dei più alti ideali dell’Evangelo e del regno,
è una particolare manifestazione della grazia, che scaturisce dal mistero
pasquale del Redentore, a rendere desiderabile e degna la scelta della verginità
da parte dei chiamati dal Signore Gesù, con l’intento di partecipare non soltanto
al suo ufficio sacerdotale, ma di dividere anche con lui il suo stesso stato di vita.

24. La risposta
alla divina vocazione e una risposta d’amore all’amore che Cristo ci ha dimostrato
in maniera sublime (
40); essa si ammanta di mistero
nel particolare amore per le anime alle quali gli ha fatto sentire i suoi appelli
più impegnativi (
41).
La grazia moltiplica con forza divina le esigenze dell’amore che, quando è
autentico, è totale, esclusivo, stabile e perenne, stimolo irresistibile a
tutti gli eroismi. Perciò la scelta del sacro celibato è sempre stata
considerata dalla Chiesa quale segno e stimolo della carità (
42); segno di un amore senza riserve,
stimolo di una carità aperta a tutti. Chi mai può vedere in una vita
così interamente donata, e per le ragioni che abbiamo esposto, i segni di
una povertà spirituale, dell’egoismo, mentre essa è, e deve essere,
un raro e oltremodo significativo esempio di una vita che ha come movente e forza
l’amore, nel quale l’uomo esprime la sua esclusiva grandezza? Chi mai potrà
dubitare della pienezza morale e spirituale di una vita così consacrata non
a un qualsiasi pur nobilissimo ideale, ma a Cristo e sua opera per una umanità
nuova in tutti i luoghi e in tutti i tempi?

25. Questa prospettiva
biblica e teologica, che associa il nostro sacerdozio ministeriale a quello di Cristo,
e che dalla totale ed esclusiva dedizione di Cristo alla sua missione salvatrice
trae esempio e ragione alla nostra assimilazione alla forma di carità e di
sacrificio propria di Cristo Redentore, Ci sembra così profonda e così
ricca di verità speculative e pratiche, che noi invitiamo voi, Venerati Fratelli,
invitiamo gli studiosi della dottrina cristiana ed i maestri di spirito, e tutti
i sacerdoti capaci delle intuizioni soprannaturali della loro vocazione a perseverare
nello studio di tale prospettiva e a penetrare nelle sue intime e feconde realtà,
così che il vincolo fra sacerdozio e celibato sempre meglio appaia nella sua
logica luminosa ed eroica d’amore unico e illimitato a Cristo Signore e alla sua
Chiesa.

Significato
ecclesiologico del celibato

26. Preso da
Cristo Gesù
(
43)
fino all’abbandono totale di tutto se stesso a lui, il sacerdote si configura più
perfettamente a Cristo anche nell’amore col quale l’eterno Sacerdote ha amato la
Chiesa, o Corpo, offrendo tutto se stesso per lei, al fine di farsene una posa gloriosa,
santa e immacolata (
44). La verginità
consacrata dei sacri ministri manifesta infatti l’amore verginale di Cristo per la
Chiesa e la verginale e soprannaturale fecondità di questo connubio, per cui
i figli di Dio né dalla carne né da sangue (
45) sono generati (46).

27. Il sacerdote,
dedicandosi al servizio del Signore Gesù e del suo Mistico Corpo, nella completa
libertà resa più facile dalla propria totale offerta, realizza in maniera
più piena l’unità e l’armonia della sua vita sacerdotale (
47). Cresce in lui l’idoneità
all’ascoltazione della parola di Dio e alla preghiera. Infatti la parola di Dio custodita
dalla Chiesa suscita nel sacerdote, che quotidianamente la medita, la vive e l’annunzia
ai fedeli, gli echi più vibranti e profondi.

28. Così,
intento tutto e soltanto nelle cose di Dio e della Chiesa come Cristo (
48), il ministro di lui, a imitazione
del sommo Sacerdote sempre vivo al cospetto di Dio per intercedere a nostro favore
(
49), riceve dalla attenta
e devota recita del divino Ufficio, col quale egli presta la sua voce alla Chiesa
che prega insieme con il suo sposo (
50), gioia e impulso incessanti, e avverte il bisogno
di prolungare la sua assiduità nella preghiera, che è compito squisitamente
sacerdotale (
51).

29. E tutto il
resto della vita del sacerdote acquista maggiore pienezza di significato e di efficacia
santificante. Il suo particolare pegno nella propria santificazione trova infatti
nuovi incentivi nel ministero della grazia, e nel ministero dell’Eucaristia, nella
quale è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa (
52): agendo in persona di Cristo,
il sacerdote si unisce più intimamente alla offerta, deponendo sull’altare
tutta intera la propria vita, che reca i segni dell’olocausto.

30. Quali altre
considerazioni potremmo poi fare sull’aumento a capacità, di servizio, di
amore, di sacrificio del sacerdote per tutto il popolo di Dio? Cristo ha detto di
sé: Se il chicco di frutto non cade in terra e vi muore, resta solo; se
invece muore, porta molto frutto
(
53); e l’Apostolo Paolo non esitava ad esporsi a una
quotidiana morte per possedere nei suoi fedeli una gloria in Cristo Gesù (
54). Così il sacerdote,
nella quotidiana morte a tutto se stesso, nella rinunzia all’amore legittimo di una
famiglia propria per amore di Cristo e del suo regno, troverà la gloria di
una vita in Cristo pienissima e feconda, perché come lui e in lui egli ama
e si dà a tutti i figli di Dio.

31. Nella comunità
dei fedeli affidati alle sue cure il sacerdote è Cristo presente; di qui,
la somma convenienza che in tutto egli ne riproduca l’immagine e ne segua in particolare
l’esempio; nella sua vita intima come nella vita di ministero. Ai suoi figli in Cristo,
il sacerdote è segno e pegno delle sublimi e nuove realtà del regno
di Dio di cui è dispensatore, possedendole per conto proprio nel grado più
perfetto e alimentando la fede e la speranza di tutti i cristiani, che in quanto
tali sono obbligati alla osservanza della castità secondo il proprio stato.

32. La consacrazione
a Cristo in virtù d’un titolo nuovo ed eccelso, come il celibato, consente
inoltre al sacerdote, com’è evidente, anche nel campo pratico, la massima
efficienza e la migliore attitudine psicologica ed affettiva per l’esercizio continuo
di quella carità perfetta (
55) che gli permetterà in maniera più
ampia e concreta di spendersi tutto a vantaggio di tutti (
56), e gli garantisce ovviamente una
maggiore libertà e disponibilità nel ministero pastorale (
57), nella sua attiva e amorosa presenza
al mondo, al quale Cristo lo ha inviato (
58), affinché egli renda a tutti i figli di
Dio interamente il debito loro dovuto (
59).

Significato
escatologico del celibato

33. Il regno di
Dio, che non è di questo mondo (
60), è qui sulla terra presente in mistero,
e giungerà alla sua perfezione con la venuta gloriosa del Signore Gesù
(
61). Di questo regno la Chiesa
costituisce quaggiù il germe e l’inizio; e mentre va lentamente ma sicuramente
crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le forze brama di unirsi col suo Re
nella gloria (
62).
Il pellegrinante popolo di Dio è, nella storia, in cammino verso la sua vera
patria (
63) dove si manifesterà
in pienezza la filiazione divina dei redenti (
64); e dove splenderà definitivamente la trasfigurata
bellezza della Sposa dell’Agnello divino (
65).

34. Il nostro
Signore e Maestro ha detto che alla risurrezione… non si prende moglie né
marito, ma si è come angeli di Dio in cielo
(
66). Nel mondo dell’uomo, per tanta
parte impegnato nelle cure terrene e dominato assai spesso dai desideri della carne
(
67), il prezioso dono divino
della perfetta continenza per il regno dei cieli costituisce appunto un segno
particolare dei beni celesti
(
68), annunzia la presenza sulla terra degli ultimi
tempi della salvezza (
69)
con l’avvento di un mondo nuovo e anticipa in qualche modo la consumazione del regno,
affermandone i valori supremi che un giorno rifulgeranno in tutti i figli di Dio.
È, perciò, una testimonianza della necessaria tensione del popolo di
Dio verso l’ultima meta del pellegrinaggio terrestre e incitamento per tutti a levare
lo sguardo alle cose superne, là dove Cristo siede alla destra del Padre
e dove la nostra vita é nascosta con Cristo in Dio, finché si manifesterà
nella gloria
(
70)

 II.
IL CELIBATO NELLA VITA DELLA CHIESA

35. Troppo lungo,
ma assai istruttivo, sarebbe lo studio dei documenti storici sul celibato ecclesiastico.
Basti l’accenno seguente. Nell’antichità cristiana i Padri e gli scrittori
ecclesiastici testimoniano la diffusione sia in Oriente che in Occidente della pratica
libera del celibato nei sacri ministri (
71), per la sua alta convenienza con la loro totale
dedizione al servizio di Cristo e della sua Chiesa.

La Chiesa d’Occidente

36. La Chiesa
d’Occidente, fin dagli inizi del secolo IV, mediante l’intervento di vari Concili
provinciali e dei Sommi Pontefici, corroborò, estese e sanzionò questa
pratica (
72). Furono soprattutto supremi
Pastori e maestri della Chiesa di Dio, custodi e interpreti del patrimonio della
fede e dei santi costumi cristiani, a promuovere, difendere e restaurare il celibato
ecclesiastico nelle successive epoche della storia, anche quando si manifestavano
opposizioni nello stesso clero e i costumi della società in decadenza non
erano favorevoli agli eroismi della virtù. L’obbligo del celibato fu poi solennemente
sancito dal Concilio Ecumenico Tridentino (
73) e inserito infine nel Codice di Diritto Canonico
(
74).

37. I Sommi Pontefici
a Noi più vicini spiegano il loro ardentissimo zelo e la loro dottrina per
illuminare e spronare il clero in questa osservanza (
75); e non vogliamo mancare di rendere
omaggio  particolare alla piissima memoria del Nostro immediato Predecessore
ancor vivo nel cuore del mondo, il quale, nel Sinodo Romano pronunziò, tra
il sincero consenso del nostro clero dell’Urbe, le seguenti parole: Ci accora
che… si possa da qualcuno vaneggiare circa la volontà o la convenienza per
la Chiesa cattolica di rinunziare a ciò per secoli e secoli fu e rimane una
delle glorie più nobili e più pure del suo sacerdozio. La legge del
celibato ecclesiastico e la cura di farla prevalere resta sempre un richiamo alle
battaglie dei tempi eroici, quando la Chiesa di Cristo dovette battersi, e riuscì,
al successo del suo trinomio glorioso, che è sempre emblema di vittoria: Chiesa
di Cristo, libera, casta e cattolica
(
76).

La Chiesa d’Oriente

38. Se altra è
la legislazione della Chiesa orientale in materia di disciplina celibataria del clero,
come fu finalmente stabilita dal Concilio Trullano dell’anno 692 (
77) e come è stata apertamente
riconosciuta dal Concilio Ecumenico Vaticano II (
78), ciò è dovuto anche
a una diversa situazione storica di quella parte nobilissima della Chiesa, alla quale
situazione lo Spirito Santo ha provvidenzialmente e soprannaturalmente contemperato
il suo influsso.
Noi profittiamo di questa occasione per esprimere la Nostra stima e il nostro rispetto
a tutto il clero delle Chiese orientali, e per riconoscere in esso esempi di fedeltà
e di zelo che lo rendono degno di sincera venerazione.

39. Ma Ci è
altresì motivo di conforto a perseverare nell’osservanza della disciplina
circa il celibato del clero l’apologia che dai Padri orientali ci viene sulla verginità;
Ci risuona nel cuore, ad esempio, la voce di san Gregorio Nisseno, la quale ci ricorda
che la vita verginale è l’immagine della felicità che ci attende
nel mondo avvenire
(
79),
e non meno Ci conforta l’encomio del sacerdozio, che tuttora meditiamo, di san Giovanni
Crisostomo, intento a mettere in luce la necessaria armonia, che deve regnare tra
la vita privata del ministro dell’altare e la dignità di cui è rivestito
in ordine ai suoi sacri uffici: Conviene a chi si accosta al sacerdozio essere
puro come se stesse in cielo
(
80).

40. Per di più
non è inutile osservare che anche in Oriente soltanto i sacerdoti celibi sono
ordinati vescovi e i sacerdoti stessi non possono contrarre matrimonio dopo l’ordinazione
sacerdotale; il che fa intendere come anche quelle venerande Chiese posseggano in
certa misura il principio del sacerdozio celibatario e quello di una certa convenienza
del celibato per il sacerdozio cristiano, del quale i vescovi possiedono l’apice
e la pienezza (
81).

41. In ogni caso,
la Chiesa d’occidente non può esser da meno nella fedeltà alla propria
antica tradizione, e non è pensabile che abbia per secoli seguito una via
che, invece di favorire la ricchezza spirituale delle singole anime e del popolo
di Dio, l’abbia in qualche modo compromessa, o che abbia, con arbitrari interventi
giuridici, compromesso la libera espansione delle più profonde realtà
della natura e della grazia.

Casi particolari

42. In virtù
della norma fondamentale nel governo della Chiesa cattolica alla quale abbiamo sopra
(
82) accennato, come, da un
lato, rimane confermata la legge che richiede la scelta libera e perpetua del celibato
in coloro che sono ammessi agli ordini sacri, dall’altro, potrà essere consentito
lo studio delle particolari condizioni di ministri sacri coniugati, appartenenti
a Chiese o a comunità cristiane tuttora divise dalla comunione cattolica,
i quali, desiderando di aderire alla pienezza di tale comunione e di esercitarvi
il sacro ministero, fossero ammessi alle funzioni sacerdotali, in tali circostanze
tuttavia da non portare pregiudizio alla vigente disciplina circa il sacro celibato.

E che l’autorità della Chiesa non rifugga dall’esercizio di questa potestà
lo dimostra l’eventualità, prospettata dal recente Concilio Ecumenico, di
conferire il sacro diaconato anche ad uomini di matura età, viventi nel matrimonio
(
83).

43. Ma tutto questo
non significa un rilassamento della legge vigente, e non deve essere interpretato
come un preludio alla sua abolizione. E piuttosto che indulgere a questa ipotesi,
la quale indebolisce negli animi il vigore e l’amore, onde il celibato si fa sicuro
e felice, e oscura la vera dottrina, che ne giustifica l’esistenza e ne glorifica
lo splendore, sia promosso lo studio in difesa del concetto spirituale e del valore
morale della verginità e del celibato (
84).

Fiducia della
Chiesa

44. Dono particolare
è la vera verginità, ma la Chiesa intera del nostro tempo, rappresentata
solennemente e universalmente dai suoi responsabili Pastori, e nel rispetto, che
dicevamo, della disciplina delle Chiese orientali, ha manifestato la sua piena certezza
nello Spirito che il dono del celibato, così confacente al sacerdozio del
Nuovo Testamento, viene concesso liberalmente dal Padre, a condizione che coloro,
i quali partecipano del sacerdozio di Cristo col Sacramento dell’Ordine, anzi la
Chiesa intera, lo richiedano con umiltà e insistenza
(
85).

45. E Noi convochiamo
idealmente tutto il popolo di Dio, affinché, a compimento del suo dovere di
dare incremento alle vocazioni sacerdotali (
86), supplichi instantemente il Padre di tutti, lo
Sposo divino della Chiesa e lo Spirito Santo che ne è l’anima, perché,
per intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Cristo e della Chiesa, effonda
specialmente nel nostro tempo questo dono divino, di cui il Padre certamente non
è avaro, e perché le anime ad esso si dispongano con spirito di profonda
fede e di generoso amore. Così, nel nostro mondo che ha bisogno della gloria
di Dio (
87), i sacerdoti, sempre
più perfettamente configurati al Sacerdote unico e sommo, siano una irradiante
gloria di Cristo (
88) e sia magnificata per
loro mezzo la gloria della grazia (
89) di Dio nel mondo d’oggi.

46. Sì,
venerabili e carissimi Fratelli nel sacerdozio, che amiamo nel cuore di Gesù
Cristo (
90), è proprio il
mondo in cui oggi viviamo, travagliato da una crisi di crescenza e di trasformazione,
giustamente fiero degli umani valori e delle umane conquiste, che ha urgente bisogno
della testimonianza di vite consacrate ai più alti e sacri valori spirituali,
affinché a questo nostro tempo non manchi la rara e incomparabile luce delle
più sublimi conquiste dello spirito.

La scarsità
numerica dei sacerdoti

47. Il Nostro
Signore Gesù non dubitò di affidare a un pugno di uomini, che ognuno
avrebbe giudicato insufficienti per numero e qualità, il formidabile compito
della evangelizzazione del mondo allora conosciuto, e a questo Çpiccolo greggeÈ
ingiunse di non perdersi d’animo (
91), perché avrebbe riportato con lui e per
lui, grazie alla sua diuturna assistenza (
92), la vittoria sul mondo (93). Gesù ci ha ammonito anche
che il regno di Dio ha una sua forza intima e segreta che gli permette di crescere
e di giungere alla messe senza che l’uomo lo sappia (
94). La messe del regno di Dio
è molta e gli operai
sono ancora, come all’inizio, pochi;
non mai anzi sono stati in numero tale che l’umano giudizio avrebbe potuto giudicare
bastevole. Ma il Signore del regno esige che si preghi, affinché sia il
padrone della messe a mandare gli operai nel suo campo
(
95). I consigli e la prudenza degli
uomini non possono sovrapporsi alla misteriosa sapienza di colui che nella storia
della salvezza ha sfidato la sapienza e la potenza dell’uomo con la sua follia e
la sua debolezza (
96).

48. Noi facciamo
appello al coraggio della fede per esprimere la profonda convinzione della Chiesa,
secondo la quale una risposta più impegnativa e generosa alla grazia, una
fiducia più esplicita e qualificata nella sua potenza misteriosa e travolgente,
una testimonianza più aperta e completa al mistero di Cristo, non la faranno
mai fallire, nonostante i calcoli umani e le esteriori apparenze, nella sua missione
per la salvezza del mondo intero. Ognuno deve sapere di poter tutto in colui che
solo dà la forza alle anime (
97) e l’incremento alla sua Chiesa (98).

49. Non si può
senza riserve credere che con l’abolizione del celibato ecclesiastico crescerebbero
per ciò stesso, e in misura considerevole, le sacre vocazioni: l’esperienza
contemporanea delle Chiese e delle comunità ecclesiali che consentono il matrimonio
ai propri ministri sembra deporre al contrario. La causa della rarefazione delle
vocazioni sacerdotali va ricercata altrove, principalmente, per esempio, nella perdita
o nella attenuazione del senso di Dio e del sacro negli individui e nelle famiglie,
della stima per la Chiesa come istituzione di salvezza, mediante la fede ed i sacramenti,
per cui il problema deve essere studiato nella sua vera radice.

III.
IL CELIBATO E I VALORI UMANI

50. La Chiesa,
come più sopra dicevamo (
99), non ignora che la scelta del sacro celibato,
importando una serie di severe rinunzie che toccano l’uomo nel profondo, comporta
anche gravi difficoltà e problemi, ai quali sono particolarmente sensibili
gli uomini d’oggi. Potrebbe, infatti, sembrare che il celibato non s’accordi con
il solenne riconoscimento dei valori umani da parte della Chiesa nel recente Concilio;
ma ad una più attenta considerazione risulta che il sacrificio dell’amore
umano come è vissuto nella famiglia, compiuto dal sacerdote per amore di Cristo,
è in realtà un omaggio singolare reso a quell’amore. È universalmente
riconosciuto, infatti, che la creatura umana ha sempre offerto a Dio ciò che
è degno di chi dona e di chi riceve.

Grazia e natura

51. La Chiesa,
d’altra parte, non può e non deve ignorare che alla scelta del celibato –
se è fatta con umana e cristiana prudenza e responsabilità – presiede
la grazia, la quale non distrugge e non fa violenza alla natura, ma la eleva e le
dà soprannaturali capacità e vigore. Dio, che ha creato l’uomo e lo
ha redento, sa che cosa gli può chiedere e gli dà tutto quanto è
necessario, affinché possa fare ciò che il suo Creatore e Redentore
gli chiede. Sant’Agostino, il quale aveva ampiamente e dolorosamente sperimentato
in se stesso la natura dell’uomo, esclamava: Da’ ciò che comandi, e comanda
ciò che vuoi
(
100).

52. La conoscenza
leale delle reali difficoltà del celibato è assai utile, anzi necessaria
al sacerdote, perché egli si renda conto in piena coscienza di ciò
che il suo celibato richiede per essere autentico e benefico; ma con uguale lealtà
non si deve attribuire a quelle difficoltà un valore e un peso maggiore di
quello che esse effettivamente hanno nel contesto umano o religioso, o dichiararle
di impossibile soluzione.

53. Non è
giusto ripetere ancora (
101),
dopo quanto la scienza ha ormai accertato, che il celibato sia contro la natura,
dal momento che avversa esigenze fisiche, psicologiche e affettive legittime, il
compimento delle quali sarebbe necessario per completare e maturare la personalità
umana. L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio (
102), non è soltanto
carne, e l’istinto sessuale non è tutto in lui; l’uomo è anche e soprattutto
intelligenza, volontà, libertà: facoltà grazie alle quali egli
è e deve ritenersi superiore all’universo: esse lo fanno dominatore dei propri
appetiti fisici, psicologici e affettivi.

54. Il motivo
vero e profondo del sacro celibato è – come abbiamo detto – la scelta di una
relazione personale più intima e completa con il mistero di Cristo e della
Chiesa a vantaggio della intera umanità; in questa scelta, non c’è
dubbio che quei supremi valori umani abbiano modo di esprimersi in massimo grado.

Il celibato
come elevazione dell’uomo

55. La scelta
del celibato non comporta l’ignoranza e il disprezzo dell’istinto sessuale e dell’affettività,
il che nuocerebbe all’equilibrio fisico e psicologico del sacerdote, ma esige lucida
comprensione, attento dominio di sé e sapiente sublimazione della propria
psiche su un piano superiore. In tal modo, il celibato, elevando integralmente l’uomo,
contribuisce effettivamente alla sua perfezione.

56. Il desiderio
naturale e legittimo dell’uomo di amare una donna e di formarsi una famiglia, sono,
sì, superati dal celibato, ma non è detto che il matrimonio e la famiglia
siano l’unica via per la maturazione integrale della persona umana. Nel cuore del
sacerdote non è spento l’amore. Attinta alla più pura sorgente (
103), esercitata a imitazione
di Dio e di Cristo, la carità, non meno di Ogni autentico amore, è
esigente e concreta (
104),
allarga all’infinito l’orizzonte del sacerdote, approfondisce e dilata il suo senso
di responsabilità – indice di personalità matura -, educa in lui, come
espressione di una più alta e vasta paternità, una pienezza e delicatezza
di sentimenti (
105) che lo arricchiscono
in sovrabbondante misura.

57. Tutto il popolo
di Dio deve rendere testimonianza al mistero di Cristo e del suo regno, ma questa
testimonianza non è univoca per tutti. Lasciando ai suoi figli laici sposati
il compito della necessaria testimonianza di una vita coniugale e familiare autenticamente
e pienamente cristiana, la Chiesa affida ai suoi sacerdoti la testimonianza di una
vita totalmente dedicata alle ultime e affascinanti realtà del regno di Dio.

Se al sacerdote viene a mancare una esperienza personale e diretta della vita matrimoniale,
non gli mancherà certamente, a ragione della sua formazione, del suo ministero
e per la grazia del suo stato, una conoscenza fors’anche più profonda del
cuore umano, che gli consentirà di raggiungere quei problemi nella loro origine
e di essere così di valido aiuto nel consiglio e nell’assistenza ai coniugi
e alle famiglie cristiane (
106).
La presenza, presso il focolare cristiano, del sacerdote che vive in pienezza il
proprio celibato sottolineerà la dimensione spirituale di ogni amore degno
di questo nome e il suo personale sacrificio meriterà ai fedeli uniti dal
sacro vincolo del matrimonio la grazia di un’autentica unione.

La solitudine
del sacerdote celibe e l’esempio di Cristo

58. È vero:
il sacerdote, per il suo celibato, è un uomo solo; ma la sua solitudine non
è il vuoto, perché è riempita da Dio e dall’esuberante ricchezza
del suo regno. Inoltre, a questa solitudine, che dev’essere pienezza interiore ed
esteriore di carità, egli si è preparato, se l’ha scelta consapevolmente
e non per l’orgoglio di essere differente dagli altri, non per sottrarsi alle comuni
responsabilità, non per estraniarsi dai suoi fratelli o per disistima del
mondo. Segregato dal mondo, il sacerdote non è separato dal popolo di Dio,
perché è costituito a vantaggio degli uomini (
107), consacrato interamente
alla carità (
108)
e all’opera per la quale lo ha assunto il Signore (
109).

59. A volte la
solitudine peserà dolorosamente sul sacerdote, ma non per questo egli si pentirà
di averla generosamente scelta. Anche Cristo, nelle ore più tragiche della
sua vita, restò solo, abbandonato da quelli stessi che Egli aveva scelti a
testimoni e compagni della sua vita e che aveva amati fino alla fine (
110), ma dichiarò:
Io non sono solo, perché il Padre è con me (
111). Chi ha scelto di essere
tutto di Cristo troverà innanzi tutto nella intimità con lui e nella
grazia la forza d’animo necessaria per dissipare la malinconia ,vincere gli scoraggiamenti;
non gli mancherà la protezione della Vergine Madre di Gesù; la materna
premura della Chiesa al cui servizio si è consacrato; non gli mancherà
la sollecitudine del suo padre in Cristo, il Vescovo, non gli verrà meno la
fraternità intima dei suoi confratelli nel sacerdozio e il conforto di tutto
il popolo di Dio. E se l’ostilità, la diffidenza, l’indifferenza degli uomini
renderanno a volte assai amara la sua solitudine, egli saprà di dividere così
con drammatica evidenza la stessa sorte di Cristo, come un Apostolo che non è
da più di colui che lo ha inviato
(
112), come un amico ammesso ai segreti più dolorosi
e gloriosi del divino Amico, che lo ha scelto, affinché in una vita apparentemente
di morte porti frutti misteriosi di vita (
113).

Parte
seconda

I.
LA FORMAZIONE SACERDOTALE

60. La riflessione
sulla bellezza, importanza e intima convenienza della sacra verginità per
i ministri di Cristo e della Chiesa impone anche a chi vi è Maestro e Pastore
il dovere di assicurarne e di promuoverne la positiva osservanza, a partire dal momento
in cui comincia la preparazione ad accogliere un dono così prezioso.
Infatti, le difficoltà e i problemi che rendono ad alcuni penosa, o addirittura
impossibile l’osservanza del celibato, derivano non di rado da una formazione sacerdotale
che, per i profondi mutamenti di questi ultimi tempi, non è più del
tutto adeguata a formare una personalità degna di un uomo di Dio (
114).

61. Il Concilio
Ecumenico Vaticano II ha già indicato a tal proposito criteri e norme sapientissime,
intonate anche al progresso della psicologia e della pedagogia, nonché alle
mutate condizioni degli uomini e della società contemporanea (
115). È Nostra volontà
che siano emanate al più presto istruzioni apposite, nelle quali il tema sia
trattato con la necessaria ampiezza, col concorso di persone esperte, per fornire
a coloro i quali hanno nella Chiesa il gravissimo compito di preparare i futuri sacerdoti
un competente ed opportuno ausilio.

Risposta personale
alla divina vocazione

62. Il sacerdozio
è un ministero istituito da Cristo a servizio del suo Corpo Mistico che è
la Chiesa, alla cui Autorità perciò appartiene di ammettervi coloro
che essa giudica adatti, cioè quelli ai quali Dio ha concesso, con gli altri
segni della vocazione ecclesiastica, anche il carisma del sacro celibato (
116).
In virtù di tale carisma, corroborato dalla legge canonica, l’uomo è
chiamato a rispondere con libera decisione e dedizione totale, subordinando il proprio
io al beneplacito di Dio che lo chiama. In concreto, la vocazione divina si manifesta
in un individuo determinato, in possesso di una propria struttura personale, alla
quale la grazia non usa fare violenza. Nel candidato al sacerdozio, perciò,
si deve coltivare il senso della ricettività del dono divino e della disponibilità
nei confronti di Dio, dando essenziale importanza ai mezzi soprannaturali.

63. Ma è
anche necessario che sia esattamente tenuto conto del suo stato biologico e psicologico
per poterlo guidare e orientare verso l’ideale del sacerdozio. Una formazione veramente
adeguata deve dunque coordinare armoniosamente il piano della grazia e il piano della
natura, in un soggetto di cui siano note con chiarezza le reali condizioni e le effettive
capacità. Le sue reali condizioni dovranno essere accertate appena si delineano
i segni della sacra vocazione con la cura più scrupolosa, senza fidarsi di
un frettoloso e superficiale giudizio, ma ricorrendo anche all’assistenza e all’aiuto
di un medico o di uno psicologo competenti. Non si dovrà omettere una seria
indagine anamnestica per accertare l’idoneità del soggetto anche su
questa importantissima linea dei fattori ereditari.

64. I soggetti,
che siano riscontrati fisicamente e psichicamente o moralmente inadatti, devono essere
subito distolti dalla via del sacerdozio: sappiano gli educatori che questo è
un loro gravissimo dovere; non si abbandonino a fallaci speranze e a pericolose illusioni
e non permettano in alcun modo che il candidato le nutra, risultati dannosi sia a
lui che alla Chiesa. Una vita così totalmente e delicatamente impegnata nell’intimo
e all’esterno, come quella del sacerdote celibe, esclude, infatti, soggetti di insufficiente
equilibrio psicofisico e morale, né si deve pretendere che la grazia supplisca
in ciò la natura.

Sviluppo della
personalità ed esercizio dell’autorità

65. Una volta
accertata l’idoneità del soggetto e dopo averlo ammesso a percorrere l’itinerario
che lo condurrà alla meta del sacerdozio, si dovrà curare il progressivo
sviluppo della sua personalità, con l’educazione fisica, intellettuale e morale,
in ordine al controllo e al dominio personale degli istinti, dei sentimenti e delle
passioni.

66. Questa sarà
comprovata dalla fermezza d’animo con la quale viene accettata una disciplina personale
e comunitaria, quale è quella richiesta dalla vita sacerdotale. Tale disciplina,
la cui mancanza o insufficienza è da deplorarsi, perché espone a gravi
rischi, non deve essere sopportata solo come una imposizione dall’esterno, ma, per
dir così, interiorizzata, inserita nel complesso della vita spirituale come
una componente indispensabile.

67. L’arte dell’educatore
dovrà stimolare i giovani alla virtù sommamente evangelica della sincerità
(
117) e alla spontaneità,
favorendo ogni buona iniziativa personale, affinché il soggetto stesso impari
a conoscersi e a valutarsi, ad assumere consapevolmente le proprie responsabilità,
a formarsi a quel dominio di sé che è di importanza suprema nella educazione
sacerdotale.

68. L’esercizio
dell’autorità, il cui principio dev’essere in ogni caso tenuto fermo, si ispirerà
a sapiente moderazione, a sentimenti pastorali e si svolgerà come in un colloquio,
e in un graduale allenamento, che consenta all’educazione una comprensione sempre
più penetrante della psicologia del giovane e dia a tutta l’opera educativa
un carattere eminentemente positivo e persuasivo.

69. La formazione
integrale del candidato al sacerdozio deve mirare a una pacata, convinta e libera
scelta dei gravi impegni che egli dovrà assumere nella propria coscienza,
dinanzi a Dio e alla Chiesa.
L’ardore e la generosità sono mirabili qualità della gioventù
e, illuminate e sorrette, le meritano, con la benedizione del Signore, l’ammirazione
e la fiducia della Chiesa, come di tutti gli uomini. Ai giovani non verrà
nascosta nessuna delle vere difficoltà personali e sociali a cui con la loro
scelta andranno incontro, affinché il loro entusiasmo non sia superficiale
e fatuo; ma, insieme con le difficoltà, sarà giusto mettere in risalto
con non minore verità e chiarezza la sublimità della scelta, che, se
da una parte provoca nella persona umana un certo vuoto fisico e psichico, dall’altra
apporta una pienezza interiore capace di sublimarla dal profondo.

Un’ascesi per
la maturazione della personalità

70. I giovani
dovranno convincersi di non poter percorrere la loro difficile via senza una ascesi
particolare, superiore a quella richiesta a tutti gli altri fedeli e propria degli
aspiranti al sacerdozio. Una ascesi severa, ma non soffocante, che sia meditato e
assiduo esercizio di quelle virtù che fanno di un uomo un sacerdote: rinnegamento
di sé nel grado più alto – condizione essenziale per mettersi al seguito
di Cristo – (
118) ; umiltà e obbedienza
come espressione di interiore verità e di ordinata libertà; prudenza
e giustizia, fortezza e temperanza, virtù senza le quali non può esistere
una vita religiosa vera e profonda; senso di responsabilità, di fedeltà
e di lealtà nella assunzione dei propri impegni; armonia tra contemplazione
e azione; distacco e spirito di povertà, che danno tono e vigore alla libertà
evangelica; castità come perseverante conquista, armonizzata con tutte le
altre virtù naturali e soprannaturali; contatto sereno e sicuro col mondo
al servizio del quale il candidato si dedicherà per Cristo e per il suo regno.

41. In tal modo,
l’aspirante al sacerdozio acquisterà, con l’aiuto della grazia divina, una
personalità equilibrata, forte e matura, sintesi di elementi nativi e acquisiti,
armonia di tutte le sue facoltà nella luce della fede e della intima unione
con Cristo, che lo ha scelto per sé e per il ministero della salvezza del
mondo.

71. Tuttavia,
per giudicare con miglior certezza della idoneità di un giovane al sacerdozio
e per avere successive prove della sua raggiunta maturità umana e soprannaturale,
memori del fatto che è più difficile comportarsi bene nella cura
delle anime a causa dei pericoli esterni
(
119), sarà opportuno che l’impegno del sacro
celibato sia osservato durante determinati periodi di esperimento, prima di diventare
stabile e definitivo col presbiterato (
120).

72. Una volta
raggiunta la morale certezza che la maturità del candidato offre sufficienti
garanzie, egli sarà in grado di assumere il grave e soave impegno della castità
sacerdotale, come donazione totale di sé al Signore e alla sua Chiesa.
In tal modo, l’obbligo del celibato, che la Chiesa annette oggettivamente alla sacra
ordinazione, è fatto personalmente proprio dal soggetto, sotto l’influsso
della grazia divina e con piena consapevolezza e libertà, non senza, è
ovvio, il consiglio prudente e sapiente di provati maestri di spirito, intesi non
già ad imporre, ma a rendere più cosciente la grande e libera opzione;
e in quel solenne momento, che deciderà per sempre di tutta la sua vita, il
candidato sentirà non il peso di una imposizione dall’esterno, ma l’intima
gioia di una scelta fatta per amore di Cristo.

II.
LA VITA SACERDOTALE

73. Il sacerdote
non deve credere che l’ordinazione gli renda tutto facile e che lo metta definitivamente
al riparo da ogni tentazione o pericolo. La castità non si acquisisce una
volta per sempre, ma è il risultato di una laboriosa conquista e di una quotidiana
affermazione. Il mondo del nostro tempo dà grande rilievo al valore positivo
dell’amore nel rapporto tra i sessi, ma ha anche moltiplicato le difficoltà
e i rischi in questo campo; quindi è necessario che il sacerdote, per salvaguardare
con ogni cura il bene della sua castità e per affermarne il sublime significato,
consideri con lucidità e serenità la sua condizione di uomo esposto
al combattimento spirituale contro le seduzioni della carne in se stesso e nel mondo,
col proposito incessantemente rinnovato di perfezionare sempre più e sempre
meglio la sua irrevocabile offerta, che lo impegna a una piena, leale e reale fedeltà.

74. Nuova forza
e nuova gioia verrà al sacerdote di Cristo nell’approfondire ogni giorno nella
meditazione e nella preghiera i motivi della sua donazione e la convinzione di aver
scelto la parte migliore. Egli implorerà con umiltà e perseveranza
la grazia della fedeltà, che non mai è negata a chi la chiede con cuore
sincero, ricorrendo nello stesso tempo ai mezzi naturali e soprannaturali di cui
dispone. Non trascurerà, soprattutto, quelle norme ascetiche che sono garantite
dalla esperienza della Chiesa e che nelle odierne circostanze non sono meno necessarie
d’un tempo (
121).

Intensa vita
spirituale

75. Il sacerdote
si applichi innanzi tutto a coltivare con tutto l’amore che la grazia gli ispira
la sua intimità con Cristo, esplorandone l’inesauribile e beatificante mistero;
acquisti un senso sempre più profondo del mistero della Chiesa, al di fuori
del quale il suo stato di vita rischierebbe di apparirgli inconsistente ed incongruo.
La pietà sacerdotale alimentata alla purissima fonte della Parola di Dio e
della santissima Eucaristia, vissuta nel dramma della sacra liturgia, animata da
una tenera e illuminata devozione alla Vergine, Madre del sommo ed eterno Sacerdote
e Regina degli Apostoli (
122),
lo metterà a contatto con le sorgenti di una autentica vita spirituale, che
sola dà all’osservanza della sacra verginità solidissimo fondamento.

76. Con la grazia
e la pace nel cuore il sacerdote affronterà così con grande animo i
molteplici impegni della sua vita e del suo ministero, trovando in essi, se esercitati
con fede e con zelo, nuove occasioni di dimostrare la sua totale appartenenza a Cristo
e al Mistico Corpo di lui per la santificazione propria e altrui. La carità
di Cristo che lo sospinge (
123)
lo aiuterà, non a rinunziare ai migliori sentimenti del suo animo, ma a sublimarli
e approfondirli in spirito di consacrazione, a imitazione di Cristo, il sommo sacerdote
che partecipò intimamente alla vita degli uomini e li amò e soffrì
per essi (
124), a somiglianza dell’Apostolo
Paolo, che partecipava alle ansie di tutti (
125), per irradiare nel mondo la luce e la potenza
dell’Evangelo della grazia di Dio (
126).

77. Giustamente
geloso della propria integrale donazione al Signore, sappia il sacerdote difendersi
da quelle inclinazioni del sentimento che mettono in gioco una affettività
non sufficientemente illuminata e guidata dallo spirito e si guardi bene dal cercare
giustificazioni spirituali e apostoliche a quelle che, in realtà, sono pericolose
propensioni del cuore.

78. La vita sacerdotale
esige una intensità spirituale genuina e sicura per vivere dello Spirito e
per conformarsi allo Spirito (
127), una ascetica interiore ed esteriore veramente
virile in chi, appartenendo a speciale titolo a Cristo, ha in lui e per lui crocifisso
la carne con le sue passioni e le sue voglie
(
128), non dubitando per questo
di affrontare duri e diuturni cimenti (
129). Il ministro di Cristo potrà così
meglio manifestare al mondo i frutti dello Spirito, che sono: carità, gioia,
pace, pazienza, benignità, bontà, longanimità, mitezza, fedeltà,
moderazione, continenza, castità
(
130).

79. La castità
sacerdotale è incrementata, custodita e difesa anche da un genere di vita,
da un ambiente e da un’attività confacenti a un ministro di Dio, per cui è
necessario fomentare al massimo quella intima fraternità sacramentale (
131), della quale tutti i
sacerdoti godono in virtù della sacra ordinazione. Il Signore nostro Gesù
ha insegnato l’urgenza del comandamento nuovo della carità e ne ha dato mirabile
esempio proprio quando istituiva il sacramento della Eucaristia e del sacerdozio
cattolico (
132), e pregò il Padre
celeste affinché l’amore col quale il Padre lo ha amato da sempre fosse nei
suoi ministri ed egli in loro (
133).

80. Sia dunque
perfetta la comunione di spirito tra i sacerdoti e intenso lo scambio di preghiere,
di serena amicizia e di aiuti d’ogni genere. Non si raccomanderà mai abbastanza
ai sacerdoti una certa loro vita comune tutta tesa al ministero propriamente spirituale;
pratica di incontri frequenti con fraterni scambi di idee, di consigli e di esperienza
tra confratelli; l’impulso alle associazioni che favoriscono la santità sacerdotale.

81. Riflettano
i sacerdoti al monito del Concilio Vaticano II (
134), che li richiama alla
comune partecipazione nel sacerdozio perché si sentano vivamente responsabili
nei confronti dei confratelli turbati da difficoltà, che espongono a serio
pericolo il dono divino che è in essi. Si sentano ardere di carità
per coloro, che hanno più bisogno di amore, di comprensione, di preghiere,
di aiuti discreti ma efficaci, e che hanno titolo per contare sulla carità
senza limiti di quelli che sono e devono essere i loro più veri amici.

82. Vorremmo finalmente,
a complemento e a ricordo di questo Nostro epistolare colloquio con voi, Venerati
Fratelli nell’Episcopato, e con voi sacerdoti e ministri dell’altare, suggerire che
ognuno di voi si proponga di rinnovare ogni anno, nel giorno anniversario della rispettiva
sacra ordinazione, ovvero tutti insieme spiritualmente nel Giovedì Santo,
il giorno misterioso dell’istituzione del sacerdozio, la dedizione totale e fiduciosa
a Cristo Signore, di riaccendere in tale modo in voi la coscienza della vostra elezione
al suo divino servizio, e di ripetere nello stesso tempo, con umiltà e coraggio,
la promessa della vostra indefettibile fedeltà al suo unico amore e alla vostra
castissima oblazione (
135).

 III.
DOLOROSE DISERZIONI

83. A questo punto,
il Nostro cuore si rivolge con paterno amore, con trepidazione e dolore grande a
quegli infelici, ma sempre amatissimi e desideratissimi fratelli Nostri nel sacerdozio,
i quali, mantenendo impresso nell’anima il carattere sacro conferito dall’ordinazione
sacerdotale, furono disgraziatamente infedeli agli obblighi assunti al tempo della
loro consacrazione sacerdotale.
Il loro lacrimevole stato, e le conseguenze private e pubbliche che ne derivano,
muovono alcuni a pensare se non sia proprio il celibato responsabile in qualche modo
di tali drammi e degli scandali che ne soffre il popolo di Dio. In realtà,
la responsabilità ricade non sul sacro celibato in se stesso, ma su una valutazione
a suo tempo non sempre sufficiente e prudente delle qualità del candidato
al sacerdozio o sul modo col quale i sacri ministri vivono la loro totale consacrazione.

84. La Chiesa
è sensibilissima alla triste sorte di questi suoi figli e ritiene necessario
fare ogni sforzo per prevenire o sanare le piaghe che le sono inferte dalla loro
defezione. Seguendo l’esempio dei Nostri immediati Predecessori di s. m., anche Noi
abbiamo voluto e disposto che la investigazione delle cause riguardanti l’ordinazione
sacerdotale sia estesa ad altri motivi gravissimi non previsti dall’attuale legislazione
canonica (
136), i quali possono dar
luogo a fondati e reali dubbi sulla piena libertà e responsabilità
del candidato al sacerdozio e sulla sua idoneità allo stato sacerdotale, in
modo da liberare quanti un accurato processo giudiziario dimostri effettivamente
non adatti.

La concessione
delle dispense

85. Le dispense
che vengono eventualmente concesse, in una percentuale in verità minima nei
confronti del grande numero dei sacerdoti sani e degni, mentre provvedono con giustizia
alla salute spirituale degli individui, dimostrano anche la sollecitudine della Chiesa
per la tutela del sacro celibato e la fedeltà integrale di tutti i suoi ministri.

Nel fare questo, la Chiesa procede sempre con l’amarezza nel cuore, specialmente
nei casi particolarmente dolorosi nei quali il rifiuto a portare degnamente il giogo
soave di Cristo è dovuto a crisi di fede, o a debolezze morali, spesso perciò
responsabile e scandaloso.

86. Oh, se sapessero
questi sacerdoti quanta pena, quanto disonore, quanto turbamento essi procurano alla
santa Chiesa di Dio, riflettessero quale era la solennità e la bellezza degli
impegni assunti, e a quali pericoli essi vanno incontro in questa vita e a quella
futura, essi sarebbero più cauti e più riflessivi nelle loro decisioni,
più solleciti alla preghiera e più logici e coraggiosi nel prevenire
le cause del loro collasso spirituale e morale.

87. Particolare
interesse la Madre Chiesa rivolge ai casi dei sacerdoti ancora giovani, i quali avevano
iniziato con entusiasmo e con zelo la loro vita di ministero: non è forse
facile oggi ad essi, nella tensione dell’impegno sacerdotale, provare un momento
di sfiducia, di dubbio, di passione, di follia? Per questo la Chiesa vuole che sia
tentato, specialmente per questi casi, ogni mezzo persuasivo, allo scopo d’indurre
il fratello vacillante alla calma, alla fiducia, al pentimento, a ritornare al primitivo
fervore. E solo quando sembrerà che il sacerdote non possa essere indotto
a tornare sulla buona strada, solo allora l’infelice ministro di Dio è radiato
dal ministero a lui affidato.

88. Che se egli
si dimostrasse irrecuperabile per il sacerdozio, ma presentasse tuttavia qualche
seria e buona disposizione di vivere cristianamente come laico, la Sede Apostolica,
studiate attentissimamente tutte le circostanze, d’accordo con l’Ordinario del luogo
o col Superiore religioso, lasciando che sul dolore vinca ancora l’amore, concede
talvolta ogni richiesta dispensa, non senza accompagnarla con l’imposizione di opere
di pietà e di riparazione, affinché rimanga nel figlio infelice, ma
sempre caro, un segno salutare del materno dolore della Chiesa e un ricordo più
vivo del comune bisogno della divina misericordia.

89. Una tale disciplina,
severa e misericordiosa insieme, sempre ispirata a giustizia e verità, a somma
prudenza e riservatezza, contribuirà senza dubbio a confermare i buoni sacerdoti
nel proposito di una vita intemerata e santa e sarà di monito agli aspiranti
al sacerdozio, affinché, con la saggia guida dei loro educatori, avanzino
verso l’altare con piena consapevolezza, con supremo disinteresse, con slancio di
corrispondenza alla grazia divina e alla volontà di Cristo e della sua Chiesa.

90. Non vogliamo,
infine, omettere di ringraziare con gioia profonda il Signore nel rilevare che non
pochi di quelli, i quali furono purtroppo infedeli temporaneamente al loro impegno,
ricorrendo con commovente buona volontà a tutti i mezzi idonei, e principalmente
a una intensa vita di preghiera, di umiltà, di sforzi perseveranti sostenuti
dall’assiduità al sacramento della Penitenza, hanno ritrovato per grazia del
sommo Sacerdote la via giusta e son ritornati, per la gioia di tutti, ad essere suoi
esemplari ministri.

IV.
LA PATERNITÀ DEL VESCOVO

91. Un insostituibile
e validissimo aiuto per l’osservanza più agevole e felice dei doveri assunti,
i Nostri carissimi sacerdoti hanno il diritto e il dovere di trovarlo in voi, Venerabili
Fratelli nell’episcopato. Voi li avete accettati e destinati al sacerdozio, voi avete
imposto le mani sul loro capo, a voi essi sono congiunti per l’onore sacerdotale
e in virtù del sacramento dell’Ordine, voi essi rendono presenti nella comunità
dei loro fedeli, a voi essi sono uniti con animo fiducioso e grande, prendendo su
di sé, secondo il loro grado, i vostri uffici e la vostra sollecitudine (
137). Scegliendo il sacro
celibato essi hanno seguito l’esempio, vigente fin dall’antichità, dei Presuli
d’Oriente e d’Occidente: ciò costituisce tra il Vescovo e il sacerdote un
motivo nuovo di comunione e un fattore propizio per viverla più intimamente.

92. Tutta la tenerezza
di Gesù per i suoi Apostoli si manifestò con ogni evidenza allorquando
egli li fece ministri del suo Corpo reale e Mistico (
138), e anche voi, nella
cui persona è presente in mezzo ai credenti il Signore Gesù Cristo,
Pontefice Sommo
(
139),
sapete di dovere il meglio del vostro cuore e delle vostre pastorali premure ai sacerdoti
e ai giovani che si preparano ad essere tali (
140). In nessun altro modo voi potrete meglio manifestare
questa vostra convinzione che nella consapevole responsabilità e nella sincera
e invincibile carità con la quale presiederete alla educazione degli allievi
del santuario e aiuterete con ogni mezzo i sacerdoti a mantenersi fedeli alla loro
vocazione e ai loro doveri. 

93. La solitudine
umana del sacerdote, origine non ultima di scoraggiamenti e di tentazioni, sia riempita
innanzi tutto dalla vostra fraterna e amichevole presenza e azione (
141). Prima di essere superiori
e giudici, siate per i vostri sacerdoti maestri, padri, amici e fratelli buoni e
misericordiosi, pronti a comprendere, a compatire, ad aiutare. Incoraggiate in tutti
i modi i vostri sacerdoti a un’amicizia personale e a un’apertura confidente con
voi, che non sopprima, ma superi nella carità pastorale il rapporto di obbedienza
giuridica, affinché la stessa obbedienza sia più volenterosa, leale
e sicura. Una devota amicizia e una filiale confidenza con voi permetteranno ai sacerdoti
di aprirvi in tempo il loro animo, di confidarvi le loro difficoltà, nella
certezza di poter sempre disporre del vostro cuore per deporvi anche le eventuali
sconfitte, senza il servile timore del castigo, ma nella attesa filiale di correzione,
di perdono e di soccorso, che li invoglierà a riprendere con nuova fiducia
il loro arduo cammino.

94. Tutti voi,
Venerabili Fratelli, siete certamente convinti che ridare a un’anima sacerdotale
la gioia e l’entusiasmo per la propria vocazione, la pace interiore e la salvezza,
sia un ministero urgente e glorioso, che ha un influsso incalcolabile su una moltitudine
di anime. Che se, a un certo momento, sarete costretti a ricorrere alla vostra autorità
e a una giusta severità verso quei pochi che, dopo aver resistito al vostro
cuore, causano con la loro condotta scandalo al popolo di Dio, nel prendere i necessari
provvedimenti procurate di proporvi innanzi tutto il loro ravvedimento. A imitazione
del Signore Gesù, pastore e vescovo delle anime nostre (
142), non spezzate la canna
già incrinata
e non spegnete il lucignolo fumante (
143); sanate, come Gesù,
le piaghe (
144), salvate ciò che
era perduto (
145), andate in cerca con
ansia ed amore della pecorella smarrita per riportarla al caldo dell’ovile (
146), e tentate come lui,
fino all’ultimo (
147), di richiamare l’amico
infedele.

95. Siamo sicuri,
Venerabili Fratelli, che non lascerete nulla di intentato per coltivare assiduamente
nel vostro clero, con la vostra dottrina e sapienza, col vostro pastorale fervore,
l’ideale del celibato sacro e non perderete mai di vista i sacerdoti che hanno abbandonato
la casa di Dio, che è la loro vera casa, qualunque sia l’esito della loro
dolorosa avventura, perché restano per sempre vostri figli.

V.
LA PARTE DEI FEDELI

96. La virtù
sacerdotale è un bene di tutta quanta la Chiesa, è una non umana ricchezza
e gloria, che ridonda a edificazione e beneficio di tutto il popolo di Dio; vogliamo
perciò rivolgere la Nostra affettuosa e pressante esortazione a tutti i fedeli,
Nostri figli in Cristo, affinché si sentano responsabili anch’essi della virtù
dei loro fratelli, i quali hanno assunto la missione di servirli nel sacerdozio per
la loro salvezza. Preghino e si adoperino per le vocazioni sacerdotali e aiutino
i sacerdoti con devozione e con amore filiale, con docile collaborazione, con la
studiata intenzione di offrire ad essi il conforto di una lieta corrispondenza alle
loro cure pastorali. Incoraggino questi loro padri in Cristo a superare le difficoltà
d’ogni genere che incontrano nell’assolvere ai loro doveri in piena fedeltà,
a edificazione del mondo. Coltivino in spirito di fede e di carità cristiana
un profondo rispetto e un delicato riserbo nei confronti del sacerdote, in modo particolare
della sua condizione di uomo interamente consacrato a Cristo e alla Chiesa.

97. Il Nostro
invito si rivolge in particolare a quei laici, i quali cercano più assiduamente
e intensamente Dio e tendono alla perfezione cristiana nella vita secolare: essi
potranno con la loro devota e cordiale amicizia essere di grande aiuto ai ministri.
I laici, infatti, inseriti nell’ordine temporale e nello stesso tempo impegnati in
una più generosa e perfetta corrispondenza alla vocazione battesimale, sono
in grado, in alcuni casi, di illuminare e confortare il sacerdote, il quale, immerso
nel mistero di Cristo e della Chiesa, da certe situazioni e da certo torbido spirito
del mondo potrebbe subire nocumento alla integrità della sua vocazione. In
tal modo tutto il popolo di Dio onorerà il Signore Gesù in coloro che
lo rappresentano e dei quali egli ha detto: Chi accoglie voi accoglie me, e chi
accoglie me accoglie colui che mi ha mandato
(
148), promettendo certa ricompensa
a chi in qualunque modo eserciterà la carità verso i suoi inviati (
149). 

98. Venerabili
Fratelli Nostri, Pastori del gregge di Dio che è sotto tutti i cieli, e dilettissimi
sacerdoti fratelli e figli Nostri, accingendoci a concludere questa Lettera che vi
indirizziamo con l’anima aperta a tutta la carità di Cristo, vi invitiamo
a rivolgere con rinnovata fiducia e con filiale speranza lo sguardo e il cuore alla
dolcissima Madre di Gesù e Madre della Chiesa, per invocare sul sacerdozio
cattolico la sua materna e potente intercessione. In lei il Popolo di Dio ammira
e venera la figura e il modello della Chiesa di Cristo nell’ordine della fede, della
carità e della perfetta unione con lui. Vergine e Madre, Maria ottenga alla
Chiesa, anch’essa salutata vergine e Madre (
150), di gloriarsi umilmente e sempre della fedeltà
dei suoi sacerdoti al dono sublime della sacra verginità e di vederlo fiorire
e apprezzare in misura sempre più grande in tutti gli ambienti, affinché
infittisca sulla terra la schiera di coloro che seguono il divino Agnello dovunque
egli vada (
151).

99. La Chiesa
proclama altamente questa sua speranza in Cristo: essa è conscia della drammatica
scarsità del numero dei sacerdoti in rapporto ai bisogni spirituali della
popolazione del mondo, ma è ferma nella sua attesa, fondata sulle infinite
e misteriose risorse della grazia, che la qualità spirituale dei sacri ministri
genererà anche la quantità, perché tutto è possibile
a Dio
(
152).
In questa fede e in questa speranza sia a tutti auspicio delle celesti grazie e testimonio
nella nostra paterna benevolenza, la Benedizione Apostolica che con tutto il cuore
impartiamo.

Dato in Roma,
presso San Pietro, il 24 giugno festa di san Giovanni Battista, dell’anno 1967, quinto
del Nostro Pontificato.

PAOLO
PP. VI


NOTE

(1) Cf Lettera del 10 ottobre
1965 all’Emo Card. E. Tisserant, letta nella 146» Congregazione generale, 1’11
ottobre

(2) Cf Mt 19,11-12

(3) Cf 1 Tm 3,2-5;
Tt 1,5-6

(4) Cf Decr.. Christus
Dominus
, n. 35: AAS 58 (1966), p. 690; Decr. Apostolicam actuositatem,
n. 1: AAS 58 (1966), p. 837; Decr. Presbyterorum Ordinis, nn. 10ss: AAS 58
(1966), pp. 1007-1008; Decr. Ad gentes, nn. 19 e 38: AAS 58 (1966), pp. 969
e 984

(5) Mt 19,11

(6) Gv 4,10

(7) Cf Mt 5,13-14

(8) Cf sopra nn. 5 e 7

(9) CONC. VAT. II, Cost.
past. Gaudium et spes, n. 62: AAS 58 (1966), p. 1082

(10) Cf Ef 5,25-27

(11)) Decr.. Presbyterorum
Ordinis
, n. 16: AAS 58 (1966), pp. 1015

(12) Ibid.

(13) CONC. VAT. II, Cost.
dogm. Dei Verbum, n. 8: AAS 58 (1966), p. 820

(14) Cf Gv 16,13

(15) CONC. VAT. II, Cost.
dogm. Lumen gentium, n. 28: AAS 57 (1965), pp. 33-36; Decr. Presbyterorum
Ordinis
, n. 2: AAS 58 (1966), pp. 991-993

(16) Cf 1 Cor 4,1

(17) Cf 1 Cor 11,1

(18) Cf Gv 3,5; Tt
3,5

(19) Cf 2 Cor 5,17;
Gal 6,15

(20) Cf Gv 4,34; 17,14

(21) Cf Gal 3,28

(22) Cf Gn 2,18

(23) Cf Mt 19,3-8

(24) Cf Gv 2,1-11

(25) Cf Ef 5,32

(26) Eb 8,6

(27) Cf 1 Cor 7,33-35

(28)   Cf CONC. VAT.
II, Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 16: AAS 58 (1966), pp. 1015-1017

(29) Mt 13,11; cf Mc
4,11; Lc 8,10

(30) Cf 2 Cor 5,20

(31) Cf Gv 15,15; 20,17

(32) Cf Gv 17,19

(33) Cf Lc 18,29-30

(34) Cf CONC. VAT. II, Decr.
Presbyterorum Ordinis, n. 16: AAS 58 (1966), pp. 1015-1017

(35) Cf Mt 19,11

(36) Cf Mt 19,12

(37) Cf Lc 18,29-30

(38) Mc 20,29-30

(39) Mt 19,29

(40)  Cf Gv 3,16;
15,13

(41) Cf Mc 10,21

(42) CONC. VAT. II Cost. dogm.
Lumen gentium, n. 42: AAS 57 (1965), p. 48

(43) Fil 3,12

(44) Cf Ef 5,25-27

(45)Gv 1,13

(46) CONC. VAT. II, Cost.
dogm. Lumen gentium, n. 42: AAS 57 (1965), p. 48; Decr. Presbyterorum Ordinis,
n. 16: AAS 58 (1966), pp. 1015-1017

(47) Cf CONC. VAT. II, Decr.
Presbyterorum Ordinis, n. 14: AAS 58 (1966), pp. 1013

(48) Cf Lc 2,49; 1
Cor
7,32-33

(49) Cf Eb 9,24; 7,25

(50) CONC. VAT. II, Decr..
Presbyterorum Ordinis, n. 13: AAS 58 (1966), p. 1012

(51) Cf At 6,4

(52) CONC. VAT. II, Decr..
Presbyterorum Ordinis, n. 5: AAS 58 (1966), p. 997

(53) Gv 12,24

(54) Cf 1 Cor 15,31

(55) Cf CONC. VAT. II, Decr.
Optatam totius, n. 10: AAS 58 (1966), pp. 719-720

(56) Cf 2 Cor 12,15

(57) Cf CONC. VAT. II, Decr.
Presbyterorum Ordinis, n. 16: AAS 58 (1966), pp.1015-1017

(58) Cf Gv 17,18

(59) Cf Rm 1,14

(60) Gv 18,30

(61) Cf CONC. VAT. II, Cost.
past. Gaudium et spes, n. 39: AAS 58 (1966), pp.1056-1057

(62) Cf CONC. VAT. II, Cost.
dogm. Lumen gentium, n. 5: AAS 57 (1965), pp. 7-8

(63)Cf Fil 3,20

(64) Cf 1 Gv 3,2

(65) Cf CONC. VAT. II, Cost.
dogm. Lumen gentium, n. 48: AAS 57 (1965), pp. 53-54

(66)Mt 22,30

(67) Cf 1 Gv 2,16

(68) CONC. VAT. II, Decr.
Perfectae caritatis, n 12: AAS 58 (1966), p. 107

(69) Cf 1 Cor 7,29-31

(70) Col 3,1-4

(71) Cf TERTULLIANO, De
exhort. castitatis
, 13: PL 2, 930; S. EPIFANIO, Adv. Haer., l, 48, 9 e
59, 4: PG 41, 869, 1025; S. EFREM, Carmina nisibena, XVIII, XIX, – ed. G.
BICKELL, Lipsia 1866; EUSEBIO DI CESAREA, Demonstr. evan., 1, 9: PG ;. 22,
81; S. CIRILLO DI GERUSALEMME, Catechesis, 12, 25: PG 33, 757; S. AMBROGIO,
De officiis ministr., 1, 50: PL 16, 97ss; S. AGOSTINO, De moribus Eccl.
Cath
., 1, 32: PL 32, 1339; S. GIROLAMO, Adversus Vigilantium, 2: PL 28,
340-341; SINESIO DI TOLEM., Epist. 105: PG 66, 1485

(72) La prima volta nel Concilio
di Elvira in Spagna (c. 300), can. 33: MANSI, II, 11

(73) Conc. Trid., Sess. XXIV,
cann. 9-10

(74) Can. 132, ¤ 1

(75) S. Pio X, Esort. Ap.
Haerent animo: ASS 41 (1908), pp. 555-577; BENEDETTO XV, Lettera a
Francesco Kordac Arciv. di Praga: AAS 12 (1920), pp. 57-58; ID., Allocuzione
concistoriale, 16 dicembre 1920: AAS 12 (1920), pp. 585-588; Pio XI, Encicl.
Ad catholici sacerdotii, 20 dicembre 1935: AAS 28 (1936), pp.24-30;
Pio XII, Esort. Ap. Menti Nostrae, AAS 42 (1950), pp. 657-702; ID., Encicl.
Sacra virginitas, AAS 46 (1954), pp. 161-191; GIOVANNI XXIII, Encicl. Sacerdotii
Nostri primordia
: AAS 51 (1959), pp. 554-556

(76) GIOVANNI XXIII, Allocuzione
al Sinodo Romano, 26 gennaio 1960: AAS 52 (1960), p. 226

(77) CONCILIO TRULLANO, cann.
6, 12, 13, 48: MANSI, XI, 944-948, 965

(78)Cf Decr. Presbyterorum
Ordinis
, n. 16: AAS 58 (1966), pp. 1015-1016

(79) De virginitate,
13: PG, 381-382

(80) De Sacerdotio,
1. III, 4: PG 48, 642

(81) CONC. VAT. II, Cost.
dogm. Lumen gentium, nn. 21, 28; 64: AAS 57 (1965), pp. 24-25; 33-36; 64

(82) Cf sopra, n. 15

(83) Cf Cost. dogm. Lumen
gentium
, n. 29: AAS 57 (1965), p. 36

(84) Cf ibid., n. 42:
AAS 57 (1965), pp. 47-49

(85) CONC. VAT. II, Decr.
Presbyterorum Ordinis, n. 16: AAS 58 (1966), pp. 1015-1016

(86) Cf CONC. VAT. II, Decr.
Optatam totius, n 2: AAS 58 (1966), pp. 714-715; Decr. Presbyterorum Ordinis,
n. 11: AAS 58 (1966), pp. 1008-1009

(87) Cf Rm 3,23

(88) Cf 2 Cor 8,23

(89) Cf Ef 1,6

(90) Fil 1,8

(91) Cf Lc 12,32

(92) Cf Mt 28,20

(93) Cf Gv 16,33

(94) Cf Mc 4,26-29

(95) Mt 9,37-38

(96) Cf 1 Cor 1,20-31

(97) Cf Fil 4,13

(98) Cf 1 Cor 3,67

(99)  Cf sopra, n. 10

(100) Confess., X, 29,
40: PL 32, 796

(101) Cf sopra, n. 10

(102) Gn 1,26-27

(103) Cf 1 Gv 4,8-16

(104) Cf 1 Gv 3,16-18

(105) Cf 1 Ts 2,11;
1 Cor 4,15; 2 Cor 6,13; Gal 4,19; 1 Tm 5,1-2

(106) Cf 1 Cor 2,15

(107) Eb 5,1

(108) Cf 1 Cor 14,4ss.

(109) Cf CONC. VAT. II, Decr.
Presbyterorum Ordinis, n. 3: AAS 58 (1966), pp. 993-995

(110) Gv 13,1

(111) Gv 16,32

(112) Cf Gv 13,16; 15,20

(113) Cf Gv 15,15-16.20

(114) Cf 1Tm 6,11

(115) Cf Decr. Optatam totius,
nn. 3-11: AAS 58 (1966), pp. 715-721; Decr. Perfectae caritatis, n. 12: AAS
58 (1966), p. 721

(116) Cf sopra, n. 15

(117) Cf Mt 5,37

(118) Cf Mt 16,24; Gv
12,25

(119) S. TOMMASO, Summa
Theologiae
, II-II, q. 184, a. 8 c.

(120) Cf CONC. VAT. II, Decr..
Optatam totius, n. 12: AAS 58 (1966), pp. 721

(121) Cf CONC. VAT. II, Decr.
Presbyterorum Ordinis, nn. 16, 18: AAS 58 (1966), pp. 1015-1016; 1019

(122) Cf ibid., n. 18

(123) Cf 2 Cor 5,14

(124) Cf Eb 4,15

(125) Cf 1 Cor 9,22;
2 Cor 11,29

(126) Cf At 20,24

(127) Cf Gal 5,25

(128) Gal 5,24

(129) Cf 1 Cor 9,26-27

(130) Gal 5,22-23

(131) Cf CONC. VAT. II, Decr..
Presbyterorum Ordinis, n. 8: AAS 58 (1966), p. 1003

(132) Cf Gv 13,15.34-35

(133) Cf Gv 17,26

(134) Cf Decr. Presbyterorum
Ordinis
, n. 8: AAS 58 (1966), pp. 1003-1005

(135) Cf Rm 12,1

(136) Cf C.I.C., can. 214

(137) Cf CONC. VAT. II, Cost.
dogm. Lumen gentium, n. 28: AAS 57 (1965), pp. 34-35

(138) Cf Gv cc. 13-17

(139) Cf Cost. dogm. Lumen
gentium
, n. 21: AAS 57 (1965), p. 24

(140) Cf CONC. VAT. II, Decr.
Presbyterorum Ordinis, n. 7: AAS 58 (1966), pp. 1001-1003

(141) Cf
ibid.

(142) 1
Pt
2,25

(143) Cf
Mt 12,20

(144) Cf
Lc 9,11

(145) Cf
Mt 18,11

(146) Cf
Lc 15,4ss.

(147) Cf
Lc 22,48

(148) Mt
10,40

(149) Cf
Mt 10,43

(150) CONC.
VAT. II, Cost. dogm. Lumen gentium, nn. 63, 64: AAS 57 (1965), p. 64

(151) Ap 14,4

(152) Mc
10,27; cf Lc 1,37