L’unione del sacerdote con Cristo nella Messa

Maria Madre dei sacerdoti

MARIA E IL SACERDOZIO
di Padre Paolo Philippe, O.P.

 

PARTE SECONDA.  MARIA E LA VITA INTERIORE SACERDOTALE
CAPITOLO II. MARIA E LA VITA INTERIORE DEL SACERDOTE
Dopo quanto s’è detto circa l’intimità esistente tra Cristo Sommo Sacerdote e la Vergine Santissima risulta alquanto difficile stendere un capitolo per farne l’applicazione alle relazioni intercorrenti tra il Sacerdote e Maria.
Se Gesù si è degnato aver bisogno di lei per essere assistito nell’atto principale del suo Sacerdozio, cosa dovremo dire della necessità della presenza di Maria nella vita intima del suo Sacerdote? La Madre Claret de la Touche l’aveva ben compreso: “II Sacerdote — ella scrive — è un altro Gesù; quello che Maria era per il suo Gesù lo è anche per il Sacerdote” (CLARET DE LA TOUCHE, L.M., Il Sacro Cuore e il Sacerdozio, Torino, Marietti, 1943).
 
1 — L’UNIONE DEL SACERDOTE CON CRISTO NELLA MESSA. 
Se c’è una verità che in S. Tommaso regge tutto il trattato del Sacramento dell’Ordine è questa: il Sacerdote riceve il Sacerdozio prima di tutto per celebrare la Santa Messa. «Il Sacramento dell’Ordine è ordinato al Sacramento dell’Eucaristia» (THOMAS AQUINAS, S., Suppl., Q. 37, a.2).
“Il Sacerdote esercita due azioni: l’una, principale, riguarda il corpo vero di Cristo; l’altra, dipendente dalla prima, concerne il suo Corpo Mistico” (Ibid., Q., 36, a. 2).
Tutto il potere che abbiamo sul Corpo Mistico ci è, dunque, accordato per disporre le anime a ben ricevere l’Eucaristia e a ben unirsi a Cristo nella Messa.
Non è forse per riprodurre e continuare la Cena che Gesù ordinò Sacerdoti i suoi Apostoli, come ci insegna il Concilio di Trento in quel testo magnifico che abbiamo spesso meditato nei nostri ritiri fin dal Seminario?
“Nostro Dio e Signore, benché per operare l’eterna redenzione dovesse, con la morte, offrire se stesso ai Padre una volta sola sull’ara della croce: siccome suo sacerdozio non doveva estinguersi con la sua morte (Hebr. VII. 24-27), nell’ultima cena, nella notte in cui veniva tradito, volendo lasciare alla diletta sua sposa, la Chiesa, un sacrificio visibile — come la natura esige — che rappresentasse quel sacrificio cruento da offrirsi una volta sola sulla croce, ne perpetuasse nei secoli il ricordo e ne applicasse la virtù salvifica in remissione dei peccati che quotidianamente commettiamo: dichiarandoci costituito sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech, offrì a Dio Padre suo, sotto la specie del pane e del vino, il suo corpo e il suo sangue e sotto le stesse specie lo diede agli Apostoli che in quel momento appunto costituì sacerdoti del Nuovo Testamento perché ne prendessero, e ad essi e ai loro successori nel sacerdozio comandò di offrirli, con queste parole: “Fate questo in memoria di me” (Concilio di Trento, Sess., XXII, c. 1 – Denz., 938. Cfr. THOMAS AQUINAS, S., Summa contra Gent., IV, 74).
Noi, dunque siamo Sacerdoti prima di tutto per offrire il Sacrificio della Messa, al modo stesso che Cristo e Sacerdote per offrire il Sacrificio della Croce. Gesù s’è fatto Sacerdote, s’è incarnato per la nostra Redenzione, e per la nostra Redenzione ottenuta attraverso l’offerta della sua vita sul Calvario. Nell’economia della nostra salvezza, il nostro Sacerdozio e la nostra Messa, stanno come il Sacerdozio di Cristo e il suo unico Sacrificio.
Di più, non e solo un parallelismo esistente fra lui e noi, è un legame attuale che ci unisce al suo Sacerdozio e al suo Sacrificio. Il Sacrificio della Messa, infatti, non è altro che il Sacrificio della Croce riprodotto sull’altare. Dice ancora il Concilio di Trento: “Una sola e identica è l’Ostia, identica è la persona che si offre ora attraverso il ministero del Sacerdote, come si offrì allora sulla Croce; il solo modo dell’offerta è differente” (Concilio di Trento, Sess., XXII, c. 1 – Denz., 940).
La Messa riproduce sacramentalmente il sacrificio del Calvario. E’ il Sacramento del Sacrificio redentivo, la Passione rappresentata, repraesentata, vale a dire resa di nuovo presente, presentata di nuovo al Padre in favore degli uomini e ripresentata realmente, benché in modo mistico, per noi che viviamo adesso.
Stamane nella Messa, dinanzi a noi non abbiamo avuto meno di quanto ebbe S. Giovanni il Venerdì Santo. E questo sacrificio della Croce è reso presente e ripresentato ai Padre per mezzo nostro. Noi siamo gli strumenti attraverso i quali Cristo perpetua, quanto alla sostanza, il Sacrificio della Croce sotto forma sacramentale, atto che in noi rinnova egli stesso dall’alto dei cieli. Egli si serve delle nostre labbra e, ancor più, della nostra anima o —per parlare con tutta precisione teologica — della nostra intelligenza nella sua funzione pratica, per rinnovare l’atto essenziale del suo sacerdozio. “Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue”, dice egli stesso in noi, quantunque siamo noi a pronunziare tali parole e a pensare all’atto che compiamo.
Come insegna S. Tommaso: “E’ Lui il vero Sacerdote offertosi sull’altare della Croce, in virtù del quale si consacra ogni giorno il suo Corpo sull’altare” (“Ipse est verus sacerdos qui se obtulit in ara crucis, et cuius virtute corpus eius in altari quotidie consecratur” THOMAS AQUINAS, S., Contra Gent., IV, 76).
Noi non diciamo: “Questo è il Corpo di Cristo”, ma: “Questo è il mio Corpo” e tuttavia non abbiamo intenzione alcuna di pensare che quel corpo sia il nostro. No, in quel momento le persone sono due benché una sola l’azione, quella di Gesù Sommo Sacerdote che si serve del suo strumento amatissimo. Noi agiamo veramente — come dice S. Tommaso — in persona Christi (THOMAS AQUINAS, S., Summa Theol., IlI, Q. 82, a. 1); noi siamo “l’immagine di Cristo”.
Tale è il “mistero di fede” che noi rinnoviamo ogni giorno.
Cerchiamo perciò di comprendere a quale intimità con Nostro Signore ci induca, al fine di intendere meglio, in seguito, l’unione che ci è riservata con la Santissima Vergine.
Il Sacerdote non è solo uno strumento, un servo, è anche un amico di Gesù. E’ uno strumento vivente di Cristo Sacerdote. Abbiamo visto più innanzi che la grazia sacerdotale infonde nei nostro cuore una carità che ci unisce in modo ineffabile a nostro Signore nell’atto preciso della nostra vita sacerdotale. Ora lo comprendiamo meglio.
Dicevamo poc’anzi che, al momento della consacrazione, in noi sono realmente due persone, quella di Cristo che consacra e la nostra. Perché non dire anche che, grazie alla carità, vi sono in noi due cuori, il Cuore Sacerdotale di Gesù che si offre al Padre per la salvezza del mondo e, in particolare, per le anime ad intenzione delle quali si celebra la Messa e il nostro cuore ricolmo di grazia sacerdotale e dell’amore di Dio e delle anime? E, al modo stesso che sull’altare le due persone non compiono che un identica azione sacerdotale, anche i due cuori si identificano per l’amore, perché è il medesimo Amore Infinito che ispira loro tale azione.
Siamo nel punto focale della nostra vita sacerdotale. E’ il momento della nostra giornata in cui comunichiamo col Cuore di Cristo in una maniera singolarissima. Senza dubbio, vi sono dei Santi laici e delle Sante che hanno amato e compreso Cristo più che dei Sacerdoti canonizzati: ma, a parità di grado di carità, chi è Sacerdote è più unito a Nostro Signore di colui che non lo è, in forza del carattere, che gli dà il potere di riprodurre l’atto sacerdotale di Gesù Crocifisso e per la grazia sacramentale, che lo fa comunicare con Cristo nell’atto stesso del suo Sacerdozio.
Gesù si è offerto una volta sul Calvario, ma allora Sacerdote era lui solo; la Vergine Santissima là vicino a lui, v’era solo come Madre e Sposa. Oggi, quando egli si offre sull’altare, lo fa servendosi di un povero uomo come noi, ci assume in lui, o piuttosto, viene in noi e depone nel nostro cuore, — ma secondo il grado della nostra carità, ahimè spesso così debole! — tutti i sentimenti che, sulla Croce, egli aveva per il Padre, per la Santissima Vergine, e per le anime, tutti i sentimenti ancora che egli in questo momento ha in cielo per le anime, ad intenzione delle quali viene celebrata questa Messa.
E’ davvero un’amicizia, quella che allora egli stabilisce in noi. una unità totale, una koinonia, una comunanza di tutti i più intimi segreti del suo Cuore: Omnia mea tua sunt. omnia tua mea sunt (Jo., XVII, 10).
In una delle questioni della Somma che consacra all’amore, S. Tommaso apre delle visioni insondabili circa la mutua compenetrazione dei cuori e degli animi che si realizza tra gli amici: “La persona amata si trova in colui che ama, in quanto l’amato permane nel pensiero dell’amico… d’altra parte, colui che ama si trova col pensiero nell’amico, in quanto l’amante non si contenta di una conoscenza superficiale dell’amico, ma cerca di conoscere a fondo e nei dettagli ciò che Io riguarda: penetra cosi nel suo intimo, come, per esempio, dello Spirito Santo, che è l’Amore di Dio, si dice che " scruta la profondità di Dio” (I Cor., II, 10).
“Nell’amore di amicizia l’amante è nell’amato in quanto ritiene come propri il bene o il male dell’amico ai pari della di luì volontà, quasi che, nell’amico, egli stesso goda del suo bene e soffra del suo male. Per ciò è proprio degli amici avere un sol volere e rattristarsi o gioire per una stessa cosa… di modo che, in quanto colui che ama stima come proprie le cose dell’amico, sembra essere nell’amico, quasi a lui identificato: in quanto, poi, vuole e agisce per l’amico come per se stesso — quasi ritenendolo una stessa cosa con sé — così la persona amata è in colui che ama” (“Amatum dicitur esse in amante, in quantum amatum immoratur in apprehensioneamantis… Amans vero dicitur esse in amato secundum apprehensionem, in quantum amans non est contentus superficiali apprehensione amati, sed nititur singula quae ad amatum pertinent intrinsecus disquirere; et sic ad interiora eius ingreditur: sicut de Spiritu Sancto, qui est Amor Dei, dicitur quod “scrutatoretia profunda Dei” (I Cor., II, 10)… In amore amicitiae, amans dicitur in amato, in quantum reputat bona vel mala amici sicut sua et voluntatem amici sicut suam, ut quasi ipse in suo amico cideatur bona vel mala pati ed affici. Et propter hoc, proprium est amicorum idem velle et in eodem tristari et gaudere secundum Philosophum ut sic, in quantum quae sunt amici aestimat sua, amans videatur esse in amato, quasi idem factus amato: in quantum autem e converso vult et agit propter ami***** idem sibi, sic amatum in amante.” THOMAS AQUINAS, S., Summa Theol., I-II, q. 28, a. 2).
 

Rileggiamo questo testo pensando che tale amico è Cristo stesso, Cristo Sommo Sacerdote, e comprenderemo a quale intimità noi siamo chiamati per il solo fatto di possedere la grazia e la carità.
Indubbiamente questa intimità non è un privilegio esclusivo del Sacerdote: ogni cristiano in stato di grazia può aspirare ad una simile unione con Nostro Signore, dato che possiede la carità, la virtù che crea fra l’uomo e Dio una vera amicizia. Aggiungiamo anzi che vi sono dei laici che giungono ad un grado di intimità con Dio superiore a quello di molti Sacerdoti: pensiamo, ad esempio, alle numerose Sante che in premio della loro unione di carità con Cristo hanno ricevuto il favore delle nozze mistiche con lui. Tuttavia, ricevendo l’unzione sacerdotale, il Sacerdote non cessa di essere un cristiano e, perciò, anch’egli è capace di vivere nell’amicizia di Nostro Signore. Di più, è chiamato in modo tutto speciale da Gesù, perché appunto egli ha chiamato amici i suoi primi Sacerdoti (Jo., XV, 15).
 
Se è, dunque, vero dire che la santità cristiana consiste in questa mutua compenetrazione di anime di cui parla S. Tommaso, dell’anima santa di Gesù e della nostra povera anima peccatrice, a più forte ragione potremo affermarlo della santità sacerdotale. Resta solo da precisare ciò che distingue la santità de! Sacerdote da quella del semplice cristiano e sarà l’oggetto dei capitoli quarto e sesto sull’unione del Sacerdote con Cristo nella Messa e negli atti del ministero.
Poiché l’amicizia ci invita a penetrare nell’anima di colui che amiamo, entriamo, dunque, nell’anima santa di Gesù con tutto il rispetto che impone un tale santuario, ma anche con tutto l’ardore del nostro amore.
Abbiamo sufficientemente pensato a quest’anima meravigliosamente bella di Cristo? E’ un’anima umana come la nostra, dotata di una intelligenza e di una volontà in tutto simili alla nostra intelligenza e alla nostra volontà. E quest’anima, come la nostra e per la stessa ragione di questa, possiede la grazia santificante ai fine di poter conoscere e amare Dio come egli stesso si conosce ed ama.
Ciò nonostante, quest’anima umana non cessa di vedere Dio: fin dal primo istante della sua creazione, fin dal momento dell’Incarnazione nel seno benedetto di Maria, essa fu immersa nella visione beatifica. Essa si apre direttamente su Dio; e —e così può dirsi — si trova ai confini della Divinità. Al di là di essa, non v’è che Dio, il Verbo che l’ha assunta col corpo di Gesù…
Come fa bene penetrare in questo Santuario! E’ lì che si scoprono i disegni profondi di Gesù, il suo amore per il Padre e la Madre, lo zelo per le anime, la sua dolcezza ed umiltà, la sua longanimità; è lì soprattutto che si trova il Verbo stesso, la Santissima Trinità.
 
Ma, nel mentre che attira il suo Sacerdote a sé, Cristo con la sua grazia sacerdotale si dà a lui, gli dona il suo cuore.
“Io susciterò — dice Dio— un Sacerdote fedele che agirà secondo il mio cuore” (I Sam., II 35).
“Voglio che tu dica ai miei Sacerdoti che dono loro il mio Cuore”, diceva Nostro Signore alla Madre Luisa Margherita Claret de la Touche (CLARET DE LA TOUCHE, L.M., Al servizio di Dio-Amore – Torino, Libreria del Sacro Cuore, 1949, p. 270).
“Egli si spande in noi — scrive l’Olier — s’insinua in noi, imbalsama l’anima nostra e la colma delle disposizioni interiori del suo spirito, di maniera che, della nostra anima e della sua non ne fa che una sola” (Olier, j.j., Vie et vertus Chrétiennes; cap. II).
Omnia mea tua sunt. omnia tua mea sunt” (Jo.. XVII, 10). Tutto è messo in comune. Gesù dà al suo Sacerdote tutto quello che ha e gli apre tutti i segreti del suo Cuore.
Nei suo commento sui versetto del Cap. 15 di S. Giov. “Vos dixi amicos”, S. Tommaso scrive queste parole profonde: “E’ un segno di vera amicizia che l’amico riveli all’amato i segreti del suo cuore, perché, dato che gli amici fra loro non formano che un cuore solo e un’anima sola, cor unum et anima una. ciò che si rivela all’amico, non sembra uscire fuori dal proprio cuore, non videtur amicus extra cor suum ponere quod amico revelet” (THOMAS AQUINAS, S., In Joann., XV, lect. 3; Contra Gent., IV, 21). E Pio X nella sua Lettera ad Clerum “Haerent animo” applica al Sacerdote le parole di S. Paolo ai Filippesi (Ad Phil., II, 8): “Poiché il volere e l’evitare le medesime cose, è il pegno più sicuro dell’amicizia, siamo obbligati, come amici, a nutrire gii stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù, tenemur ut amici sentire in nobis quod et in Christo Jesu” (PIUS PP., X, Exhortatio ad Clerum Catholi***** “Haerent animo”, in Acta S. Sedis, XLI, 1908, p. 558; traduz. italiana cfr. GAMBA, U., Padova, Libreria Gregoriana, 1951, p. 35).
Fra lui e noi è davvero l’unione totale, l’unita, perché in terra noi occupiamo il suo posto, viviamo la sua vita e la rappresentiamo. La vita interiore dei Sacerdote è la vita interiore di Gesù comunicata al Sacerdote.
Ma. se egli si dona tutto a noi, attende da noi che ci doniamo totalmente a lui.
«Gesù è del Sacerdote! Il Sacerdote pure è di Gesù: è necessario che vi sia reciprocità. E siccome Gesù si è donato per intero al Sacerdote, cosi il Sacerdote per intero deve essere di Gesù. Per intero: il suo spirito, il suo cuore, il suo corpo (…) Gesù può disporre di lui con lo stesso potere con cui il Sacerdote dispone di Gesù» (CLARET DE LA TOUCHE, L.M., Al servizio di Dio-Amore – Torino, Libreria del Sacro Cuore, 1949, p. 331).
Sono queste le esigenze di una vera amicizia. Noi dobbiamo lasciare Nostro Signore libero di prendersi in noi tutto quello che vuole e cooperare con tutto il cuore alle grazie, che non cessa di darci per compiere questa unione nella quale consiste la santità.
Dunque colui che ama porta, in un certo senso, l’amico nel suo cuore per il fatto che pensa sempre a lui. di più. egli è come trasfuso nell’amico, per il fatto che fa suoi il bene ed il male di lui (Cfr. THOMAS AQUINAS, S., Summa Theol., I-II, q. 28, a. 2). Così è della carità sacerdotale. Essa fa penetrare Cristo— Sacerdote nell’anima nostra e ci invita a pensare continuamente a lui come Sacerdote: c’introduce nella sua anima di Sacerdote e ci fa abbracciare tutti i sentimenti che egli aveva nel suo Cuore Sacerdotale.
“Il suo cuore è mio! —esclama S. Bonaventura—. Non è forse Cristo il mio Capo? Come mai ciò che appartiene al mio capo non sarebbe mio? Al modo stesso che gli occhi dei mio capo corporale sono cosa mia, anche il cuore del mio capo spirituale è veramente mio… Con questo cuore che è vostro e mio, o Gesù dolcissimo, adorerà il mio Dio” (BONAVENTURA A BALNEOREGIO, S., Vitis mystica, c. 3, n. 4. Quest’opuscolo del Dottore Serafico è stato spesso attribuito a S. Bernardo, sotto il cui nome è stato utilizzato nel secondo notturno della Festa del Sacro Cuore. Il passo qui citato, nonostante la sua autenticità, è stato omesso. Senza dubbio, questo testo non riguarda espressamente il Sacerdote, ma nulla vieta di applicarlo in modo tutto speciale a lui).
Quando tale carità ha un alto grado d’intensità, sotto la mozione dello Spirito Santo, essa genera una certa esperienza di quella mutua compenetrazione. E’ il dono della Sapienza che ci dà coscienza di quest’amore reciproco e, per effetto di tale amore in noi, ci fa sperimentare la presenza di Cristo-Sacerdote nell’anima nostra, sopratutto la trascendenza della sua divinità, nella quale noi siamo come immersi: “In ipso vivimus. movemur et sumus” (Act., XVII, 28). Abbiamo, allora, i’intima e oscura convinzione che tutto quello che già crediamo per fede, tutto ciò che sappiamo attraverso la nostra scienza acquisita, dalla teologia o dalle nostre meditazioni è vero, anzi infinitamente più grande di quanto possiamo immaginare. Cosi, l’amore stesso che avevamo per Dio e per Cristo Sacerdote si trova interamente trasformato e immensamente dilatato.
Tutti i Santi, senza dubbio, hanno avuto quest’amore di fuoco che sorpassa l’umano modo, e perciò furono Santi. La santità sacerdotale, tuttavia, riveste una modalità speciale, per il fatto che è lo sboccio perfetto della grazia sacramentale dell’Ordine. La carità sacerdotale genera perciò una conoscenza mistica di un carattere particolare: un Sacerdote non è santo, o meglio, non è un santo Sacerdote, se non fa dell’unione con Cristo-Sacerdote l’essenza stessa della sua santità. La ragione si è che la sua contemplazione mistica implica una certa conoscenza sacramentale del sacerdozio di Cristo. Non si arresta lì, perché l’oggetto è Dio stesso nella sua infinita trascendenza, ma passando attraverso Cristo Sacerdote, riceve un modo speciale, che, normalmente, la contemplazione mistica dei laici non ha.
Così, grazie al dono della sapienza, il Sacerdote fervente, attraverso i velami della fede, prende già possesso di colui che s’è donato a lui per amore, Egli tocca il Maestro in un modo tutto spirituale, lo gusta, al di sopra di ogni consolazione sensibile, e vede senza vedere quanto è buono il Signore: “Gustate et videte quoniam suavis est Dominus” (Commentando questo testo, S. Tommaso dimostra che l’analogia del gusto esprime la natura dell’esperienza mistica meglio di quella del tatto, perché questo resta alla superficie delle cose, mentre il gusto le fa penetrare in noi e penetra, a sua volta, nella loro sostanza: “Exhortamur ad experientiam divini consortii. Experientia de re sumitur per sensum, sed aliter de re praesenti et aliter de absenti; quia de absente per visum, odoratum et auditum, de praesenti vero per tactum et gustum. Sed per tactum de extrinseca praesenti, per gustum vero de intrinseca. Deus autem non est longe a nobis nec extra nos, sed in nobis. Et ideo experientia divinae bonitatis dicitur gustatio” In Ps., 33, 9). Ma egli partecipa altresì, più degli altri, alle sofferenze intime dell’anima santa di Gesù, di maniera che la sua contemplazione mistica è lungi dall’essere sempre soave.
 
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Questa unione totale e questa presenza ineffabile si realizzano in sommo grado nella Messa. Là veramente il Cuore di Gesù si dona al cuore del Sacerdote e gli affida tutti i suoi segreti: in quel momento, in forza della carità, essi non sono ormai che una cosa sola e quanto Nostro Signore lascia intravedere dei suoi sentimenti non esce affatto dalla sua anima per passare nell’anima del Sacerdote: non videtur amicus extra cor suum ponere quod amico revelet (Cfr. THOMAS AQUINAS, S., In Joann., XV, lect. 3; Contra Gent., IV, 21).
E’ questa la sorgente sempre zampillante della santità sacerdotale. Se siamo fedeli alla grazia sacramentale, che ci è stata data per adempiere santamente ciò che la nostra potestà ci concede di fare, ogni Messa deve farcì conoscere sempre più i segreti del Cuore sacerdotale di Gesù e sempre più deve unirci a Lui. Nei disegni dell’Amore Infinito è assolutamente certo che ogni nostra Messa dovrebbe essere più fervente della precedente. “Ho bramato ardentemente, desiderio desideravi, di mangiare questa Pasqua con voi” (Luc., XXII, 15): è con intensa brama che ho desiderato celebrare questa Messa con voi. con te, oggi.
Nella Messa, come sul Calvario, c’è un ordine nella carità che avvampa il Cuore sacerdotale di Gesù: l’ordine della carità; e quest’ordine il Sacerdote deve farlo suo. Prima di ogni cosa Gesù ama il Padre suo, e l’ama più di tutto ciò che esiste; ama poi la Madre sua, la Vergine Santissima, e l’ama più di tutte le creature del cielo e della terra; in seguito Gesù ama gli uomini, che viene a raccogliere e salvare, ed il suo Cuore sacerdotale li ama nello stesso ordine in cui il Padre, Lui stesso, come Verbo di Dio, e lo Spirito Santo li amano di un amore unico ed infinito; ordine nascosto nella prescienza divina e che ci resta ignoto anche nel Santo Sacrificio, ma al quale aderiamo nella fede, come aderiva la Santissima Vergine ai piedi della Croce.
Cosi, rispettando e facendo suo l’ordine stesso della carità del Cuore sacerdotale di Cristo, il Sacerdote si unisce alle intenzioni per le quali Gesù offrì allora il Sacrificio del Calvario ed offre ora la Messa in lui.
Dai teologi, queste intenzioni sono riportate al numero di quattro, che essi chiamano i quattro fini del Sacrificio: la Messa — dicono — è offerta per adorare Dio. ringraziarlo, ottenere grazie da lui e riparare il peccato.
Senza indugiarci a considerare dettagliatamente in qual modo il Cristo ci faccia partecipare a questi diversi atti della sua preghiera sacerdotale, ci basti dire quanto sia inaudito che dei poveri uomini come noi, che non diversamente dai semplici fedeli restiamo pur sempre uomini quanto alla nostra natura decaduta, siamo scelti, elevati si può dire, ex hominibus assumptus — come scrive S. Paolo (Hebr., V, 1) — a tenere il posto di Nostro Signore Gesù Cristo nella sua preghiera al Padre.
Come Sacerdoti, infatti, noi siamo mediatori tra Dio e gli uomini in quanto rappresentanti dell’Unico Mediatore, ma, proprio perciò, nella Messa noi, in un certo senso, non abbiamo più mediatore fra noi e il Padre. I fedeli vedono in noi Cristo Sacerdote, non vanno al Padre se non per mezzo nostro ma noi, all’altare “siamo” il Cristo e ci troviamo direttamente dinanzi al Padre. Certo, noi aderiamo con tutto il cuore a Cristo Sacerdote che parla al Padre attraverso le nostre labbra, ed a Cristo Vittima che è lì dinanzi a noi in luogo del pane, ma ciò nonostante è al Padre che, in nome di Cristo, ci rivolgiamo e fra lui e noi non v’è nessuno. Siamo, allora, pienamente identificati con Cristo; riviviamo tutti i sentimenti che Egli aveva per il Padre suo sulla Croce, sentimenti d’amore e di adorazione profonda, di riconoscenza infinita, desiderio intenso della gloria divina e dell’avvento del regno di Dio nel mondo. Rileggiamo, in tale spirito, le preghiere del Prefazio e del Canone, pensiamo che noi pronunciamo le parole del Pater nella persona stessa del Cristo e, soprattutto, uniamoci all’amore attuale che egli in quel momento ha per il Padre suo. Quale meraviglia che il nostro cuore serva allora a Cristo Sacerdote di canale, d’organo vivente per amare e adorare il Padre? In tutta verità, qui entriamo nel Santo dei Santi, carpiamo il segreto più grande del Cuore di Gesù, intercettiamo — oserei dire— le relazioni del Verbo Incarnato col Padre, e questo ogni giorno, per tutta la durata della vita, mentre il Sommo Sacerdote dell’Alleanza tremava nel penetrare, una volta l’anno al di là del velo del Tempio.
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Il Sacrificio della Messa è. però, anche un Sacrificio di espiazione e di riparazione che rinnova il Sacrificio della Croce, consumato nella sofferenza e nel sangue. Ciò non è senza riflessi sul modo dell’unione del Sacerdote con Nostro Signore nella Messa e nella sua vita di preghiera.
Gesù non è solo il Sacerdote del suo Sacrificio, ne e anche la Vittima santa.
Senza dubbio, il Sacramento dell’Ordine non da a colui che lo riceve se non il potere di essere strumentalmente Sacerdote e, come tale, di rappresentare Cristo Sacerdote, partecipa al Sacrificio che ha offerto e si unisce alla Vittima divina della Messa come a rappresentare l’unione inscindibile del Sacerdote e della Vittima nella persona stessa di Cristo (Cfr. THOMAS AQUINAS. – Summa Theol. IIIª Q 82 a. 4).
“Ogni qualvolta mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte del Signore” (I Cor, XI, 26).
Nella Comunione nostro Signore si dona al Sacerdote – anche a tutti gli altri fedeli, senza dubbio, ma soprattutto al Sacerdote – come Vittima e Ostia del suo Sacrificio.
 
Egli ci insegna così che, se vogliamo essere davvero suoi amici, non basta essere Sacerdoti, ma dobbiamo partecipare anche ai suoi sentimenti di Ostia, far fluire tali sentimenti nella nostra vita, in breve; dobbiamo essere anche noi vittime e ostie del nostro Sacerdozio, in unione con lui. Il Pontificale ce l’ha insegnato, il giorno della nostra Ordinazione: “Agnoscite quod agitis, imitamini quod tractatis”. I Padri della Chiesa hanno detto spesso ai Sacerdoti che essi devono essere vittime, appunto, in forza del loro Sacerdozio. Ricordiamo solamente due testi ben noti. Il primo è di S. Gregorio Magno: “Noi che celebriamo i misteri della Passione del Signore dobbiamo imitare quello che facciamo. Allora, dinanzi agli occhi di Dio, vi sarà davvero un’ostia per noi, quando ci saremo fatti ostie noi stessi” (“Qui Passionis dominicae mysteria celebramus, debemus imitare quod agimus. Tunc ergo vere pro nobis hostia erit Deo ***** nosipsos hostiam fecerimus” GREGORIUS MAGNUS, S., Dial., IV, 59; P.L:, 77, 428).
Il secondo testo è di S. Paolino da Nola; “Il Signore stesso è l’ostia di tutti i Sacerdoti, vittima del suo Sacerdozio e Sacerdote della sua vittima… Ed i Sacerdoti sono ostie anch’essi” (“Ipse Dominus hostia omnium sacerdotum est, qui semetipsum pro omnium reconciliatione Patri libans, victima sacerdotii sui et Sacerdos suae victimae fuit; cuique nunc ut uni omnium Domino omnis nova creatura sacrificium est; ipsique sunt hostiae sacerdotes”. Ep. XÏ ad Severum, 8. P.L. 61, 196; cfr anche S. CIPRIANO, Ep. LXXVII, 3 e S. GEGORIO NAZIANZENO, Oratio II Apol., n. 95; P.G., 35, 498. Tra gli autori moderni, cfr. OLIER, J.J. Traité des Saints Ordres, P. III, cap. 4; e GIRAUD, S.M. Prêtre et Hostie, L.II, cap. 3, 23, Paris 1891, T. 1, p. 288-293 e 573-593).
Non crediamo noi troppo facilmente che queste grandi parole di ostia e di vittima siano riservate ad anime privilegiate, la cui vocazione sia al di fuori dell’ordinario? Gesù aveva chiamato i suoi tre più cari discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, a partecipare alla sua agonia ed ha voluto che uno di essi, quello che egli amava di un amore tutto particolare, fosse ai piedi della Croce con la Madre sua. E gli altri due sono morti martiri.
La partecipazione alla Passione che Nostro Signore domanda ai suoi Sacerdoti, il più delle volte, non è d’altronde una partecipazione cruenta, ma una comunione interiore ai sentimenti del suo Cuore, ed una prova di tale unione con una vita veramente mortificata.
La celebrazione quotidiana del Sacrificio della Messa dovrebbe farci prendere parte con tutto il cuore alle sofferenze fisiche e morali di Gesù e farci provare, in qualche modo, l’agonia del suo Cuore. Come è possibile che un Sacerdote celebri la Santa Messa per venti o trent’anni senza essere preso fino alle midolla del suo essere dalla angoscia spaventosa di Cristo in Croce? Le leggi dell’amicizia esigono —l’abbiamo visto — che si prendano su di se i mali e le sofferenze di colui che si ama, al punto di considerarle proprie (Cfr. THOMAS AQUINAS. – Summa Theol. 1-IIª Q 28 a. 2).
 
 Nella già citala lettera Haerent animo, dopo aver ricordato che il Sacerdote, come amico, in virtù della natura stessa dell’amicizia, idem velle et idem noIle, è tenuto a provare, in se stesso ì sentimenti di Cristo Gesù. Pio X aggiunge: “Come ministri del Sacrificio, la cui virtù è continuamente rinnovata per la vita del mondo, dobbiamo renderci conformi in spirito a colui che s’è offerto a Dio come ostia immacolata sull’altare della Croce” (PIUS PP. X., Exhortatio ad Clerum “Haerent animo”, A.S.S., XLI, 1908, p. 558).
Quali grazie Nostro Signore non riserva a quei suoi Sacerdoti che, durante la loro Messa, entrano così nella sua anima santa per comunicare al suo dolore! Per questo, non occorrono lumi straordinari: basta contare sulla grazia sacramentale dell’Ordine, la grazia sacerdotale che ci santifica negli atti stessi del nostro Sacerdozio. In questa grazia, infatti, c’è la carità e, conseguentemente, l’amicizia con Cristo.
Tuttavia, per mezzo dei doni dello Spirito Santo, questa partecipazione alle sofferenze di Nostro Signore può rivestire un modo che sorpassa quello della carità lasciata a se stessa. Il Sacerdote partecipa allora a quella notte misteriosa che, durante la crocifissione, avvolse l’anima di Gesù, senza privarla della visione beatifica.
“E’ certo — scrive S. Giovanni della Croce — che negli estremi momenti (Gesù) rimase anche abbandonato e quasi annichilito nell’anima, essendo stato lasciato dal Padre senza consolazione e conforto alcuno, bensì nella più profonda aridità, tanto che sulla Croce proruppe in quel doloroso lamento: “Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? (Matt. XXVII. 46): Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questo certamente fu il più grande abbandono che sperimentò nella sua carriera mortale. Quindi è che proprio allora compì l’opera più grande di quante mai in vita avesse fatte per miracoli e prodigi strepitosi: l’opera con la quale riconciliò ed unì il genere umano con Dio, per mezzo della grazia. Ciò avvenne appunto allorché l’amoroso Signore era più avvilito ed umiliato in tutto… Di qui l’uomo spirituale intende il mistero della porta e della via che è Cristo, per unirsi con Dio… E quando alfine giungerà a ridursi al nulla cioè a stabilirsi in una somma umiltà, allora si che potrà dirsi avvenuta ormai l’unione spirituale tra l’anima sua e Dio, ciò che costituisce il più grande e sublime stato a cui in questa vita si possa pervenire. L’unione divina non consiste, dunque, in gioie o sentimenti o delizie di spirito, ma in una viva morte di croce…” (IOANNES A CROCE, S., Opere tradotte in italiano a cura dell’Ordine dei Carmelitani scalzi, vol. I, Salita del Monte Carmelo. – Milano, S. Lega Eucaristica, 1927; L. II, cap. 6, n. 7, pp. 88-89).
Il Sacerdote che è entrato in questa via regale non celebra più la sua Messa come prima. Egli prova, ora, nell’anima, una sofferenza analoga a quella dell’anima di Gesù crocifisso. In realtà, nella Messa egli riproduce e continua, per cosi dire, “sacramentalmente” questa sofferenza, offrendo a Cristo un Corpo ed un’anima per far rivivere e perpetuare la sua Passione nel nostro tempo. Il Sacerdote fedele, che e immerso in un’aridità indipendente dalla sua volontà e che si crede abbandonato da Dio, tocca così, sotto l’impulso dello Spirito Santo, le vette dell’identificazione con Cristo Sacerdote e Ostia.
Ma questa unione deve essere provata con l’imitazione, con una vita veramente crocifissa. E" il senso che il Pontificale dà all’agnoscite quod agitis et imitamini quod tractatis, poiché aggiunge subito le parole di S. Paolo ai Galati: “Voi crocifiggete la carne con i suoi vizi” (Gal, V, 24). E S. Tommaso precisa che ci si deve comunicare nella Messa per manifestare che si partecipa interiormente al Sacrificio offrendo se stessi a Dio (Cfr. THOMAS AQUINAS. – Summa Theol. IIIª Q 82 a. 4).
Nostro Signore, infine, può domandarci di versare il sangue per lui. S. Tommaso esige che i Sacerdoti vi si dispongano interiormente in modo da essere pronti, presentandosi l’occasione, a farlo effettivamente, al fine di conformarsi a Cristo Crocifisso, che scende nelle loro mani (“Omnes clericorum ordines ordinantur ad altaris ministerium in quo sub sacramento repraesentatur Passio Christi (…) Et ideo competit eis esse paratos ad propriam sanguinis effusionem pro Christo, ut imitentur opere quod gerunt ministerio”. THOMAS AQUINAS. – Summa Theol. II-IIª Q 40 a. 2. “Christo occiso (…) omnes ministri praedicti sacramenti (Eucharistiae) debent conformari”. Ibid, Suppl., Q. 39, a. 3).
E’ quanto fecero i Santi: essi furono dei Sacerdoti crocifissi, crocifissi nella carne e crocifissi nell’anima, perché erano uniti a Cristo crocifisso, al Sacerdote ostia del proprio sacrificio. Di taluni, come di S. Ludovico Grignion de Montfort, si è potuto dire che erano “dei crocifissi viventi”. E’ questa l’identificazione suprema che Cristo realizza nei suoi amici più cari e più fedeli alla loro grazia sacerdotale. Infatti, per elevata che sia, questa grazia sacerdotale non è altro che l’espansione completa della grazia sacramentale dell’Ordine ed il frutto di una celebrazione ognora più fervente della Messa in unione col Sacro Cuore di Gesù.