Ostia e sacerdote: La prima origine del sacerdozio è nel seno del Padre

Spiritualità

P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

Del sacerdozio di nostro signore Gesù Cristo, del suo stato e delle sue disposizioni di Ostia


LIBRO PRIMO

 

CAPITOLO PRIMO
La prima origine del sacerdozio è nel seno del Padre

 

Nella Trinità Santa, l'Essenza divina, vivente, eterna, immutabile, oppure con una parola più semplice, Dio, è il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo.

Il Padre, il quale è senza Principio, è necessariamente, essenzialmente, eternamente, il Principio del Figlio, e, nel Figlio e col Figlio, il Principio dello Spirito Santo. È Principio del Figlio e di tutto quanto è il Figlio; Principio della Natura come della Personalità del Figlio.

Il Padre dà al Figlio tutto il suo Essere e tutto quanto è suo, fuorché di essere senza principio, di non essere generato, di essere Padre; perché quello stato che, per il Padre, consiste nell'essere innascibile e senza principio, è essenzialmente e assolutamente proprio del Padre; ma tutto il resto viene comunicato al Figlio: Eternità, Immensità, Immutabilità, Scienza, Potenza, Santità, Beltà, Felicità, la intera natura divina in una parola, e parimenti tutto quanto è il Padre, come Persona divina, riguardo allo Spirito Santo,

Lo Spirito Santo procede dal Figlio come dal Padre; ma dal Padre il Figlio riceve la virtù di dare origine allo Spirito Santo; ed essendo questa virtù quella medesima del Padre il Figlio non è il Principio distinto dello Spirito Santo, ma Principio unico col Padre.

Ed è così che il Padre e il Figlio non sono che una cosa sola, e sono eguali in tutto, essendo essi un solo Dio con lo Spirito Santo. Unità perfettissima che è l'Essenza della Natura divina, uguaglianza oltremodo assoluta che è la perfezione della Trinità.

Ma di tale unità di Natura e di tale uguaglianza di Persona, il Padre ancora è l'autore, il Principio primo, unico, sostanziale e necessario: e il Figlio, come lo Spirito Santo, riceve dal Padre di essere uno con Lui e suo coeguale.


Ci sembra che all'inizio di questo Libro sul Sacerdozio di GESÙ CRISTO, dobbiamo con umiltà e amore innalzare le nostre menti e i nostri cuori sino alle sublimi profondità ed ai segreti adorabili del seno deI Padre.


Ne consegue che il Verbo, anche in quanto Dio e Figlio eterno, benché per nulla inferiore al Padre e in tutto a Lui simile, può già dire quella parola che pronuncerà più tardi, nella sua Umanità (ma non secondo tutta l'estensione con cui verrà proferita nel tempo): «Il Padre mio è maggiore di me») (Gv 14, 28): maggiore di me, non nella natura, ma maggiore perché è Principio, Sorgente e Origine unica di tutto ciò che sono e di tutto ciò che opero (6).

Ma il Figlio, se può e necessariamente deve dire tale parola afferma per ciò stesso che, nella sua qualità di Figlio, Egli è la gloria del Padre. Essere la gloria del Padre, è questo per così dire l'essere del Figlio, il suo stato, la sua condizione (se tali espressioni non sono troppo al disotto del soggetto). Infatti, essendo Figlio, Egli è «il candore della Luce eterna, l'immagine della Bontà di Dio, lo Splendore della gloria di Lui, la Figura della sua sostanza») (7): espressioni tutte che significano come il padre, riconoscendo se stesso nel Figlio suo, vegga pure in Lui il suo Eguale e quindi la sua gloria, tutta la sua gloria, gloria essenzialmente degna di se stesso, appunto perché quel suo Figlio gli è in tutto eguale. Se vi fosse, in questo suo Figlio, qualche disuguaglianza, e, in conseguenza, qualche inferiorità, come mai il Padre sarebbe pienamente glorificato in Colui che non sarebbe tutto «lo splendore della sua luce e tutta la figura della sua sostanza»?

Il Figlio è la gloria essenziale del Padre; - il Figlio, e non già lo Spirito Santo; perché, non procedendo per via di generazione, lo Spirito Santo non è l'immagine del Padre: esso è l'amore del Padre e del Figlio, la loro unione (8).

Il Figlio dunque solo è la gloria del Padre, eterna, infinita, assolutamente perfetta; ed Egli si compiace di essere questa gloria. Con una gioia elevata e sublime quanto la sua qualità di Figlio unico, Egli si compiace di essere, in uno stato essenziale e con un atto incessante, tale gloria amabilissima e infinitamente bella: nel suo stato essenziale, vale a dire, in quanto è Figlio, Verbo, Dio coeguale, Immagine sostanziale e personale, Splendore assolutamente simile alla Luce che è il suo Principio; e con un atto incessante, che è l'atto dell'amore ch'Egli porta a quell'adorabile Principio, atto di amore permanente, sostanziale e necessario, il quale è la Processione di una Persona divina, cioè, dello Spirito Santo.

 

Il Figlio è la gloria eterna del Padre. Ma essere tale gloria, amare questo stato e trovarvi compiacimento, produrre l'atto che corrisponde a questa compiacenza. atto che è l'Amore e l'Amore infinito di Colui che è il Principio di questo stato, cos'è tutto questo se non esercitare verso di Lui una specie di Sacerdozio? Cos'è mai il Sacerdozio se non l'onore e la gloria di Dio? Lo ha detto san Paolo: «Ogni Pontefice è stabilito per quelle cose che riguardano Dio» (Eb 5, 1). È vero che questa parola dell'Apostolo venne detta del Sacerdozio quale esiste dopo il peccato, Sacerdozio di mediazione e di espiazione, e quindi che;implica in colui che ne è rivestito una vera e necessaria inferiorità relativamente a Colui che ne riceve l'omaggio. Ma, se dare a Dio, in questo ministero inferiore, una gloria accidentale, è un atto sacerdotale, nello stato del Figlio che del Padre è la gloria propria essenziale; e nell'atto incessante e infinito di amore che corrisponde a tale stato, non vi sarà forse una sorte di Sacerdozio sublime, veramente e in ogni maniera eccellente, superiore ad ogni altro Sacerdozio, tipo ed esemplare eterno di ogni Sacerdozio e di ogni Religione? Parecchi Padri lo hanno pensato (9).

San Cirillo di Gerusalemme, scriveva: «Cristo è Sommo Sacerdote: possiede un Sacerdozio immutabile, che non ha avuto principio col tempo e non ha bisogno di altro sacerdozio che gli succeda. Non l'ha ricevuto per successione secondo la carne; non è stato unto con olio figurativo; ma è stato unto dallo stesso Padre. prima dei secoli» (10).

Dopo aver citato numerosi testi patristici, Thomassin, conclude in questi termini:

«Bisogna distinguere due sorte di Sacerdozio: il primo che non si esercita che nella umiltà e nella servitù; l'altro che non ha nulla di simile. ma è sublime e al disopra di tutto quanto rassomiglia ad un abbassamento qualsiasi... E’ questo secondo Sacerdozio quello che può, fin dall'eternità, essere esercitato dal vero Figlio del Padre, verso di questo Padre che è Autore e Principio di Lui. Infatti, secondo il sentimento di un gran numero di Padri e dei più meritevoli di considerazione, anche in quanto Dio il Verbo ha detto: «Il Padre mio è maggiore di me». E’ un Dio che rende omaggio a un Dio: è l'Onnipotente che rende gloria all'Onnipotente, che riconosce di essergli debitore di tutto l'essere suo, che gli rende grazie, che eternamente gioisce di essere ciò che è, ossia la gloria del suo Principio. Evidentemente questa specie di Sacerdozio, magnifico glorioso, il quale non è altro che grandezza ed elevazione, non è punto contrario alla dignità del Verbo; ed è per questo che i Padri non hanno avuto timore di attribuirglielo» (11).

Per altro, non sembra forse la Scrittura stessa iniziarci a questo mistero dell'Eternità? La Sapienza, che è il Verbo, rivelando la sua origine eterna, nel libro dell'Ecclesiastico, tiene questo magnifico linguaggio:

«Sono uscita dalla bocca dell'Altissimo... Creata fin dal principio e prima dei secoli, per tutto il futuro secolo non verrò mai meno; ed esercitai il mio ministero dinanzi a Dio nella santa abitazione». «La sapienza, commenta Cornelio a Lapide, viene chiamata Sacerdote di Dio; essa ne custodisce i misteri, egli offre vittime sante» (12).

Questo si può intendere, è vero, del ministero sacerdotale che il Verbo divino ha adempito nel tempio di Gerusalemme, nella persona dei sacerdoti della Legge antica. Ma sembra molto naturale di elevarsi più alto e di riconoscere, in quel ministero dell'Eterna Sapienza, il Sacerdozio sublimissimo ch'essa esercita nel seno del Padre il quale, in modo eccellente, «è l'abitazione santa».

Grande e luminosa dottrina che, dopo tali considerazioni, non meraviglia più nessuno, e della quale dobbiamo ancora rivelare un altro segreto.
Queste sono verità grandi e degne di tutti i nostri omaggi. Eccone ora la conseguenza

Il Figlio, è vero, esercita, alla gloria del Padre, un Sacerdozio eterno; ma il Padre Lui medesimo è propriamente il primo Sacerdote della sua propria gloria; poiché quel Figlio che è la sua gloria, Egli stesso lo dà a se medesimo, e se lo dà perché sia la sua gloria (13).

Nelle opere immanenti della Trinità, come nelle opere esterne del tempo. «Dio fa tutte le cose per sé, propter semetipsum» (Prov 16, 4). E poiché Egli dà a se medesimo quel Figlio, non liberamente ma necessariamente, non accidentalmente ma essenzialmente, sostanzialmente ed eternamente, si dirà del Padre, nel modo più assoluto, ch'Egli stesso è il Pontefice della sua gloria eterna e sostanziale. Padre e Pontefice, in Dio è tutt'uno; come nel Verbo, Figlio e Gloria del Padre è tutt'uno. Epperò, se questo Verbo si farà uomo, noi lo udiremo dire fra gli uomini:

«Io non cerco altro che la gloria di colui che mi ha mandato. Se glorifico me stesso, la mia gloria è un niente) (Gv 8, 50-54). Certo, queste umili parole convengono a GESÙ CRISTO soltanto secondo la natura umana di cui è rivestito, ma, sono, nel tempo, un'eco della lode che il Verbo dà al Padre suo da tutta l'eternità (14).

O Lode! o Cantico! o Verbo che il Padre dice a se stesso e che il Figlio dice pure, nell'Amore sostanziale che è il loro Spirito!

O Sacerdozio eterno del Padre che onora e glorifica se stesso con una tal gloria! O Sacerdozio eterno del Figlio che è la sostanza, il fondo, l'essere medesimo di questa gloria! O Seno del Padre, solo Tempio degno di tale Sacerdozio! O spirito Santo, Focolare d'amore! Amore unico del Padre e del Figlio, unico centro dove si compie nella sua più sublime perfezione la Religione ineffabile di questo sacerdozio (15)! Trinità Santa, che bastate a Voi stessa e siete a Voi medesima la vostra Lode, la vostra Religione, la vostra Gloria! Mistero impenetrabile e amabile, in cui adoro il Padre come il primo Pontefice, che dà a se stesso l'unica gloria degna di se stesso: il Figlio suo; - Mistero in cui adoro il Figlio, infinitamente beato di essere la gloria e la lode del Padre, gloria e lode che Gli rende con un Amore infinito; - Mistero in cui adoro questo Amore che è lo Spirito Santo, Comunione del Padre e del Figlio: Misteri che ci portano a riconoscere, in tali splendori eterni, immutabili e sostanziali, l'esemplare e il tipo di ogni Sacrificio: un Pontefice, una Lode, una Comunione. O Profondità, che linguaggio umano non può svelare! O Sublimità, che da qualsiasi parola viene umiliata e abbassata! O Mistero, Principio necessario di tutti i misteri! O beata, o amabile, o incantevole Trinità! Io mi elevo verso di voi con umiltà e confusione, all'inizio di questo lavoro; sento che esso è molto al disopra delle mie forze; ma lo incomincio con amore, e favore delle anime dei miei Confratelli nel Sacerdozio, benché io sia indegno di servirli. - Preservatemi da ogni errore e da qualsiasi presunzione. La vostra luce mi illumini, la vostra Grazia mi diriga, la vostra unzione si diffonda in tutte le mie parole ! Voi siete l'unico Principio di ogni cosa in quest'opera, siatene pure l'unico Fine!


NOTE

(6) Deus Verbum, etiam qua Deus est, ut plerique spectatissimi inter Patres assentiuntur, de Patre ait: Pater major me est. THOMASSIN, De Incarn., lib, X, cap.

(7) Hebr., I, 3. - Coloss., I, 15. - Sap., VII, 26.

 

(9) Vi sarà forse qualche sottigliezza nelle considerazioni dell'Autore sul Sacerdozio del Verbo nel seno del Padre; ma sarebbe ingiusto qualsiasi sospetto di errore ed anche solo di esagerazione nei termini come nel pensiero. Le spiegazioni dell' Autore medesimo tolgono ogni equivoco: per altro egli è coperto dall'autorità di Thomassin e dei Padri citati in conferma. - Nota dell'editore francese.(11) De Incarn., lib. X,cap. IX.

(10) Christus est Summus Sacerdos, immutabile habens sacerdotium, quod neque a tempore coepit, neque successorem alium habet Sacerdotii... Non ex corporea successione accipiens sacerdotium, neque fictitio oleo unctus; sed ante saecula a Patre. - Catech., X.

 

(12) Eccli., XXIV, 5, 14. - Sapientia vocatur Mustes, id est sacerdos et mystes, qui arcana Dei servat, eique sanctas sacrificat victimas. ­ A. LAP.. In hunc locum.

(13) Parecchi santi Dottori non han dubitato di dire che il Verbo, in quanto Verbo, può chiamarsi Cristo: perché questa parola significa Unto: essa esprime, dicono essi, la generazione eterna del Figlio di Dio, generazione per la quale la comunicazione della natura divina è come l'unzione con cui il Padre eternamente lo consacra. Un tal linguaggio in apparenza è ardito, ma non esprime altro che il Mistero del Padre che dà a se medesimo un Figlio che gli è in tutto uguale ed è la gloria sostanziale. Cfr.. THOMASSIN. De Incarn., lib. VI, cap. III.

(14) Si riconoscerà chiaramente che la nostra dottrina non ha nessun rapPorto con quella che il P. Petau giustamente denuncia come ariana, e che Eusebio di Cesarea sembra aver formulata in questi termini: Qui videbatur erat Agnus Dei, qui occultabatur Sacerdos Dei (opusc. I, cap. III). Ubi qui occultabatur, dice l'illustre Gesuita, perspicue divininatem Christi significat. PETAU, De Incarn.. lib. XII, cap. XI.I, q, XXXVII, art. I.

(15) Cfr: s. TH.

IX. - Questa parola: Pater major me est, da parecchi Padri applicata al Verbo prima dell'Incarnazione, esprime unicamente, nel loro pensiero, la gerarchia essenziale della SS. Trinità, nella quale il Padre è veramente il primo, e il Verbo è il secondo, benché uguale e consustanziale al Padre. Senza dubbio si potrebbe opporre che non è questo il senso letterale del testo; ma se si può contestare una tale applicazione, la dottrina, intesa con la restrizione indicata, è perfettamente teologica. - Nota dell'editore francese.(8) Solus Filius est imago Patris. - S. AUG., De Trinit., lib. VII. ­ Cfr. S. TH., I, q. 35, art. 2.


Postato il Venerdì, 16 luglio @ 00:00:00 CEST di admin
 
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