L’unione con Cristo Sacerdote nel ministero delle anime

Maria Madre dei sacerdoti

MARIA E IL SACERDOZIO
di Padre Paolo Philippe, O.P.

 PARTE TERZA . La Vergine Santissima e il ministero sacerdotale
Capitolo II. Maria e il ministero dei sacerdoti

Chiamata a collaborare con Nostro Signore all’opera della salvezza, Maria continua questa cooperazione con i suoi ministri.
Li aiuta nei loro ministero con una sollecitudine e una delicatezza incomparabili. Ritrova infatti in loro il Sacerdozio di Cristo.

1. L’unione con Cristo Sacerdote nel ministero delle anime

S. Tommaso dice che il Sacerdote ha due poteri: uno sul Corpo reale, l’altro sul Corpo Mistico (THOMAS AQUINAS, S., Summa Theol. Suppl., Q 36 a. 2), ma aggiunge che questo duplice potere è puramente strumentale: noi siamo soltanto ministri, strumenti per trasmettere la grazia, che, per nostro mezzo, dal capo fluisce nelle membra (Ibid., Q. 36 a.3).
Che dire, se non che le anime, di cui abbiamo la cura, ci sono state veramente affidate? Noi siamo i pastori e padri, le conosciamo per nome e le guidiamo, le generiamo alla vita spirituale e le risuscitiamo se l’hanno perduta, con una semplice assoluzione mutiamo la loro eternità: noi insegniamo loro !e parole di vita e di verità. Insomma, noi esercitiamo su di esse un potere più grande di qualsiasi sovrano della terra, poiché noi entriamo nelle coscienze e le dirigiamo.
Tuttavia, tale potere non è che un potere ministeriale, perché le anime, in definitiva, non ci appartengono (Cfr. le magnifiche pagine del R. P. DEHAU, TH., O.P., in Le Bon Pasteur, Paris, 1942). Esse sono di Cristo, di Dio, e noi non siamo che servi inutili, strumenti in se limitatissimi e debolissimi, ma forti per lui. “Dei adiutores sumus” (I Cor., III, 9).
Dobbiamo, perciò, avere un immenso rispetto per le anime, non accaparrarle, non imporre loro il nostro modo di vedere, non abusare dei nostro potere, cercare, invece, di percepire le intenzioni di Nostro Signore su ognuna di esse e guidarle secondo i voleri di Dio.

Invece di dire che le anime sono del Sacerdote, la Madre Luisa Claret de la Touche scriveva: “il Sacerdote appartiene alle anime! Egli è possessione loro come lo è di Gesù. Essendo proprietà delle anime, non è più dunque padrone di sé, ne può vivere più per se stesso. E’ indispensabile che si doni, si consacri tutto alle anime.
La madre non appartiene al suo figlio? Non deve ella donarsi tutta a lui? Ed il figlio non acquista forse il diritto a tutti i soccorsi ch’ella è capace di dargli nella sua debolezza?” (CLARET DE LA TOUCHE, L.M. – Il Sacro Cuore e il Sacerdozio, Torino, Marietti, 1943, p. 264).
In realtà, la ragione profonda di questa mutua dipendenza tra il Sacerdote e le anime, è dovuta al fatto che il Sacerdote, nel suo ministero apostolico come all’altare, è un prolungamento di Cristo. Egli non è un semplice delegato, che può agire solo quando colui che lo manda è occupato, ma un “alter ego”, uno strumento che forma un tutto unico con lui, un “Cristo continuato”. come dice la Madre Claret de la Touche.
“Il Sacerdote è una creazione d’amore… Dio ha amato tanto le anime che loro ha dato l’unico suo Figlio (…) e quando Gesù ha dovuto risalire nella sua Gloria, nel suo amore, ha creato per le anime il Sacerdote, affinché vi fossero sempre con esse altri Gesù per istruirle, consolarle, assolverle ed amarle.
Ecco perché il Sacerdote deve tanto amare le anime: egli è quello che è, il privilegiato di Dio, un altro Gesù, solo per esse, a causa di esse” (Ibid., p. 179).
“Il Cristo risuscitato e asceso al cielo, ha voluto — in certo modo —  rivivere sulla terra nel Sacerdote e, per mezzo di lui, unirsi ancora visibilmente ed esternamente alle generazioni successive che popolano i secoli…
Dio s’è rivelato all’uomo per mezzo del Cristo; il Cristo continua a rivelarsi all’uomo per mezzo del Sacerdote. Il Sacerdote, dopo Cristo, è dunque una rivelazione visibile e sensibile di Dio, attraverso i secoli, è una misericordiosa estensione del grande mistero dell’incarnazione” (Ibid., – Voleri…, cap. 24, nn. 130, 321).

Il Sacerdote è come il Sacramento dell’amore di Cristo per le anime, il segno vivente ed efficace della misericordia infinita di Dio per gli uomini.
Lo insegna, a parole sue, S. Tommaso: “In quanto collocato tra Dio e gli uomini, il Sacerdote deve raggiungere come due estremi, Dio e l’uomo, Dio con la sua preghiera e l’uomo con la sua misericordia e compassione” (“Debet esse medius inter hominem et Deum; sicut ergo per devotionem orationis debet tangere Deum tamquam unum extremum, sic per misericordiam et compassionem debet tangere alterum extremum, scilicet hominem”. THOMAS AQUINAS, S., In Ep. ad Hebr., V, lect. 1).
Librato, così, fra il cielo e la terra, ii Sacerdote è là dove s’è collocato Cristo stesso, Mediatore e Sacerdote unico. Egli deve essere per gli uomini il rappresentante autentico della misericordia e della compassione di Gesù. Deve, con la sua altitudine e più ancora col suo amore, far comprendere alle anime l’amore e la persona stessa di Nostro Signore.
E’ un fatto sperimentato che i fedeli vogliono vedere in noi il riflesso di Cristo e che si scandalizzano quando scorgono, invece, qualcosa che non è compatibile con l’idea che si fanno di Cristo, in particolare, poiché per essi Gesù è soprattutto la misericordia. la pazienza, la bontà, restano feriti quando vedono un gesto duro, un po’ di disprezzo, degli interessi umani. Come possiamo, invece, con la nostra delicatezza e la nostra indulgenza, far intuire a coloro che ci avvicinano qualcosa di Cristo! Per lo più essi non meditano abbastanza il Vangelo, i fatti e le azioni di Nostro Signore: non resta loro, dunque, altra rappresentazione vivente di Cristo, se non quella che danno loro i Sacerdoti che vedono intorno. E’ pertanto, della più alta importanza che nel ministero noi siamo davvero dei ritratti viventi di Cristo Gesù.

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 Ma si Sacerdote non è soltanto sacramento dell’amore di Cristo per le anime che lo vedono, lo è ancora, in certo modo, per se stesso.

Nulla ci fa comprendere meglio la persona di Nostro Signore quanto il nostro ministero. Senza dubbio, nella Messa noi entriamo nelle zone più segrete del Cuore di Gesù, perché partecipiamo all’offerta di se stesso al Padre, che egli ha fatto sulla Croce e che rinnova in noi. Noi partecipiamo allora alle relazioni intime del Figlio col Padre, siamo i testimoni di quest’atto d amore che è bastato a saldare il debito contratto con la giustizia infinita di Dio. Ma questo ministero è così naturale, si effettua in regioni cosi elevate dell’anima nostra, che rischiamo di non esserne più colpiti, noi che siamo fatti di carne e di sangue.

Al contrario, nel confessionale, noi sperimentiamo quasi sensibilmente l’azione misericordiosa di Cristo in noi: vediamo quasi, come gli Apostoli, i malati guariti dalla nostra preghiera, o almeno, se non vediamo sempre gii effetti della nostra assoluzione, comprendiamo senza fatica, dai sentimenti di compassione per le povere anime che ci sono dinanzi, quale fu, o piuttosto qual’é attualmente, la misericordia infinita di Nostro Signore per i peccatori, per quel peccatore che è lì ai nostri piedi. Quando ad un’anima non sappiamo cosa consigliare e, lì per lì, non ci è possibile consultare qualche confratello, come è confortante poter chiedere la luce a Cristo Sacerdote che è in noi, come è mirabile che noi, poveri uomini, possiamo parlare al Dio dell’eternità di un’anima che egli ha creata, che ama e che ha a noi affidata. Quando, dopo tante ripetute assoluzioni, noi la vediamo ritornare con le medesime colpe, senza che sembra essersi minimamente corretta, ovvero, quando ci troviamo di fronte ad una anima piena di orgoglio, che irride quasi il Signore e che saremmo tentati di spezzare in due o di invocare su di essa il fuoco del cielo, come comprendiamo allora la pazienza, la longanimità, l’indulgenza del Signore! E ancora, quando i nostri sforzi si infrangono, come contro un muro, di fronte ad una di quelle anime chiuse alla grazia, dopo aver fatto tutto per schiuderla, dopo aver pregato, esserci imposti anche dei sacrifici per guadagnarla a Cristo, dobbiamo confessare ancora una volta di non aver potuto far nulla, oh come comprendiamo allora il dolore che il Signore dovette provare sulla Croce, quando vide quell’anima resistere si a lungo alla sua grazia, quando vide tutte le anime che si sarebbero perdute, nonostante che egli si immolasse e morisse per loro! Quale mistero, queste grazie sufficienti restate sterili per la nostra cattiva volontà, e come occorre allora che noi, noi pure, ci conformiamo alla volontà del Padre !…
Veramente il ministero è santo, perché ci unisce al cuore Sacerdotale di Nostro Signore; egli forma il nostro cuore a somiglianza del suo e fa di noi dei buoni pastori, che amano le loro pecorelle e i loro agnelli e li conoscono per nome (Jo., X, 3-14).

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La carità sacerdotale, quella che ha la sua sorgente nella grazia sacerdotale, nella grazia sacramentale dell’Ordine che abbiamo ricevuto, ha un modo d’essere particolare, che è diverso da quello della carità dei semplici cristiani e che ci fa amare le anime come Cristo Sacerdote le ama.
Essa innesta in noi non solo l’occhio — oserei dire — ma anche il Cuore del Maestro.
“Voglio che tu dica ai miei Sacerdoti che dono loro il mio Cuore —diceva il Signore alla Madre Luisa Margherita— essi devono preparare il Regno del mio Amore sul mondo; perciò voglio versare in loro un’effusione abbondante d’amore!” (CLARET DE LA TOUCHE, L.M., Al servizio di Dio-Amore, Torino, Libreria del Sacro Cuore, 1949, p.270).
Vedere le anime come Cristo le vede, amarle come egli le ama, di più, attingere al suo Cuore, ogni qualvolta avviciniamo un’anima a questa conoscenza e a quest’amore divino, ecco il grande segreto della fecondità del nostro ministero sacerdotale ed, in pari tempo, della nostra santità personale.
Capita che delle opere di spiritualità ci presentino come ideale della vita spirituale la vita contemplativa e che il ministero sia considerato come un ripiego imposto dalla necessità della salvezza delle anime. Nei nostri ritiri, forse, non abbiamo avuto, talvolta, la tentazione di pensare ad una vita nella quale la contemplazione di Dio occupasse un posto più grande?
Non si tratta, certo, di deprezzare la vita contemplativa pura e disistimare l’importanza del tempo consacrato all’orazione. Ma non sarà forse inutile ricordare qui un principio di S. Tommaso, che è, al tempo stesso, molto tranquillizzante e singolarmente esigente.
Al di sopra della vita attiva e al di sopra della stessa vita contemplativa, S. Tommaso pone la carità, e si sa che per carità egli intende un’amicizia vera con Dio, una sete ardente della gloria e degli interessi di Dio.
“Attendere alla salvezza del prossimo, anche con qualche scapito della propria contemplazione, per amore di Dio e del prossimo, sembra essere più perfetto nella carità, che non attaccarsi talmente alla dolcezza della contemplazione, da non volerla in nessun modo lasciare, foss’anche per la salvezza delle anime (…) Ma, tale perfezione della carità, nella maggioranza di coloro che si danno al servizio del prossimo non si trova, perché è piuttosto il tedio della vita contemplativa a portarli verso le cose esteriori” (Intendere saluti proximorum ***** aliquo detrimento contemplationis propter amorem Dei et proximi, ad maiorem perfectionem caritatis videtur pertinere quam si aliquis in tantum dulcedini contemplationis inhaereret quod nullo modo eam deserere vellet, etiam propter salutem aliorum… Quae tamen perfectio caritatis in plerisque proximorum utilitati vacantibus non invenitur quos magis contemplativa vitae taedium ad exteriora deducit”. THOMAS AQUINAS, S., De perfectione vitae spiritualis, c. 23; cfr. Anche De Carit., a. 11, ad. 6).
Deve essere, infatti, la sovrabbondanza del nostro amore di Dio a spingerci ad occuparci della salute delle anime.
“Se nessuno ci mette sulle spalle tale fardello —dice S. Agostino, in un testo spesso citato da S. Tommaso— non c’è che attendere alla contemplazione della verità” (AUGUSTINUS, S., De Civit. Dei, XIX, 39. Cfr. THOMAS AQUINAS, S., Summa Theol., II-II, Q. 28, a. 1, ad 3).
“La carità ben ordinata comincia da se stesso: che serve all’uomo guadagnare l’universo, se poi viene a perdere l’anima sua?” (Cfr. THOMAS AQUINAS, S., Quodl., II-II, 3, a. 17, ad 6).
Deve essere unicamente con l’intenzione di fare la volontà di Dio, e dunque per suo amore, che si lasciano le consolazioni personali dell’orazione per dedicarsi alla salvezza delle anime (Ex dilectione Dei videtur procedere quod homo, praetermissa propria consolatione, voluntatem Dei implere studeat in aliorem salutem.. THOMAS AQUINAS, S., In III Sent., D. 35, Q. 1, a.4, ql 12, ad 2).

 

 

Bisogna essere presi, come S. Paolo, tra il desiderio audace di ritrovare Cristo e la necessità di restare tra le anime che ci sono state affidate (“Coarctor autem e duobus, desiderium habens dissolvi et esse ***** Christo, multo magis melius; permanere augtem in carne, necessarium propter vos”. Ad Phil., I, 23).
Quanto lontano è l’apostolo da coloro cui fa allusione S. Tommaso — e sono purtroppo i più!, plerique — quelli che abbracciano il ministero per fuggire la noia dell’orazione, contemplativae vitae taedium ad exteriora deducit.
Esigente è dunque la dottrina di S. Tommaso per noi Sacerdoti. Abbiamo visto che, secondo S. Tommaso, la perfezione, la santità, e una santità addirittura superiore a quella dello stato monastico, è richiesta al Sacerdote. Ciò è soprattutto vero in ragione dell’atto principale del nostro Sacerdozio, la celebrazione della Santa Messa, ma è ancora richiesto, e lo comprendiamo subito, dalla natura del ministero apostolico.
Tuttavia, se è esigente, questa dottrina di S. Tommaso è anche consolantissima, poiché essa ci insegna che è la carità, più che la vita contemplativa, che a noi si richiede. E’ l’amore di Dio, la brama di fare la sua volontà, è il beneplacito divino che deve essere, dunque, la regola suprema della nostra vita sacerdotale. In definitiva, è la nostra unione, la nostra identificazione col Cuore Sacerdotale di Cristo, col suo amore per Dio e per le anime, che forma il nostro ideale e tutta la nostra ragion d’essere.
“La missione del Sacerdote — scrive la Madre Claret de la Touche — è di ridare Gesù Cristo ai mondo e di rivelare l’Amore Infinito. Ma non si può dare se non ciò che si possiede: (…) il Sacerdote dovrà dunque possedere Gesù Cristo e l’Amore più che qualunque creatura.
E’ necessario che s’impregni di Gesù Cristo, che lo riproduca… che conformi il suo spirito allo spirito di Gesù, il suo cuore al Sacro Cuore di lui. E’ necessario che si lasci penetrare dall’Amore… che rimanga nell’Amore e che l’Amore rimanga in lui” (CLARET DE LA TOUCHE, L.M., Il Libro dell’Amore Infinito, 2ª ed, Torino, Marietti, 1939, pp.. 63-64).
E’ questa, dunque, la nostra missione: continuare il ministero del Signore, essere il Cristo per le anime che ci vedono, essere come un sacramento di Cristo Sacerdote, un sacramento dell’Amore Infinito del Cuore sacerdotale di Gesù.