Il supremo sacrificio

Spiritualita

SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO DICIASSETTESIMO. IL SUPREMO SACRIFICIO

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     Nostro Signore è stato Vittima, e Vittima perfetta, durante tutta la sua vita. Quando, nel seno della sua divina Madre, diceva Ecce venio, il suo Sacrificio era già completo, perché nulla si poteva aggiungere all'eccellenza di una tale Oblazione. Gli atti che seguirono sin all'ultimo sospiro, ebbero un valore infinito, tanto separatamente quanto nel loro complesso; ma essi non diedero punto un nuovo valore al Sacrificio del Figlio di Dio. Perciò san Paolo dice: «Con una sola oblazione Egli rese perfetti in perpetuo quelli che sono santificati» (Eb 10, 14). Tuttavia, era piaciuto al Padre, nei decreti della sua adorabile sapienza, di porre all'accettazione del Sacrificio del suo proprio Figlio, certe condizioni esterne; e la principale di tali condizioni era la morte di questo figlio prediletto. In questo senso sta scritto che GESÙ CRISTO fu obbediente «sino alla morte, e alla morte di croce». Ma quando l'Adorabile Vittima subì quella morte dolorosa, quella morte nel sangue, in mezzo a tanti patimenti e tante ignominie, allora in verità «tutto fu compiuto». «In quell'istante, fatale per l'inferno, ma per la Chiesa infinitamente felice, dice Bossuet, essendo interamente finita la legge vecchia, ed essendo pure confermate tutte le promesse del Testamento, la qual cosa non poteva farsi che nel compimento del Sacrificio del Mediatore, tutti gli antichi sacrifici degli animali perdettero la loro virtù: tutti i figli delle promesse presero il loro posto col Salvatore; e divenendo Vittime essi pure, la loro morte, che sino allora non avrebbe potuto essere che una pena del peccato, venne, in quella di GESÙ CRISTO, trasformata nella natura di Sacrificio» (611).
    Ma qual mistero è mai questo? In qual modo «la nostra morte, in quella di GESÙ CRISTO, venne trasformata nella natura sii Sacrificio?». Quest'opera dell'amore del nostro Dio è sommamente bella; né vi si può pensare senza provarne grande delizia e consolazione. Nostro Signore, sulla croce, non era solo. GESÙ CRISTO non era mai solo. Sant'Agostino ci ha insegnato che GESÙ CRISTO è tutt'assieme il Capo e le membra. Noi eravamo dunque con Lui in ciascuno dei misteri della sua vita; come mai sarebbe stato possibile che fossimo da Lui separati in quel mistero supremo della Redenzione?
    «No! dice quel grande Dottore dell'unità di CRISTO e della sua Chiesa applicando alla Passione di CRISTO il Salmo LVIII, non dobbiamo vedere in GESÙ CRISTO (che soffre sulla Croce) solamente il capo, ossia solamente il Mediatore tra Dio e gli uomini. Dobbiamo considerare GESÙ CRISTO come l'uomo perfetto, che in se medesimo riunisce il capo e il corpo; perché il CRISTO intero comprende il capo e il corpo.
   «Perciò, sulla croce, Egli stesso parla in nome del suo corpo, quando dice: Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? Dio Padre, infatti, non aveva abbandonato GESÙ CRISTO, né GESÙ CRISTO aveva abbandonato Dio Padre. Ma l'uomo, perché aveva abbandonato Dio, era stato, in realtà, abbandonato da Dio; GESÙ CRISTO, avendo preso la carne di Adamo, parla qui, ex persona ipsius carnis, come se fosse la persona di Adamo, poiché l'uomo nostro vecchio era affisso con Lui alla croce» (612).

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Il sacerdote sempre ostia

Spiritualita

SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO SEDICESIMO. Il sacerdote sempre ostia

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    San Gregorio Magno ha detto: «Per avvicinarci a Colui che sta al disopra di noi e salire sino a Lui, bisogna rinunciare a noi stessi e sacrificare tutto ciò che siamo» (599). Perché Colui che, sta al disopra di Noi, GESÙ CRISTO nostra Signore, scenda sino a noi e si faccia padrone dell'anima nostra, dimodochè tutto in noi sia consumato dal fuoco della sua onnipotenza e dal suo amore, bisogna che 1'anima nostra aspiri a diventare un Sacrificio perfetto. Il Sacrificio, ecco la nostra condizione, ecco quale deve essere il nostro stato permanente e universale.
    Nell'Antico Testamento v'era una legge chiamata la legge dell'Olocausto, promulgata in questi termini: Haec est lex Holocausti: Cremabitur in altari tota nocte usque ad mane… Ionis in altari semper ardebit quem nutriet Sacerdos… Ignis est iste perpetuus qui numquam deficiet in altari (Lv 6, 9-18). Questa legge divina che il Verbo aveva fatta, dal Verbo incarnato venne fedelmente compiuta. Il suo Olocausto è eterno; il fuoco che consuma questo Olocausto, è da Lui, unico Sacerdote di Dio, perpetuamente mantenuto nel suo ardore, né mai si estinguerà. La sua vita terrestre, la sua vita del cielo, la sua vita eucaristica non sono che una medesima vita; e questa vita che cosa è mai se non il perpetuo Olocausto? Parimenti, questa legge viene pure adempiuta dalla Chiesa. Se lo Sposo è un Olocausto permanente, come mai la Sposa non sarebbe, essa pure, in istato di Sacrificio perpetuo? Se il Capo è sempre immolato e consumato nelle fiamme della sua Religione e del suo Amore per il Padre, come mai il Corpo, che è ancora Lui medesimo secondo l'insegnamento instancabile di san'Agostino; non vivrebbe nelle fiamme di un Olocausto eterno? GESÙ CRISTO per intero, GESÙ CRISTO nella sua carne e nel suo corpo mistico; GESÙ CRISTO, prima della sua venuta, e GESÙ CRISTO dopo la sua venuta: GESÙ CRISTO vivente nelle anime giuste che l'aspettavano, e vivente, dopo l'Incarnazione, in quelle che l'hanno accolto; GESÙ CRISTO in cielo e GESÙ CRISTO nella sua Chiesa, è l'Olocausto di Dio, che porta in se stesso il mondo intero per farne pure l'Olocausto di Dio, affinché si compiano tutti i disegni della creazione e della Redenzione. Ut sit Deus omnia in omnibus. Noi ritorniamo volentieri su questa dottrina, come per una attrattiva irresistibile, tanto più che ne risulta sempre questa conclusione così pratica. Dunque, noi Sacerdoti siamo Ostie, sempre Ostie; sempre stiamo sull'Altare dove arde un fuoco che non si estingue mai, fuoco che noi medesimi dobbiamo alimentare con le nostre buone opere e le nostre virtù.
    Al Sacerdote si applicano in modo tutto speciale le parole che sant'Agostino rivolgeva ai fedeli: Noli extrinsecus pecus quod mactes inquirere, habes in te quod occidas (Ps. 50). Così la sua vita intera deve essere un perpetuo Sacrificio.
    Il Sacerdote sta davanti al Signore e, in unione con GESÙ CRISTO, gli rende ogni sorta di omaggi. Nelle relazioni con le anime, si dedica in loro favore ad ogni sorta di opere di carità. In riguardo a se medesimo, deve lavorare alla propria riforma e mortificare il suo spirito e la sua carne, progredire nella virtù e giungere alla perfezione, la quale consiste nella unione con GESÙ CRISTO, intima, abituale e sempre crescente. Orbene, queste diverse relazioni con Dio, con le anime e con se medesimo costituiscono per il Sacerdote lo stato permanente di Ostia. Ci limiteremo qui a parlare del lavoro interiore cui deve attendere il Sacerdote onde raggiungere finalmente quel grado di santità di cui dice il Pontificale: In eis eluceat totius justitiae forma. Orbene, in un tal lavoro soprannaturale, umile e costante, effetto del suo amore per Colui che lo ha eletto, il Sacerdote è realmente sempre Ostia.

    In fondo ad ogni vita umana, nell'anima con le sue potenze, nel corpo con i suoi sensi, sta la perversa e mortifera concupiscenza. Il Battesimo che pur dà una vita nuova e uno spirito nuovo, con nuove inclinazioni e disposizioni, non libera da questo terribile e ostinato nemico. La concupiscenza è in noi, o meglio, è il nostro essere medesimo. Ricordiamo le parole di san Paolo: Scio quod non habitat in me, hoc est in carne mea, bonum. E queste altre di san Giacomo: Unusquisque tentatur, a concupiscentia sua abstractus et illectus. È una lotta continua tra la carne e lo spirito, e, pur troppo, la carne, ossia la concupiscenza prevale sullo spirito. Avviene allora, come dice lo Spirito Santo, un parto funesto di questa nemica vittoriosa; essa concepisce, poi partorisce il peccato, e il peccato genera la morte (600). Condizione oltremodo dolorosa! Si comprende il lamento di san Paolo: Infelix!… qui me liberabit? Ma l'Apostolo risponde subito: Gratia Dei per Iesum Christum Dominum nostrum. Questa grazia divina, meritataci dalla Passione del Piglio di Dio, deve preservarci dal peccato, perché onnipotente per ottenerci la vittoria: ma se siamo vili, se non preghiamo, se opponiamo una resistenza troppo debole, la concupiscenza rimane vittoriosa.
     La Grazia misericordiosa che ci viene da Dio per mezzo di GESÙ CRISTO, non ci mancherà mai. Senza di essa non possiamo vincere; e se restiamo soccombenti, con la Grazia noi possiamo riparare la nostra disfatta. In qual modo?
     Dobbiamo espiare il peccato commesso, e ridurre all'impotenza quel nemico che ce lo ha fatto commettere. Per questo fine, la Grazia di GESÙ CRISTO ci presenta due ausiliari, che furono i compagni del misericordioso Redentore in tutto il corso della sua vita: la penitenza e la mortificazione; non già che GESÙ ne avesse bisogno, ma Egli voleva dare a noi l'esempio (1 Pt 2, 21). Egli si degna dunque di favorirci, mediante la sua Grazia, quei due aiuti: la penitenza che espia il peccato, e la mortificazione che lotta contro la concupiscenza la quale è l'autrice e il principio del peccato.
     E perché la concupiscenza è, in pari tempo, nell'anima e nel corpo, sopra ambedue bisogna esercitare la virtù di queste due potenze soprannaturali: penitenza e mortificazione.
    Per altro, si tratti di espiare con la penitenza, o di lottare con la mortificazione, le opere dell'una e dell'altra sono simili, e, il più sovente, sono le medesime; hanno caratteri ed effetti differenti, ma lo scopo è il medesimo. Le une sono di genere privativo, come i digiuni e le veglie, che riguardano il corpo, e inoltre, nei sentimenti, tutto quanto contraria la nostra nativa tendenza alla curiosità, alla compiacenza in noi stessi, all'ambizione e alla sensualità; altri sono afflittive, come il lavoro faticoso e le macerazioni, ovvero i pensieri gravi, le meditazioni serie e profonde sopra i fini dell'uomo e i giudizi di Dio.
     Bastano questi brevi accenni per farci intendere come sia austera la condizione della nostra vita in questo esilio. È necessario che facciamo penitenza e portiamo nell'anima e nel corpo, «la mortificazione di GESÙ CRISTO». Senza questa lotta e questo lavoro, non v'è salvezza, non v'è cristianesimo: Qui in carne sunt, Deo placere non possun… Si enim secundum carnem vixeritis, moriemini. Qui sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis. Si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis (Rm 8, 13 ; Gal 5, 24). E quanto è necessaria questa lotta, tanto deve essere costante, perché il nemico non è mai completamente vinto. «L'amor proprio, dice Bossuet, giunge a estinguere completamente l'amor di Dio; ma, nella presente vita, l'amor di Dio non giunge ad estinguere completamente l'amor proprio» (601). Parola ben grave! Il gran Vescovo assicura che esso esprime uno dei punti principali della fede. Ma che cosa significa, se non che dobbiamo praticare la penitenza e la mortificazione in ogni giorno e durante tutta la vita? Tanto più che la nostra nemica ha due alleati potenti, che sono il mondo con le sue perfide influenze e il dominio con la sua malizia e le sue astuzie infinite.
     Sotto quale strana luce ci appare dunque la vita! Evidentemente noi siamo in disgrazia; il peccato altre volte commesso e in seguito sgraziatamente rinnovato con tanta frequenza; l'incitazione attuale al peccato, offesa di Dio e principio, per noi, di perdizione; le opere umilianti che dobbiamo compiere per farci perdonare un tale male e per preservarci dalla ignominia di commetterlo ancora: tutto ciò dimostra che siamo in istato di colpa, e forse degni di odio, come dice la Scrittura (Eccle 9, 1).

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Imitazione e vita d’unione con Gesù Cristo

Spiritualita

SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO QUINDICESIMO. IMITAZIONE E VITA D'UNIONE CON GESÙ CRISTO

 

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Nella orazione mentale fatta santamente si opera l'unione con GESÙ CRISTO in un modo affettivo, ma pure reale e talvolta sublime; tuttavia, l'unione si compie soltanto, in modo pratico e completo, nella condotta della vita, nella imitazione perfetta di GESÙ; con la sua vita divina pienamente e sostanzialmente realizzata in noi, per quanto, in questa vita di esilio, è possibile una tal grazia, la più preziosa di tutte.

Si dice comunemente che l'unione perfetta si compie nell'Orazione o Contemplazione; questo è vero, perché nella contemplazione la forza dell'amore, naturalmente, è disposta meglio che nell'azione, ad elevarsi in alto; e inoltre, perché dopo le opere più sante sopravviene di nuovo la contemplazione più elevata non è, per parlare propriamente, la vita reale del tempo presente; perché nei suoi atti, è essenzialmente transitoria; d'altronde, la prova più sicura dell'amore sta nella fedeltà a Dio e a Nostro Signore (Gv 14, 21-22).

La fedeltà!… In questa sta tutta la perfezione possibile; a quella deve dirigere il Sacerdote tutta l'attenzione e l'amore dell'anima. Se manca di fedeltà, egli mette in pericolo la propria salvezza non solo, ma pregiudica gli interessi spirituali di una moltitudine di anime. Un grado di più o di meno nella unione con GESÙ CRISTO, può significare tutto un mondo di effetti diversi nel disegno della Provvidenza e della grazia divina. Santa Teresa diceva alle sue figlie una parola che è molto più vera del Sacerdote che di qualsiasi anima per quanto privilegiata: «Ho conosciuto anime che già erano arrivate allo stato di Orazione di unione, e che furono prese nei lacci del demonio, mercé il concorso di tutto l'inferno; perché ve 1’ho detto bene spesso, non un'anima sola, ma moltissime si perdono in un tal caso. Il nemico sa, come noi, che Dio attira gran numero di anime per mezzo di un'anima sola» (589). Gravi parole da meditarsi!

L'esercizio di imitazione consiste in una applicazione umile, semplice e abituale della mente, del cuore e della volontà, per riprodurre in noi, nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti, e in tutta la nostra vita, i pensieri, i sentimenti e la vita di GESÙ CRISTO. L'anima, in tal modo, tiene sempre lo sguardo rivolto a GESÙ CRISTO per attirare in se stesso lo spirito, le disposizioni, il cuore di quella adorabile Vita di ogni vita, onde poter dire con l'Apostolo con tutta verità: Vivit in me Christus (590).

Essa vuole possedere, nel suo interiore e nel suo esterno, i sentimenti, le fattezze e i lineamenti di GESÙ CRISTO; perché il disegno del Padre è che «coloro, ch'egli ha preveduti, siano predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo» (Rm 8, 29), ossia a possederne le virtù tanto esterne che interiori; tal'è pure la pressante raccomandazione dell’Apostolo (591). Essa sa che le virtù sono necessarie; ma il suo desiderio non è rivolto alle virtù considerate in se medesime, bensì, considerate in GESÙ CRISTO, quali si trovano possedute e praticate da GESÙ CRISTO. Non ergo iam nostram vitam, sed Christi vita vivimus, dice sant'Ambrogio, vitam inacentiae… omniumque virtutum… Luceat ergo imago eius in confessione nostra, in dilectione, in operibus et factis; ut si fieri potest, tota eius species exprimatur in nobis. Ipse sit caput nostrum… ipse oculos noster, ut per illum videamus Patrem; ipse vox nostra, per quem loquamur ad Patrem; ipse dextera, per quem Deo Patri Sacrificium nostrum offeramus (592).

Ecco, infatti, quale deve essere l'intima, costante e amorosa vita del Sacerdote: Ut absarbeatur quod mortale est, a vita (2 Cor 5, 4). Ciò che è mortale in noi, è la carne con le sue concupiscenze, ciò che abbiamo per via della generazione da Adamo: la vita, è GESÙ CRISTO, vita unica, santa, eterna. Far passare in noi questa vita sovrana, dimodochè in noi essa domini e governi tutto, i minimi movimenti interiori dell'anima e i sensi esterni coi loro atti propri, il presente e l'avvenire, la vita privata e gli atti del ministero, perché tutto ciò non abbia nome che davanti a Dio ed agli angeli: ecco la vita di Nostro Signore, che è tutto per il Sacerdote, Ad ipsum, dice ancora sant'Agostino, studia dirigimus, ad Ipsum vota nostra conferimus; quia Ipse est plenitudo, Ipse est consummatio universorum (In Psalm., XL).

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L’orazione mentale del sacerdote

Spiritualita

SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO QUATTORDICESIMO. L'ORAZIONE MENTALE

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Quanto è bella la vita del Sacerdote! GESÙ CRISTO, sempre GESÙ CRISTO; omnia et in omnibus Christus. Nei suoi studi e nelle sue letture, il Sacerdote non cerca che GESÙ CRISTO, non vede che GESÙ CRISTO, non sente che GESÙ CRISTO. In tutte le sue opere del ministero, egli contempla, e serve GESÙ CRISTO; non ha altro scopo di farlo regnare, per mezzo dell'amore, in se stesso e nelle anime. «La sua vita è Cristo» (576); la sua perfezione è CRISTO» (577); tutta la sua persona è «la rivelazione di CRISTO» (Gal 1, 15-16). Viene da CRISTO, tende a CRISTO e non si riposa che in CRISTO; dimodochè la sua intera esistenza, secondo una ammirabile espressione di san Dionigi, «non è altro che un movimento e un passaggio dal divino al divino». Assidue perpetuoque divini Spiritus ductu, a divinis ad divina transformetur (578).

La contemplazione, come dice ancora san Dionigi, è la funzione «primaria» del Sacerdote; alla contemplazione egli deve dedicarsi dapprima per suo vantaggio, poi anche per il bene delle anime, poiché secondo san Tommaso, Vita activa praesupponit abundantiam contemplationis (2-2 q. 180 a. 3).

Nella Teologia ascetica e mistica, i termini Meditazione, Orazione e Contemplazione hanno significati differenti e precisi. Qui intendiamo la Contemplazione in quel senso generico indicato da san Tommaso quando dice: Contemplatio pertinet ad ipsum semplicem intuitum veritatis… et in affectum terminatur (III, q. 40, a. 1). Non intendiamo quindi parlare d'uno stato mistico straordinario. San Gregorio dice: Nullum est fidelium officium a quo possit gratia contemplationis excludi; quisquis cor intus habet, illustrari etiam lumine contemplationis potest (In Ezech., II). Ognuno è chiamato alla contemplazione, basta abbia «un cuore dentro di sé», un cuore, ossia una disposizione all'amore, un principio di amor tenero e generoso, che dimentica se stesso e non aspira che all'oggetto amato. Orbene, non è questo forse il cuore del Sacerdote? Noi ci dedichiamo allo studio, per amore; alla lettura, per amore; il nostro cuore è dunque apparecchiato. Paratum cor meum. Che dall'alto ci venga una luce più viva, che lo Spirito di Dio si compiaccia di rivelarci meglio Colui che è la verità, e il nostro cuore si infiammerà, nulla mancherà all'anima nostra per ricevere la grazia tanto desiderata della contemplazione. Una tal grazia è luce e amore: luce viva che attira e assorbe, in un certo grado, lo sguardo dell'anima, alla quale svela le bellezze di Dio e del suo Verbo incarnato; amore, perché tutto va a finire nell'amore in cielo e in terra, perché solamente l'amore opera la dedizione di noi medesimi, il trasporto di noi medesimi in GESÙ CRISTO, e con questo passaggio e trasporto, opera l'unione con Lui. Chi potrebbe dubitare che questa disposizione, queste operazioni interiori, questa tendenza e questa unione non convengano al Sacerdote? San Dionigi dice che a tale unità aspirano omnes qui deiformes sunt (579). Chi è più deiforme del Sacerdote? – Per altro, noi qui chiamiamo Orazione mentale ogni esercizio interiore dell'anima, alquanto prolungato, che mette l'anima in relazione immediata con GESÙ CRISTO, e quindi non solo la meditazione che si fa regolarmente al mattino, ma pure la visita al SS. Sacramento, la preparazione alla santa Messa e il ringraziamento.

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Lo studio e la lettura spirituale

Spiritualita

SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO TREDICESIMO. Per la conoscenza di Gesù Cristo ­ Lo studio e la lettura spirituale

 

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Il Sacerdote che ogni mattina gode l'ineffabile delizia di celebrare la santa Messa, quale parola può aver sulle labbra e nel cuore, se non quella di san Paolo: Mihi vivere Christus est. Vivo jam non ego, vivit in me Christus? (Fil 1, 21; Gal 2, 20). Mistero sublime, di cui la lingua umana non può esprimere la meravigliosa bellezza! La vita di GESÙ CRISTO è nel suo Sacerdote. Ma la vita, di sua natura, è invadente. Quale sarà dunque la perfezione di questa vita divina sempre crescente nell'umile Sacerdote, via via che si succedono le sante Messe e che la Carne e il Sangue viventi del Figlio di Dio, si diffondono, in quell'anima privilegiata, con maggior potenza amorosa e maggior amore potente!…

Per confermare e dilatare sempre più in se medesimo una tal vita di amore, col concorso della propria volontà fedele e generosa, il Sacerdote ha l'ambizione di conoscere sempre più perfettamente il suo Diletto, di contemplarne con amore sempre crescente i misteri e le amabilità, e così giungere ad imitarne sempre con maggior verità e realtà gli stati, le disposizioni e la vita. Conoscenza, contemplazione e imitazione, sono questi i mezzi voluti da Dio per arrivare alla unione perfetta con la nostra adorabile Ostia.

La conoscenza di Nostro Signore si acquista con lo studio e la lettura spirituale; la contemplazione si fa nell'orazione mentale; l'imitazione si effettua con quell'applicazione intera ed abituale dell'anima a GESÙ CRISTO, e questa non è altro che la vita d'unione con Lui. A questa vita lo studio, lavoro dell'intelletto, prepara la via; la lettura spirituale, cui prendono parte l'intelletto e il cuore, forma un principio di unione con Colui del quale lo studio ci ha rivelato la bellezza; l'orazione mentale conferma l'opera della lettura spirituale, muovendo soprattutto il cuore all'amore del Diletto; l'imitazione compie l'unione, per quanto è possibile quaggiù. Lo studio forma il teologo; la lettura spirituale e l'orazione fanno l'uomo interiore; e l'imitazione fa il santo, l'uomo perfetto, il Sacerdote che veramente vive secondo la grazia eminente della propria vocazione.

Parliamo dapprima dello studio. – Che il Sacerdote debba studiare GESÙ CRISTO, è cosa evidente; egli deve amare GESÙ CRISTO con amore intenso; ma, come dice sant'Agostino: Non diligitur quod ignoratur (In Joann. Evangel.). Il Sacerdote, quindi, deve conoscere tutto quanto si può sapere riguardo ai Misteri di GESÙ CRISTO; è questo il suo vero tesoro intellettuale e spirituale, la sua vera vita. Era la grande scienza di san Paolo (553); quella scienza che «forma tutta la nostra gloria», come diceva Geremia (554), anzi è la vita eterna, secondo la parola del Maestro (Gv 17, 3).

La conoscenza di GESÙ CRISTO! Qual soggetto di studio, immenso, sublime, attraente, delizioso! Il Verbo incarnato, la sua natura divina, la sua umanità e l'unione ipostatica; ­ la scienza, la santità, la libertà in GESÙ CRISTO, le sue relazioni col Padre, e con le anime; il suo posto nell'universo, nella storia, nella vita dei popoli e di ciascun uomo; – il suo Sacerdozio con la sua universalità, perpetuità ed efficacia; – la sua Regalità, i diritti della sua sovranità; – la sua storia prima della sua venuta; – l'Opera sua; la sua vita storica, la sua vita interiore destinata ad essere comunicata alle anime redente; – la sua Grazia, i suoi Misteri nel loro senso intimo e nel loro compimento in ciascuno di noi; – la sua vita in Cielo, nella santa Eucaristia e nella Chiesa; l'opera sua immediata e quella che Egli compie mediante la Chiesa; – il suo potere Giudiziario sopra ciascuna delle umane esistenze e sopra l'intero genere umano; – il modo con cui Egli è, in tutta l’opera di Dio, «l'alpha e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine», Colui «nel quale e per mezzo del quale sono tutte le cose, e che è tutto in ogni cosa» (555). Quanti e quali argomenti! Qual campo di studio, immenso e glorioso! Aveva ben ragione Tertulliano: Nobis curiositate opus non est, post Jesum Christum! (De Praescriptione).

 

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Il sacerdote e la Santa Messa

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SILVIO MARIA GIRAUD
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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

 

 

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CAPITOLO DODICESIMO. LA SANTA MESSA

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La sublimità cui il Sacerdote viene innalzato dall'Ordinazione sacra è assolutamente superiore ad ogni pensiero umano. Neppure gli Angeli potrebbero giungere a intendere perfettamente la dignità, lo stato santo, o meglio per usare il linguaggio di san Dionigi (541), lo stato deiforme al quale viene elevato il Sacerdote. È questo il profondo segreto di Dio. Il Sacerdote è sacerdote in tutta la sua persona e in tutto il suo essere; nell' anima come nella carne: Sacerdote sempre, sia che adempia qualche ministero, ovvero che si presenti come uomo privato. In lui tutto è sacerdotale e quindi tutto è divino; egli pensa e ama divinamente; egli vive, ma non più lui; Dio medesimo vive in lui, quei Dio che lo ha fatto il suo Sacerdote e un altro se stesso. Epperò quando il Sacerdote umile e modesto, Si avvia all'altare rivestito dei gloriosi abiti sacerdotali, tutto s'inchina al suo passaggio, la Chiesa della terra come gli Angeli del Cielo. In quell'anima che per la sacra ordinazione è divenuta un altro CRISTO, vi è una gloria celeste e divina; se fossero visibili i raggi che circondano la sua fronte, il suo volto, il suo cuore e il suo corpo medesimo, tutto nell'universo resterebbe impallidito. Se la grandezza del Sacerdote potesse comparire visibilmente nella sua vera realtà, i re e le regine getterebbero ai suoi piedi le loro corone. Quando si potesse vedere quale inesauribile sorgente di ogni bene si apra per tutte le creature, ogni volta che il Sacerdote alza la mano per benedire e consacrare, ne risulterebbe dappertutto sulla faccia della terra un immenso tripudio di gioia. In cielo avviene un tale tripudio quando il Sacerdote va all'altare, perché quaggiù egli è il concittadino deI Cielo; avviene pure in Purgatorio, poiché il Sacerdote è l'amico, l'aiuto, il liberatore delle anime purganti; avviene anche in una moltitudine di anime, le quali secondo la parola di sant'Ambrogio, «vedendo CRISTO nel Sacerdote, stanno nella luce vera ed infallibile» (542). Ma un tale tripudio di gioia, avviene nell’Ostia in una maniera incomprensibile, più profonda e più amorosa… O Sacerdote! l'Ostia vivente trasalisce, l'Ostia vivente ti aspetta perché vuol venire nelle tue mani; nelle tue mani soprattutto essa si compiace: Essa è tua, e tu sei suo. L'Ostia sempre richiede il suo Sacerdote, e sempre il Sacerdote è una cosa sola con l'Ostia; non possono star separati. La gioia dell'Ostia è di aver il suo Sacerdote; la gioia del Sacerdote è di aver la sua Ostia, mistero bello e delizioso! O impenetrabile abisso di grazia, di pace e di gioia che rimane il segreto del Sacerdote e dell'Ostia!

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Castità sacerdotale: l’uso dei sensi e la condotta della vita

Spiritualita

SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

 

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CAPITOLO UNDICESIMO. La castità sacerdotale – l'uso dei sensi e la condotta della vita

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«O Dio! esclama Bossuet, chi ardirebbe parlare di quella profonda e schifosa piaga della natura, di quella concupiscenza che lega l'anima al corpo con vincoli sì teneri e sì violenti, della quale si ha tanta pena a liberarsi e che causa al genere umano disordini così spaventosi? Guai alla terra! Guai alla terra! Una volta ancora, guai alla terra, dalla quale salgono continuamente un fumo così denso, e vapori così neri, che si innalzano da quelle passioni tenebrose e ci nascondono il cielo e la luce, donde partono pure lampi e fulmini della divina giustizia contro la corruzione del genere umano! Oh! Come ha ragione l'Apostolo Vergine, l'amico di GESÙ e Figlio di quella Vergine che GESÙ medesimo sempre Vergine, le dava per Madre; come ha ragione di gridare con tutta la sua forza ai grandi e ai piccoli, ai giovani e ai vecchi, ai figli come ai padri: Non amate il mondo… perché nel mondo non vi è che concupiscenza della carne!» (Traité de la concupiscence).

Questo grido dell'Apostolo Vergine risuoni pure nei Santuario e getti una specie di spavento in coloro ai quali fu detto, non solo come ai Leviti: Mundamini qui fertis vasa Domini (Is 52, 11), ma inoltre: Glorificate et portate Christum in Corpore vestro (1 Cor 6, 20). Che vuol dire glorificare GESÙ CRISTO nel nostro corpo? portare nella nostra carne e nei nostri sensi lo splendore della sua gloria? partecipare anche nelle miserabili condizioni di questa vita, allo spirito e alla purissima gloria della sua Risurrezione? Ne daremo la spiegazione; parleremo di ciò che è santo evitando di parlare di ciò che sarebbe il disonore del Sacerdote, poiché, come dice Bossuet, «neppure per condannarlo, si può pensarvi senza pericolo».

Il nostro corpo, con tutti i suoi membri e tutti i battiti del cuore, è tutto consacrato. Siamo tutti consacrati interamente come Templi di Dio, Sacerdoti di Dio, Ostie di Dio, Vergini di Dio, per mezzo della grazia del santo Battesimo e degli altri Sacramenti. Ma vi è un Sacramento che porta al suo compimento questa consacrazione, il Sacramento Santo per eccellenza che non è solo una fonte di grazia, ma la grazia e la purità medesima, l'Eucaristia. GESÙ dice a ciascun di noi: «Questo è il mio corpo»; ecco adunque il compimento della nostra unione, il mistero dello Sposalizio divino, incominciato nel Battesimo, che nella Comunione arriva alla sua perfezione. Il corpo di GESÙ non è più suo, ma è nostro; reciprocamente il nostro corpo non è più nostro, ma è di GESÙ. GESÙ vuole possedere il nostro corpo e saremo due in una carne sola. Concorporei facti sumus in Christo una carne pasti et uno spiritu ad unitatem obsignati (S. CYRILL.).

Tale è pure la condizione di tutti i cristiani) in quanto fanno parte del Corpo mistico di GESÙ CRISTO; ma noi abbiamo relazioni oltremodo più intime con l'Ostia purissima.Dio medesimo ci ha dedicati ad una unione ben più santa, con una grazia ben più sublime. La grazia di quel Sacramento che è tutto nostro, è passata come una fiamma divina sulle nostre mani, sulle nostre labbra, sulla nostra carne, su tutta la nostra persona, ha pervaso tutto l'essere nostro per santificarlo, purificarlo, consacrarlo, e in certo qual modo, spiritualizzarlo. L'Ostia è nostra, noi la consacriamo, noi la portiamo nelle nostre mani, noi la diamo ai fedeli e la prendiamo come bene nostro. Perciò dice Bossuet: «Rendiamoci degni di ricevere quel Corpo verginale, quel Corpo concepito da una Vergine, nato da una Vergine. Purificatevi, Ministri sacri che ce lo date. La vostra mano che ce lo porge sia più pura che la luce; la vostra bocca che lo consacra sia più casta di quella delle Vergini più innocenti… Con la santa istituzione della continenza… la Chiesa a quel Corpo Vergine formato da una Vergine, vuole preparare Ministri degni di lui, e darci una viva idea della purezza di questo Mistero» (Méditations sur l'Evangile).

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La castità sacerdotale – la mente ed il cuore

Spiritualita

P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

 

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CAPITOLO DECIMO. La castità sacerdotale – la mente ed il cuore

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La Castità sacerdotale è la più eminente che vi sia nella Chiesa di Dio; essa è, nella nostra carne decaduta e miserabile, l'immagine della Santità eterna, e ciò che vi corrisponde quaggiù. «La santità, dice Thomassin, è come l'attributo speciale della Divinità, come un santuario segretissimo e, in certo qual modo, il più intimo della natura divina la quale è profondamente ritirata in se stessa e tutta libera da ogni contatto con le creature» (526). Così la Castità è, in modo particolarissimo, l'attributo della nostra vocazione, come un santuario segretissimo dove si contiene ciò che vi ha di più sublIme nella nostra grazia; essa ci separa da ogni cosa. creata e respinge assoÌutamente ed essenzialmente tutto questo riguarda la carne e i sensi.

Grazia eminente, stato tutto soprannaturale, che ci viene da GESÙ CRISTO.

La Santità di Dio si è incarnata. GESÙ CRISTO appunto è la Santità incarnata ed è santo in tutti i suoi Misteri. Ma Egli ha voluto manifestare in un modo più sensibile e più splendente la sua separazione dalle cose create, dalla carne e dai sensi, la sua santità tutta verginale. Lo ha fatto nella sua Risurrezione, la quale, consumando ciò che in lui vi era di mortale e di infermo, rese il suo Corpo in apparenza più santo nella gloria divina. La Risurrezione fu il trionfo dello spirito celeste della Verginità. La vita di CRISTO risorto, come ci insegna san Paolo, dove essere il modello della nostra (527); quindi lo stato di GESÙ risorto ci offre e ci comunica la grazia di un'intera ed assoluta separazione dalla carne e dai sensi; grazia che appunto nella santa Castità, ci stabilisce in uno stato che non è più terreno, ma tutto celeste. Sola est Castitas, dice san Bernardo, quae, in hoc mortalitatis et loco, et tempore, statum quemdam immortalis gloriae repraesentat (Epistol., XLII).

La grazia ammirabile della Castità ci proviene dunque, come dalla sua fonte, dal Mistero della Risurrezione. Ma, nella santa Eucaristia questo Mistero è sempre attuale e sempre opera attualmente in virtù della presenza medesima di GESÙ, in virtù del Sacrificio e per mezzo della santa Comunione; perciò l’azione divina di GESÙ Eucaristico produce le anime caste e verginali. Ma quest'azione si esercita specialmente sulÌe anime che dal Sacerdozio sono consacrate vergini. Nessun'anima infatti travasi esposta all'azione dell'Ostia come quella del Sacerdote; l'Ostia stessa è il suo centro, l'opera sua, il suo bene, la sua Sovrana, la sua Direttrice, il suo Principio, il suo alimento e la sua vita.

Il Sacerdote non è creato e non esiste che per l'Ostia. Orbene, l'Ostia fa le anime Vergini, quindi il Sacerdote è consacrato vergine non solo dalla sua Ordinazione, ma ancora dalle sue relazioni con l'Ostia santa, ch'egli adora, consacra, tocca e mangia. Com'è gloriosa per lui questa molteplice influenza, azione purificatrice che incessantemente si rinnova, consacrazione che sempre più conferma il suo stato verginale. Ne risulta per la sua grazia un triplice carattere a lui proprio. Egli è Sacerdote, Vergine e Ostia: triplice carattere che costituisce la più perfetta unità. Ogni Sacerdote è vergine e Ostia; ogni vergine è misticamente Sacerdote. e Ostia; ogni Ostia è misticamente Sacerdote e Vergine. Così fu di Maria; così di tutte le anime consacrate, ma per ciascuno di noi si aggiunge il carattere speciale che deriva dal Sacramento dell'Ordine. Sublime Mistero che dà alla verginità un posto sì eminente!

Virginitas, ha detto san Gerolamo, holocaustum Christi est. Rem novam loquor: Hostia Castitatis ipsa se portat (528). «La Verginità di Maria, secondo Bourdaloue, «era come un Sacrificio continuo ch'essa offriva a Dio, l'Oblazione del suo corpo ch'essa immolava come un'Ostia vivente» (529). Tertulliano ci insegna che noi siamo Templi consacrati dalla presenza dello Spirito Santo: la castità è la portinaia che custodisce questo Tempio e non vi lascia penetrare nessuna immondezza che possa offendere Dio e farlo uscire da questa santa dimora (530). Sant'Isidoro di Pelusio ci ricorda che siamo i Sacerdoti del nostro proprio corpo, per offrirlo a Dio come «un'Ostia vivente, santa e gradita a Dio» (531); vale a dire, come un'Ostia che diffonda dappertutto un soave odore di verginità. Ascendat ad te, Domine, ci fa dire la Chiesa nella Messa di santa Caterina da Siena, Hostia salutaris, virgineo fragrans odore.

Sacerdote, Vergine, Ostia! quale gloria è mai la nostra! Grazia eminente, «immensamente superiore ad ogni bene terreno»! (Eccli 26, 20). Stato più che celeste e angelico, stato tutto divino, che è la più ammirabile partecipazione allo spirito, alla Grazia, allo stato di GESÙ CRISTO! Stato ammirato dagli Angeli come non meno santo del loro proprio stato, ma con maggior merito, con immensa consolazione del Cuore di GESÙ, con onore e gioia della Chiesa!

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L’umiltà speciale del sacerdote

Spiritualita

P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO NONO. L'UMILTÀ SPECIALE DEL SACERDOTE

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Per il Sacerdote vi sono specialissime ragioni di essere umile e profondamente umile.

I. La sua qualità di Sacrificatore. – In questa qualità, il Prete è veramente un uomo annientato. All'altare, il Sacerdote pronuncia bensì le parole sacramentali della consacrazione; ma chi fa tutto, è GESÙ CRISTO. Il Sacerdote è presente, ha l'intenzione formale di essere ministro del Sacrificio e di usare del potere conferitogli dalla Ordinazione. Ma GESÙ CRISTO solamente, può appropriarsi le parole della Consacrazione: ogni altra persona che le applicasse a sé, direbbe una bugia. Che cos'è dunque diventato il Sacerdote? Sembra che si operi pure in lui quanto, con un miracolo, avviene del pane e del vino. La sostanza della materia del Sacrificio sparisce: ne rimangono solo le apparenze. Così pure, in un certo senso pieno di mistero, la persona dei Prete sparisce al momento della consacrazione, e non ne rimane che un'apparenza. Compiuto il Mistero, fatta la Consacrazione, l'umile Ministro ritorna ad essere ciò che era prima e lo si riconosce dalle parole di supplicazione che pronuncia; ma in quel momento senza pari della consacrazione, solo GESÙ CRISTO è veramente Sacerdote, GESÙ CRISTO, per parlate come i Padri, ha invaso il suo Ministro, ed Egli sola opera (502).

Abbiamo dunque ragione di dire che, in qualità di Sacrificatore, il Sacerdote è un uomo annientato. Ma vi è qui un segreto profondo, nel quale dobbiamo penetrare. Se Nostro Signore compie un tal mistero, non può essere senza qualche grande motivo. Non invade il suo Sacerdote, rendendolo in modo così ammirabile un altro se stesso, senza voler che questa grazia sia duratura. Lo stato ministeriale non può permanere; perché, riguardo al Sacrificio, tutto è compiuto quando è pronunciata l'ultima delle parole sacramentali; e dopo quel momento solenne, il Prete ritorna ad essere lui stesso. Qualche cosa tuttavia rimane: ciò che si è operato dentro di lui, la presa di possesso da parte di GESÙ CRISTO, la vita di questo adorabile Sacrificatore, le sue disposizioni, il suo spirito, le sue virtù; ecco ciò che non passa, se quella benedizione che GESÙ apporta, viene ricevuta con amore e se non vi sono ostacoli ai suoi effetti. Solo GESÙ sta e permane. È dunque vero che il Sacerdote non è più lui medesimo: GESÙ è davvero tutto in lui. «Non sono più io che vivo, GESÙ vive in me». Ma che cosa è mai un tale stato beato? Non è forse esso la vera umiltà? Questa, infatti, nella sua essenza, consiste nella dimenticanza della propria persona; è l'evacuazione dell'io, la morte perfetta a tutto quanto è spirito proprio, all'amor proprio, alla volontà propria, alla vita propria naturale; è il ripudio di tutto l'uomo vecchio, il seppellimento di qualsiasi cupidigia, e infine, per dir tutto in una parola, l'annientamento mistico di tutto l'essere umano, affinché, in questo vuoto, in questa morte, in questo nulla, Dio che si compiace sempre di lavorare sul nulla, possa, a tutto suo bell'agio, pienamente e assolutamente, operare in noi, con la grazia di GESÙ CRISTO.

Il venerato abate Olier, ha scritto pagine ammirabili in proposito; accogliamo con semplicità un insegnamento che pare ispirato dallo Spirito Santo, e piaccia a questo Spirito di verità di farcene intendere tutto il senso!

«Siccome lo stato di GESÙ CRISTO Ostia nel Santo Sacramento, è uno stato che deve servire di modello ai Sacerdoti, coloro i quali saranno chiamati al Sacerdozio, devono, secondo l'avviso che dà loro il Vescovo nell'ordinazione (Imitamini quod tractatis), avere gran cura di mantenersi nelle necessarie disposizioni per essere, col divino Salvatore, altrettante Ostie consumate alla gloria di Dio.

«Perciò, essi saranno morti ad ogni cosa esteriore del mondo, non ne sentiranno più alcuna impressione, come se fossero morti e seppelliti, limitando Nostro Signore nel SS. Sacramento, che, nascosto sotto la specie, rimane insensibile agli onori, ai beni e ai piaceri della terra (503).

«Saranno morti agli usi del secolo e ai costumi del mondo; non ne seguiranno le mode, e fuggiranno tutto ciò che potrà essere conforme al suo spirito; perché morti a questo spirito ed alla generazione del primo Adamo, non devono dare alcun segno di vivere secondo quel primiero stato.

«Saranno inoltre morti a se stessi, non mostrando sollecitudini perciò che li riguarda, come se non esistessero, poiché debbono essere consumati in GESÙ CRISTO, che li farà vivere unicamente per Dio. Sopporteranno in silenzio di essere calpestati, oppressi e persino battuti, a somiglianza delle specie del pane e del vino, che in tal modo sono state trattate per essere ridotte nello stato di poter contenere, sotto la loro apparenza, il corpo di Nostro Signore; anzi la loro sostanza viene distrutta per convertirsi nell'adorabile corpo di GESÙ CRISTO.

«Saranno quindi, i Sacerdoti, contentissimi nell'essere trattati in tal guisa; e non avranno desideri più ardenti che di essere provati con le mortificazioni, gli oltraggi e le persecuzioni (504); e così ottenere che lo Spirito di Nostro Signore annienti, nel loro interiore, tutto quanto v'ha di umano, onde li faccia vivere della sua propria vita e li renda Ostie accettevoli, morte nei sensi esteriori e viventi per Dio nell'interiore.

«Non dovranno desiderare di essere amati, né stimati, poiché non devono aver cosa alcuna cui altri possa attaccarsi. Se scorgeranno alcuna stima della loro persona, dovranno umiliarsi, e confondersi davanti a Dio di aver ancora in sé qualcosa di vivente, che sia degno di affezione e di stima; bisogna sentire con gran pena che si porti affezione e stima a qualche cosa che non sia Dio.

«Se poi ravviseranno di essere stimati per i doni di Dio e non per la loro persona, avranno gran cura di adorar Dio per i suoi doni, e di chiedergli che l'onore ne sia dato a Lui solo, e che non tolleri che la creatura partecipi menomamente alla riconoscenza ed agli omaggi che a Lui unicamente sono dovuti (505). «Bisogna inoltre che i Sacerdoti siano talmente annientati in se medesimi, che, nel servire a Dio, non pensino… che alla sua maggior gloria, unico fine che debbono aver in vista. Non dovranno aver riguardo al proprio interesse di nessuna sorta, perché, essendo consumati in Dio con GESÙ CRISTO, non hanno più nulla che loro appartenga, e, in se medesimi, non sono più nulla. Nel Sacerdote non deve essere nessun io, perché l'io del Sacerdote deve essere convertito in GESÙ CRISTO che gli fa dire all'altare: «Questo è il mio Corpo», come se il corpo di GESÙ CRISTO fosse il corpo medesimo del Sacerdote» (506).

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Umiltà: il nostro stato di peccatori

Spiritualita

P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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CAPITOLO OTTAVO. L'umiltà – Secondo e terzo fondamento: il nostro titolo di cristiani e il nostro stato di peccatori

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Se la condizione di creature ci dà la ragione per la quale dobbiamo essere umili, la condizione di cristiani ci suggerisce l'amore che sarà il peso dal quale saremo trascinati sino al fondo dell'umiltà, l'amore verso GESÙ CRISTO. Pondus meum, amor meus, dice sant'Agostino (486).

Nostro Signore è l'Umiltà medesima, è questo, più che ogni altro, il carattere della sua vita; non solo perché, secondo Origene, Egli è «la sostanza di tutte le virtù», ma perché l'umiltà è come il carattere dominante della sua santità. Questo carattere esterno va sempre aumentando durante i trentatré anni, e dopo si perpetua nel Mistero della Eucaristia. Quando san Paolo dice: Hoc sentite in vobis quod et in CRISTO JESU, qui… semetipsum exinanivit (487), non ci rivela forse questa verità, che GESÙ CRISTO è l'Umiltà? l'opera della nostra Redenzione è un'opera tutta di umiltà. «La vittoria che il Salvatore ha riportata sul demonio e sul mondo, dice san Leone, fu provocata dall'umiltà e consumata nell'umiltà. La nostra causa era persa; essa fu vinta, in virtù del privilegio dell'umiltà del nostro Dio» (488).

Orbene, questa abbondante grazia di umiltà, grazia che trova si in tutto l'essere di GESÙ, grazia caratteristica di tutti i suoi Misteri, è appunto quella ch'Egli ci comunica nel Battesimo. La grazia che è in noi, è quella medesima che è in Lui; non è un'altra grazia, non è nemmeno una grazia solamente simile, ma è identicamente la medesima: «Il nostro Capo, dice sant'Agostino, fonte della grazia, diffonde se stesso in ciascuno dei suoi membri. Ea gratia fit ab initio fidei suae homo quicumque. Christianus, qua gratia Homo ille ab initio suo factus est Christus: de ipso Spiritu est ich renatus, de quo est Ille natus (489).

Noi siamo consacrati umili, come siamo consacrati cristiani e figli adottivi dì Dio. Che questa disposizione e questo carattere della nostra nuova vita siano il fine voluto dal nostro Redentore, nel salvarci, nell'istruirci coi suoi esempi e neI farci parte della propria pienezza, è verità anche questo che forma un oggetto notevolissimo dell'insegnamento dei Padri.

«In paradiso defecit humilitas, dice sant'Ambrogio, ed ideo venit e caelo» (490). E sant'Agostino: Puderet te fortasse imitari humilem hominem, saltem imitare humilem Deum. Ille Deus factus est homo; tu homo, cognosce quia es homo.

E altrove, commentando questa parola del Salvatore, Ego sum via: Via Christus humilis. Quae enim causa humilitatis Christi, nisi infirmitas tua?.. Quo tu ire non potuisti ad eum ille venit ad te; venit docens humilitatem (491).

E tutto ciò è opera dell'amore: «L'amore. dice sant'Agostino, ha reso umile GESÙ CRISTO; l'amore lo ha fatto scendere dal Cielo (492).

Come Capo dunque, GESÙ CRISTO ci dà, a noi suoi membri, dell'abbondanza della sua umiltà; come Dottore, ci insegna la sua umiltà; e la comunicazione che ce ne fa, come l'insegnamento che ne porge, è frutto dei suo immenso amore. Dobbiamo dunque investirci dei sentimenti e delle disposizioni di GESÙ CRISTO e portare esternamente la sua immagine, l'immagine della sua umiltà, che, secondo san Paolo e i Padri, è pure il contrassegno dei Predestinati (493).

Qui, non più la logica inesorabile, che deriva dalla condizione di creature, ci invita all'umiltà, ma l'amore richiesto dalla nostra qualità di cristiani. Per rassomigliare e piacere a GESÙ, per vivere della sua vita intima, staremo ben attenti a non permetterci mai nessun sentimento di stima di noi medesimi, né di compiacenza nelle opere nostre; ma, nel nostro interiore, tutto sarà annientamento di noi stessi, come in GESÙ tutto era annientamento davanti al Padre suo; l'unico indirizzo di tutto quanto avviene in noi, sarà la gloria e l'onore di Dio. Quando poi ci colpirà l'umiliazione, qualunque ne sia la causa, non solamente l'accetteremo, ma l'ameremo; vi ci attaccheremo con gioia, a motivo della somiglianza lontana senza dubbio, ma sempre amabile, ch'essa ci dà col nostro Salvatore. Portare il segno dei lineamenti di GESÙ CRISTO di cui sta scritto: Et vidimus eum, et non erat aspectus (Is 52, 2); aver parte in qualche modo a quegli stati dei quali Nostro Signore medesimo parla per mezzo del suo Profeta: Ego sum vermis et non homo; opprobrium hominum et abiectio plebis (Ps 21, 7), è cosa che procura all'anima che ama GESÙ, intime e profonde gioie. La povertà, l'infermità, tutto quanto rende spregevole la persona, tutto ciò per quell'anima è un bene dei più preziosi. I suoi difetti medesimi, e, dobbiamo dirlo? persino i suoi peccati, le sembrano occasione di profitto spirituale; non già, evidentemente, in se medesimi, ma in quanto questi disordini l'umiliano, l'abbassano e la inducono al disprezzo di se stessa. È questo il pensiero di sant'Agostino in quell'assioma spesso citato: Omnia cooperantur in bonum, etiam peccata (494).

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