Sanctifica eos in veritate

Spiritualita

P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

 

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO SECONDO. 
    Della comunicazione che nostro signor Gesù Cristo fa al suo sacerdote del suo sacerdozio, del suo stato di Ostia e delle sue disposizioni
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CAPITOLO DICIASSETTESIMO. CONCLUSIONE DEL LIBRO SECONDO
«SANCTIFICA EOS IN VERITATE»

 

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Come conclusione naturale di questo Libro secondo, non possiamo che ripetere quella parole: Sacerdos alter Christus; il Sacerdote non è altro che GESÙ CRISTO, e può dire: «Non sono più io che vivo, è GESÙ CRISTO che vive in me». GESÙ CRISTO è Sacerdote e Ostia: esso pure è Sacerdote e Ostia. GESÙ CRISTO è santo: il Sacerdote è santo: GESÙ CRISTO nella sua Chiesa, è il perfetto Religioso del Padre, dedicato unicamente alla lode, alla gloria ed agli interessi del Padre. La Carità opera l'unione; e il Sacerdote che aspira all'unione con Nostro Signore, ama il divin Salvatore considerato in se stesso e nei suoi timori come Dio, come Sacerdote, come Ostia, come Capo, come Re. Ah, nulla potrebbe esprimere ciò che GESÙ CRISTO è in se medesimo, così grande, così bello, così dolce, così buono, nella sua vita divina, nella sua vita teandrica, nei suoi Misteri, e soprattutto nel suo stato di Ostia! Ed egli aspira senza posa all'unione, e tale unione è la sua vita sino all'ultimo sospiro; perciò egli è e rimane, in ogni cosa, sempre Ostia; vive con GESÙ sull'altare della immolazione, e la sua morte sarà il suo supremo Sacrificio.

Dobbiamo essere convinti, senza che mai nulla possa indebolire o alterare in noi questo intimo e possente sentimento, che il Sacerdote è un altro GESÙ CRISTO medesimo e quindi che deve essere santo. È specialmente e direttamente vero, a nostro riguardo, questo detto di san Paolo: Elegit nos in ipso (in Christo)… Ut essemus Sancti et immaculati in conspectu ejus, in charitateSanti ed immacolati, nei nostri pensieri e nelle nostre intenzioni, nei nostri sentimenti e nelle nostre affezioni, nelle nostre parole e nel nostro contegno, santi ed immacolati in tutte le potenze dell'anima e in tutti i sensi del corpo. Elegit nos in ipso: ecco la ragione primiera e unica di tutte le nostre grandezze, di tutti i nostri poteri e di tutti i nostri privilegi nell'ordine della grazia; ma ecco il fine: Ut essemus sancti… in charitate Dei quae est in Christo Jesu Domino nostro (Rm 8, 39). (Ef 1, 3-4).

Perciò il nostro misericordioso e amante Redentore, nell'ultima cena, in favore dei suoi Sacerdoti rivolgeva al Padre questa preghiera: «Sanctifica eos in veritate (Gv 17, 17-19). Santificateli nella verità». Ma quale deve essere la loro santità? La santità medesima di Cristo, poiché subito Egli soggiunge: Et pro eis lego sanctifico meipsum, ut sint et ipsi sanctificati in veritate. Grandi parole! preghiera potente, chè in tutti i secoli, ebbe magnifici effetti! Dopo gli Apostoli, infatti, quanti Sacerdoti santi! Quanto è bella e gloriosa quella legione di anime sacerdotali che han ricevuto quella benedizione, «quella grazia eccellente» sopra ogni altra, quel «dono perfetto» che il nostro sommo Pontefice e nostra Ostia implorava, in quella sua preghiera! In quel Cuore divino, quali ardori, quali sollecitudini, mentre al Padre saliva quella umile e potente supplicazione! E per il nostro dolce e misericordioso Sacerdote, quale consolazione quando prevedeva quella moltitudine di discepoli, di amici, di Ostie, che sarebbero fedeli al suo invito, ai suoi desideri ed alle ardenti aspirazioni del suo amore; di Sacerdoti ferventi, che riceverebbero e farebbero servire alla gloria del Padre, la comunicazione che intendeva far loro della dignità del suo Sacerdozio e della santità della propria disposizione di Vittima! Piaccia al misericordioso Salvatore che noi tutti siamo nel numero di tali Sacerdoti mille volte benedetti!

Sanctifica eos in veritate. «Queste parole sono sublimi, dice Bossuet. Esse non solamente ci elevano al disopra delle santificazioni e purificazioni della Legge, le quali non erano che figure e ombre, mentre i cristiani sono santificati nella verità, che è GESÙ CRISTO; ma ci rivelano ancora, in un modo particolarissimo, qual'è la santificazione propria del cristiano. Essere santificato, ciò vuoI dire essere separato. Per essere santificato nella verità e sino al fondo, a quale separazione dalle creature e da se stesso non bisogna esser giunto! O Dio! rimango atterrito, quando considero tale verità! Essere santificato nella verità, dimodochè nulla rimanga, in noi, altro che questa verità che ci santifica, e tutto quanto è falso e impuro sia tolto e sradicato: è cosa sì pura e perfetta che non si può giungervi nella vita presente. Ma, considerando pur solamente la necessità di tendere ad un tal fine in tutta verità e sotto gli occhi di Dio, v'è già abbastanza di che crocifiggere l'uomo tutt’intero» (369).

Ed ecco come ci viene ricordata la condizione necessaria per santificarci. Santificarsi, vuol dire immolarsi e sacrificarsi. I due termini Santificare e Sacrificare hanno il medesimo senso. Cinque erano le condizioni, come fu spiegato, per il sacrificio perfetto nell'antica Legge: la separazione, l'oblazione, l'immolazione, la consumazione nel fuoco, e la comunione. Queste condizioni, al par del Sacrificio stesso, erano figurative. Nostro Signore le ha realizzate. Colui che si santifica in GESÙ CRISTO, le realizza pure e diventa Ostia perfetta con Lui. Egli si separa da tutto quanta è profano, mondano e sensuale, e si dedica interamente e unicamente a Dio; si offre, e questa offerta è un abbandono di tutto se stessa alla volontà e al beneplacito che per lui è tutto; si immola mediante una continua e generosa vigilanza per distruggere in se medesimo non solamente il peccato. A questa morte sono sottoposti il corpo e l'anima, affinché la vita dì GESÙ CRISTO prenda il posto della vita della natura e dei sensi, vita tutta condannata a morire. Dopo l'immolazione, v'era la combustione: chi si santifica, chi si abbandona pure al fuoco soprannaturale, che è l'azione dello Spirito Santo, dimodochè «tutto quanto è mortale sia assorbito dalla vita», (2 Cor 5, 4), ed, egli viva di quella vita nuova di cui parla san Paolo: «Se siete risorti con GESÙ CRISTO, cercate e gustate ciò che sta in alto e non ciò che è sulla terra» (Col 3, 1). Non ha più che gusti e desideri celesti; libero dalle tendenze corrotte dell'uomo vecchio, egli passa «nella società del Mistero dell'altare» (370), nel quale GESÙ immolato è quel pane disceso dal cielo che ci comunica una vita celeste. In tale stato, esso è veramente oggetto di compiacimento per il Padre; e tale compiacimento, giusta il sentimento dei Santi, costituisce la Comunione da parte del Padre. Il vero Sacerdote è pure oggetto di consolazione, di speranza e di vita per la Chiesa; e col darsi in tal modo alla Chiesa, si dà, in certo qual modo, in Comunione ad essa.

Così, l'anima che si santifica è un'Ostia perfetta. Orbene, per ciascuno di noi Sacerdoti, GESÙ ha detto al Padre: Sanctifica eos in veritate. Santificateli nella verità, ma perché siano santificati nella verità, immolati dall'azione del vostro beneplacito, immolati nei santi effetti della vostra grazia, immolati in ogni istante della loro vita di quaggiù, immolati per l'eternità. Tale è la preghiera del nostro sommo Sacerdote.

Spieghiamo ora, il senso di quella parola: in veritate.

Santificateli nella verità: che cosa vuol dite? GESÙ ha detto: «Io sono la Verità» (Gv 14, 6). Con questa preghiera GESÙ domanda quella grazia che le comprende tutte, cioè, che siamo santificati e immolati in Lui; domanda l'unione, l'unità con Lui stesso. GESÙ CRISTO è ogni Santità; il suo Sacrificio è ogni Sacrificio; se non fossimo uniti a Lui, la nostra santità non sarebbe che apparenza e falsità, e il nostro Sacrificio verrebbe respinto. Essere santificato in GESÙ CRISTO, vuol dire tutto ricevere da GESÙ CRISTO: pensieri, intenzioni, desideri, affetti, voleri, atti e abitudini; vuol dire, fare ogni cosa sotto la sua ispirazione e in dipendenza da Lui, senza iniziativa nostra, perché a Lui apparteniamo assolutamente in tutto l'essere nostro; vuol dire, tutto riferire a Lui, come al fine verso il quale tende la nostra vita onde trovare il suo riposo e la sua felicità; come al termine nel quale ogni essere raggiunge il compimento di tutti i disegni della Creazione, della Redenzione e della Giustificazione. Essere santificati e santificati in GESÙ CRISTO, vuol dire dare al nostro dolce e misericordioso Sacerdote quella soddisfazione che il suo Cuore richiedeva dalla nostra ,corrispondenza al suo amore, quando diceva queste meravigliose parole: Manete in me, et ego in vobis (Gv 15, 4).

Sanctifica eos in veritate. Questa divina preghiera comprende tutto. Essa contiene e ci indica il grande e veramente unico carattere della vita soprannaturale: essere santificato in GESÙ CRISTO; ma si riferisce pure a tutti i particolari di tale vita. Quando san Paolo dice: Est veritas Christi in me (2 Cor 11, 10) afferma che questa volontà è in lui, non solamente in una maniera generale, ma in ciascuna delle proprie opere, nelle proprie parole e nella propria condotta, nei disegni che forma e Dei mezzi per eseguirli, nelle virtù che pratica e nei ministeri che adempie. Così nel Sacerdote; bisogna che in lui tutto sia vero, e in ciò sta la sua perfezione. Per natura, noi siamo falsi; perché, per natura, cerchiamo noi medesimi in ogni cosa. A noi stessi, come ad un centro universale, noi riferiamo ogni cosa. Indi, la necessità, per noi, di quella umiltà vera che è la perfetta abnegazione di noi stessi; e questo suppone la rinuncia alle nostre intenzioni naturali, e la dimenticanza completa di noi medesimi accompagnata da disprezzo. Se non è vera l’umiltà, che è il fondamento, cosa sarà dell’edificio? Bisogna dunque che nell'anima del Sacerdote tutto sia vero.

Bisogna che la vita interiore, nel Sacerdote, sia vera: nessuna illusione volontaria, niente falsa coscienza. Per raggiungere un tal fine, egli troverà l'aiuto necessario nell'orazione, nell'esame di coscienza, nel Sacramento della Penitenza e negli altri soccorsi della grazia. Si sforzi, con tutta sincerità, di conoscere se stesso: nessun inganno su questo punto. Stia fermo nella volontà di giungere, senza paura, a veder se medesimo, qual'è in realtà. È questa una disposizione rara assai, anche nelle persone di pietà; ma è assolutamente necessaria al Sacerdote. Nella confessione e nelle confidenze con l'uomo di Dio che avrà scelto come Direttore sia vero, sempre vero; la sua umiliazione sia vera, vera la sua contrizione, vero il suo proponimento.

Le risoluzioni che prende nei suoi esami, e nel ritiro mensile, siano sempre perfettamente vere. Nulla pro forma, o per abitudine, tanto meno per abbagliare la coscienza e come rassicurarla, con le apparenze di una buona volontà che manca di vigore e di vera sincerità. Mancar di verità con se medesimo, ovvero, secondo l'energica parola di san Gregorio: «mentire a se stesso sopra se stesso» (371), è colpa comunissima e che porta sempre gravissimi danni. Non è possibile nessuna vita interiore se si è vittima di inganni volontari. Non solamente la umiltà non è più vera, ma neppure la penitenza, né la semplicità – la semplicità che non è vera, è niente neppure la purezza d'intenzione, e neppure lo zelo della propria salvezza.

Nelle nostre relazioni con Dio, bisogna che l'amore della sua gloria, del suo regno, dei suoi diritti, e dei suoi interessi, sia vero, e non solamente nell'apparenza che portano con sé le opere nostre; ma sia vero, in tutta realtà, dentro di noi, nelle preghiere, nelle intenzioni e nell'indirizzo soprannaturale dato a tutto quanto si riferisce al culto e all'onore di Dio nelle opere, nelle parole e nei pensieri. Se riteniamo qualche cosa per la nostra gloria propria, è tutto a danno della verità del nostro zelo. Dio solo ha diritto a tutto: ecco la verità.

Dio che è Verità, Fedeltà, Bontà, ecco il principio, l'oggetto e il fine della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità. La nostra fede sia vera, vale a dire, profonda e operosa; la nostra speranza sia vera, vale a dire, ferma e costante; la nostra carità sia vera, ossia sempre crescente.

Riguardo a Nostro Signore, tutto, nel nostro cuore e nelle opere nostre, tutto sia vero e sincero: fede, fiducia, pietà, religione, amore, zelo, devozione. Sia vero e sincero tutto quanto diciamo di Lui, in pulpito, nel confessionale, alle anime tutte; siano veri anche i sentimenti con cui ne parliamo. Sia vero ancora il nostro linguaggio nella preghiera, nella meditazione, nella Messa e nell'Ufficio, Sanctifica eos in veritate. San Paolo ha detto: Dei Filius, Jesus Christus…, non fuit Est et Non; sed Est in illo fuit (2 Cor 1, 19). Il sì, vale a dire, la verità. Dobbiamo essere anche noi, verso di Lui, sempre sì. Questo può intendersi della docilità alla grazia, quindi ci riconduce alla pratica della verità, o come direbbe ancora il grande Apostolo, «a praticare la verità nella carità, onde crescere, in ogni cosa e con ogni sorta di mezzi, in GESÙ CRISTO nostro Capo» (Ef 4, 15).

Anche nelle nostre relazioni coi Superiori, tutto sia vero: obbedienza, rispetto, omaggio, devozione. Così pure, coi fedeli, la verità sia dappertutto nel nostro insegnamento, nei nostri consigli, nelle nostre decisioni e nei nostri giudizi.

Ma qual complesso di studio e di preghiere, quale diffidenza di noi medesimi, quale spirito d'osservazione, di prudenza è di sapienza non si richiede per giungere ad essere sempre così veri! Per noi, soprattutto, san Paolo ha detto: Quaecumque sunt vera, quaecumque justa… haec cogitate, haec agite (Fil 4, 8-9).

Nei giudizi sulle persone o sui fatti, guardiamoci da vedute troppo personali, e stiamo sempre nella verità e nella giustizia, lontano da qualsiasi eccesso. Ogni qual volta c'entra l'amor proprio, noi fatalmente incliniamo verso l'errore e l'ingiustizia.

Nelle discussioni e nelle controversie, sappiamo evitare uno scoglio: crediamo sinceramente che in nostro sentimento sia la verità? possiamo sostenerlo, anche con forza, quando si tratta di questioni importanti; ma guardiamoci dalle miserabili pretese dell'amar proprio, che ci porta ad attaccarci al nostro sentimento, più perché è il nostro che perché è la verità. L'unica nostra passione deve essere il puro amore della verità, senza riguardo a noi medesimi. Ricordiamo queste belle parole di sant'Agostino: «Certuni sono così superbi che si attaccano a qualche opinione, non già perché è vera, ma perché è il loro sentimento. Quia superbi sunt, nec noverunt Moysis sententiam, sed amant suam, non, non quia vera est, sed quia sua est; altrimenti amerebbero pure i pensieri veri degli altri, come io stesso amo i loro pensieri quando essi sono la verità, e non già perché sono il loro sentimento; la verità è un bene comune a tutti quelli che l'amano» (372). E altrove: Diligite homines, interficite errores. Sine superbia de veritate praesumite, sine saevitia pro veritate certate. Orate pro iis quas redarguitis… Abundetis in caritate Dei, et in invicem et in omnes (373). Facciamo tesoro di tali lezioni, e non dimentichiamole mai nelle discussioni, soprattutto tra cattolici.

Sanctifica eos in veritate. Essere santificato nella verità, quale preziosa grazia! In queste parole sta tutta la perfezione. Ripetiamo le parole di Bossuet: «Bisogna che nulla rimanga in noi se non quella verità che ci santifica e che tutto quanto è falso e impuro ne sia tolto e sradicato. A tale perfeziono non arriveremo mai nella vita presente».

È questa una condizione alla quale assolutamente è forza sottostare. Non potremo mai, quaggiù, arrivare a questo stato perfetto; non otterremo mai, nella sua pienezza, questa grazia ammirabile. Giusta il pensiero di sant'Agostino, quello stato perfetto è il festino delizioso riservato al cielo; quaggiù ne riceviamo soltanto briciole, benché abbondanti e già deliziose (374).

Raccogliamo almeno quanto possiamo di queste briciole stiamo attenti che non se ne perda nessuna. Raccogliamo il dono di Dio, l'inestimabile grazia di Dio, la santa e pura verità di Dio, nella preghiera, nella meditazione, nelle buone letture, nei saggi consigli che riceviamo dagli amici di Dio. Nulla, per noi, si perda di tale tesoro, con le illusioni volontarie, le affezioni sregolate, o le opere di duplicità e di menzogna. Solo la Verità ci attiri, e ci seduca! Da Verità è un tesoro infinito! (Sap 7, 14).

O Verità! O Verità! «Tutta la terra vi invoca e il Cielo vi benedice» (375). In Voi stanno tutti i beni e tutte le grazie! Voi siete la luce nelle tenebre del nostro esilio, l'ordine e la pace nel disordine e nel turbamento delle nostre passioni. Voi siete la forza nelle nostre lotte quotidiane, la consolazione e la gioia dei cuori puri; siete la salvezza; siete la vita! Beato chi Vi possiede nella mente, nel cuore, nelle parole nei sentimenti e nelle opere! Beato chi porta in tutto l'essere proprio, il vostro riflesso così puro, così attraente e così dolce per chi Vi contempla! Da Voi scende nella nostra vita la nobiltà, la dignità e ogni pregio! Voi siete modestia e grandezza, forza e soavità, umiltà e potenza. In realtà, alla fin fine, gli uomini non possono nulla contro di Voi, e unicamente possono qualche cosa in favore di Voi (2 Cor 13, 8). Voi sempre siete vincitrice, tale è il grido e il plauso dell'universo (376). Ma la gloria maggiore, o meglio l'origine e la causa di ogni Vostra gloria, sta in ciò che Voi siete la grazia e la bellezza del nostro Dio, del Verbo divino che si è incarnato per nostro amore e si è rivelato alle nostre anime con la sua amorevole Incarnazione. «Abbiamo veduto la sua gloria, dice il Discepolo prediletto; ed Egli era pieno di grazia e di Verità» (Gv 1, 14). Voi siete il carattere e il sigillo della sua Provvidenza, delle sue vie e delle sue opere. Voi siete l'irradiamento dell'Essere di Dio e Dio medesimo, come canta la Chiesa: Verax est Pater, Veritas Filius, Veritas Spiritus Sanctus, o beata Trinitas! (377).

O verità divina e deifica! O santa e magnifica gloria del nostro Ordine Sacerdotale! (Lv 8, 8). O Verità che mi avete condotto sino al monte Santo e al Tabernacolo di Dio! (Ps. 42, 3). Liberatemi da me stesso. Tale promessa mi è stata data da Colui stesso che ha detto: Ego sum Veritas. Liberatemi da ogni falsità, da ogni errore e da ogni menzogna, onde viva solo di Voi, o piuttosto, venite e vivete in me. O Verità! O Azione onnipotente di Dio! non vi sia altro in me che il Vostro trionfo. Per ottenere questo fine, o Verbo divino che siete la Verità, usate pure a vostro piacimento delle creature, siano ostili e benefiche; usate pure del dolore, della povertà, dell'abiezione; oppure illuminatemi Voi stesso direttamente, senza altro mezzo che la vostra luce; datemi, se vi piace, quell'intima conoscenza delle cose divine che Origene chiamava «un vostro bacio, o Sposo mistico delle anime!» (378). Ma esercitate sempre sopra di me, o Verità eterna e divina, il Vostro impero e la Vostra sovrana padronanza; e il Vostro impero, se possibile, sia assoluto e la vostra sovranità non incontri ostacolo; così, per grazia vostra, tutto in me sarà «luce nel Signore» (Ef 5, 8), sapienza, ordine, fedeltà e amore, sino a quel fortunato giorno, in cui giungerò infine a quella Vita beata della quale sant'Agostino ha detto che è il «godimento della verità». Beata quippe Vita est gaudium de Veritate: hoc est enim gaudium de te, qui Veritas es, Deus meus (Confess., lib. X, cap. XXIII.).

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(369) Méditations sur l'Evangile. – La Cène, II partie, LV° jour.
(370) Tuis nos Domine, Sacramentis libatio sancta… a vetustate purgatos, in Mysterii salutaris faciat transire consortium. – Missa Feria VI, Quatuor Temp. Adventus.
(371) Saepe sibi de se mens ipsa mentitur, et fingit se de bono opere, etc. – Pastoral, part.

I, cap. IX.
(372) Confess., lib. XII, cap. XXV.
(373) Contra Litteras Petiliani, lib. I, cap. XXIX
(374) Nonne si pascimur modo micis, tunc plenam habebimus mensam? ­ Serm. CLXXXIX, cap. VI.
(375) Omnis terra veritatem invocat, coelum etiam ipsam benedicit. Dal terzo Libro di Esdra (IV, 36), il quale, benché non sia canonico, gode, nella chiesa, di molto rispetto.
(376) Et omnes populi clamaverunt: Magna est Veritas, et praevalet. ­ III Esdra, IV.
(377) In Off. SS. Trinitatis. – S. AUG., Confess., lib. VII, cap. X.
(378) In Cantic. ., lib. I.Canticor