Sacerdote e ostia

Spiritualita

P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

 

VERSIONE ITALIANA DEL SAC. MAURILIO ANDREOLETTI
QUARTA EDIZIONE

NIHIL OBSTAT QUOMINUS IMPRIMATUR
SAC. CAROLUS FIGINI, CENS ECCLES.

 I M P R I M A T U R
IN CURIA ARC. MEDIOL.
DIE 22 DECEMB. 1943
D. BERNAREGGI, VICARIUS GEN.

 


NOTE BIOGRAFICHE SULL’AUTORE

 

 

Il Padre Giraud (1830-1885) è un discepolo fedele, con il P. Faber e con Mons. Gay, di quella scuola di spiritualità che fa capo al Card. de Bérulle, a san Francesco di Sales, al P. de Condren e a Giovanni Olier. Capisaldi di tale scuola sono: I) una divozione particolare al Verbo incarnato considerato come Omnia in omnibus, ed alla Madonna di cui essa pone in uno speciale rilievo la dignità, i privilegi e i pregi; 2) un concetto intimo della vita di Gesù Cristo in noi per la grazia, secondo la dottrina di san Paolo; 3) uno spirito intenso di profonda religione.

Egli apparteneva alla Congregazione dei Missionari della Salette. Il 19 settembre 1846, sul monte dove ora ergesi un magnifico Santuario, vicino a Corps (Diocesi di Grenoble), nella regione in cui trovasi la Mure, patria del B. Eymard, la Madonna comparve a due pastorelli, versando lagrime sui peccati che si commettevano contro il Signore, particolarmente su le bestemmie, la profanazione della festa e la violazione delle leggi dell’astinenza, dicendo che stentava a trattenere il braccio del suo divin Figlio pronto a mandar severi castighi. Quel monte, dove avvennero anche miracoli, divenne subito un centro attivissimo di vita religiosa e di conversioni, meta di pellegrinaggi da ogni parte della Francia e anche dall’estero. Il Vescovo di Grenoble istituì, per il servizio del Santuario e l’attuazione dei desideri della Madonna, la Congregazione dei Missionari, la quale conta attualmente 80 case sparse in Europa, in America e in Africa, con oltre 600 membri tra Padri sacerdoti e Fratelli coadiutori, e inoltre 500 alunni nelle loro Scuole Apostoliche. I Missionari de la Salette esercitano pure il loro zelo nelle Missioni (Madagascar, Brasile, Birmania) con tre Prefetture Apostoliche.

La vita di P. Giraud fu una vera vita di vittima; ne aveva anche fatto il voto. Si prodigò nella predicazione e in tutte le opere di zelo, nelle Missioni e negli Esercizi spirituali al Clero, vero Sacerdote Vittima con Gesù Cristo secondo lo spirito del suo libro di cui diamo la traduzione. Cosa incredibile che in mezzo a continue e assorbenti occupazioni, essendo anche sempre malaticcio, egli abbia potuto dedicarsi ad uno studio così profondo della Teologia e dei Padri, come si vede in quest’opera che, per altro, non è la sola ch’egli abbia scritta; ve ne sono, infatti, altre ancora di gran pregio. Egli ricevette più volte da Dio grazie mistiche straordinarie; morì in concetto di Santo.

Per rendere quest’opera accessibile al Clero italiano, abbiamo tralasciato nella traduzione parecchi capitoli che riguardano gli Ordini sacri ed i Seminari; ma confidiamo che non abbia nulla perduto della sua unzione e speriamo farà tanto bene anche al Clero nostro.

PREFAZIONE DELL’AUTORE

 

Fin dai giorni del Seminario ci dominava questo pensiero: «Gesù Cristo, nel medesima tempo e parimenti, è Sacerdote e Ostia. – Sacerdote del suo Sacrificio e Ostia del suo Sacerdozio. In Lui, Sacerdote e Ostia è tutt’uno. E’ dunque naturale la conclusione che Gesù Cristo rendendo il Sacerdote partecipe del suo sacerdozio, lo rende pure partecipe del suo stato di Ostia. – La grazia del Sacerdozio innanzi tutto e necessariamente deve essere una grazia di Ostia. – Un Sacerdote che fosse soltanto Sacerdote e non Ostia, non sarebbe completo. – In tal caso adempirebbe, è vero, un ministero sublime e santo; ma non avrebbe in se stesso quelle disposizioni soprannaturali che corrispondono all’onore di un tal ministero. – Perché divenga quale lo vuole GESÙ, Sommo Sacerdote e Ostia perfetta del Padre, è d’uopo che il Sacerdote sia Ostia altrettanto che Sacerdote».

Dobbiamo riconoscere che questa dottrina, così alta e così semplice ad un tempo, fu per noi, nei giorni felici della nostra gioventù, sorgente di profonde consolazioni spirituali.

Ma tali idee sul Sacerdozio di Nostro Signore non potevano rimanere né isolate n’è sterili.

In realtà il Sacerdozio di Gesù Cristo non è soltanto comunicato ai Sacerdoti; essa trovasi in tutta la Chiesa. Nei Sacerdoti trovasi in maniera speciale, in virtù di quel Sacramento che imprime un carattere incancellabile, e che ha per oggetto il Sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo; ma trovasi pure in tutti i fedeli, in virtù della grazia del loro Battesimo. Ce lo insegnano con frequenza le Sacre Scritture e i santi Dottori. Ogni cristiano è Sacerdote, non già per offrire d’ufficio il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo; ma in quanto, per il diritto del suo Battesimo, è reso partecipe di quella divina oblazione e vi concorre in diversi modi; ogni cristiano è Sacerdote per offrire se stesso come Vittima, in unione col Sacrificio di Gesù Cristo, davanti alla maestà del Padre. La grazia del suo Battesimo lo ha costituito altrettanto Vittima che Sacerdote; tale grazia santificante è intimamente una grazia di Vittima.

In qual modo la grazia ricevuta nel Battesimo è una grazia di Vittima? – Perché la grazia santificante, che ci viene data dal Sacramento, è una partecipazione della Grazia santificante dell’Uomo Dio (1), e questa grazia del Figlio di Dio incarnato è una grazia di Vittima.

Perché diciamo che la grazia del Figlio di Dio è una grazia di Vittima? – Perché Gesù Cristo «è stato santificato dal Padre» (Gv 10, 36) per essere Vittima, essendo il suo stato di Vittima la condizione nella quale e per la quale Egli ha reso al Padre tutta la gloria che gli era dovuta e ci ha procurato tutto il bene che abbisognava alle anime nostre.

Ecco perché ogni cristiano, «ricevendo della pienezza della grazia di Gesù Cristo» (Gv 1, 16) e vivendo della vita di Lui, è Vittima.

E parimenti, per via di una conseguenza altrettanto rigorosa, ogni Religioso, obbligato in virtù della professione dei santi voti a tendere alla perfezione della religione cristiana, è pure obbligata a tendere alla perfezione della vita di Vittima.

Sotto l’impressione di tale dottrina, piena ad un tempo di tanta luce e di tanta unzione, abbiamo scritto il libro che ha per titolo: Della unione a Nostro Signore GESÙ CRISTO nella sua vita di Vittima, indirizzato a tutti i fedeli; e un altro specialmente destinato alle anime consacrate a Dio coi voti di Religione: Dello spirito e della vita di Sacrificio nello stato religioso.

Ma un altro soggetto non cessava di attirarci: lo studio della vita cristiana e della vita religiosa, sotto l’aspetto dello stato di Vittima; studio tutto ripieno di spirituali consolazioni e corroborante per lo spirito e per il cuore. Se la vita ordinaria del cristiano e la vita più elevata dell’anima religiosa, considerate nella luce divina che ci viene dalla stato di Gesù Cristo, ci apparivano così nobili, grandi e sante; che sarebbe mai dei vivi e magnifici splendori che quella medesima luce proietterebbe sulle cime sublimi del Sacerdozio? Vi pensavamo con gioia, ce ne preoccupavamo con amore; era questo studio singolarmente attraente che presto o tardi noi volevamo fare, se la divina Bontà volesse compiacersi di darcene il tempo e di favorircene la grazia.

Non ci facevamo illusione sulle difficoltà di un tale lavoro; tuttavia, dietro l’incoraggiamento di amici benevoli e la benedizione di Superiori pieni di indulgenza, e, perché non dirlo? dopo molte preghiere, ci siamo posti all’opera; ed ecco ora il frutto della nostra buona volontà.

Aggiungeremo che ci siamo decisi a fare questo lavoro, perché abbiamo notato che, fra tanti libri destinati ai Sacerdoti, non ve n’è alcuno che tratti del sacerdozio dal punto di vista dello spirito di Ostia.

Vi sono, sopra questo soggetto, numerosi e preziosissimi testi dei Padri. Per certo, questi uomini grandi, così illuminati da Dio, hanno conosciuto questa dottrina, altrimenti essa non sarebbe che una novità, e quindi sarebbe sospetta di errore. Ma nessuno dei Padri, neppure nei trattati scritti per i sacerdoti, nessuno anche degli autori ecclesiastici del medioevo, ha mai avuto lo scopo di rivelare al sacerdote questo grande carattere della sua vita. Solo il venerato Abate Olier, in quel capolavoro di dottrina e di pietà che è il Trattato dei Santi Ordini, ha affermato insistentemente che «ogni Sacerdote è vittima»; che la perfezione della grazia sacerdotale sta nello spirito e nella vita di Vittima. Per altro, l’Abate Olier si limita a indicare certe disposizioni che convengono al Sacerdote nella sua qualità di Ostia, e parecchi argomenti, che è pur utilissimo porre sotto gli occhi del Sacerdote, non vi si trovano.

Riconosciamo pure di essere molto debitori all’Opera, così preziosa, che porta il nome del celebre Padre de Condren (2): Della idea del Sacerdozio e del Sacrificio di Gesù Cristo. Sono queste le opere principali dalle quali abbiamo attinto quanto di più sublime abbiamo potuto conoscere sul sacerdozio di Nostro Signore, e sulla partecipazione che il divin Maestro si degna di farne ai suoi sacerdoti.

Ma la preoccupazione di dare ai nostri fratelli nel Sacerdozio la più alta idea della loro dignità, non sarà forse stata causa di qualche eccesso da parte nostra? Non abbiamo noi forse esagerato la santità della Grazia del Sacerdote?

Abbiamo fiducia di poter rispondere di no. Esagerare, soprattutto in un tal soggetto, sarebbe grave torto; ma diminuire la verità, non lo sarebbe meno. Uno dei maggiori bisogni del sacerdote è di tener l’anima sua in presenza di un ideale magnifico di santità e di perfezione; altrimenti, l’ambiente nel quale vive, le sue relazioni con persone di idee e di costumi ordinariamente comunissimi, infallibilmente lo abbassano; e allora si verifica la parola della Spirito Santo: Sicut populus, sic sacerdos (Is 24, 2; Os 4, 9).

È fuor di dubbio che non possono tutti innalzarsi con facilità a quelle sublimi altezze cui ci invita il nostro Sacerdozio: Divisiones gratiarum sunt (I Cor 12, 4); ma tutti debbono sapere che bisogna camminare senza posa verso quel punto radioso e divino. Se progredire è la legge di ogni creatura redenta (S. Bern., Ep. 91) tanto più sarà la legge del Sacerdote, il quale, per la condizione naturale, si trova a sì grande distanza dalle cime soprannaturali dove sta il suo vero posto, dove è la dimora che si addice alla dignità della sua vita. Oh! come vorremmo richiamare questa verità in modo particolare ai nostri Confratelli ancora giovani! Fin dall’inizio della santa carriera sacerdotale, anzi fin dal Seminario stesso, bisogna tendere in alto, molto in alto. Ma per essere incoraggiati a tale incessante ascensione, è necessario possedere una idea sommamente giusta e vera della santità che ci è propria. Sant’Ambrogio ha detto: «Vediamo di conoscere anzitutto l’eccellenza della nostra dignità e poi mettiamo il nostro impegno a vivere in conformità con tale eccellenza» (3).

Sembra inoltre che i tempi che attraversiamo siano singolarmente opportuni, per eccitare ogni anima sacerdotale ad un fervore straordinario. Il mondo odia GESÙ CRISTO, e per causa di CRISTO, di cui rappresentiamo l’autorità e la missione, il mondo odia anche noi, la nostra azione, la nostra influenza, il nostro carattere. Il mondo vuole la nostra rovina, perché siamo una forza che si oppone al suo trionfo.

Qual è dunque il nostro dovere? qual’è la più urgente necessità?

Bisogna che tutti siamo santi, non solo «perché il nostro nemico sia coperto d’onta, per non poter dire nessun male di noi» (Tit., 2, 7, 8), ma santi davanti a Dio, a grande consolazione del suo Cuore (2 Mac , 6); santi all’altare, santi nella orazione e nella preghiera; santi nella nostra vita privata, con abitudini serie di regolarità, di lavoro e una certa austerità di costumi; santi ancora, davanti agli uomini, con una condotta sempre esemplare in ogni sorta di opere buone (I Tim 4, 12), tale che sia «anche per gli uomini più perversi una luce dalla quale esca come una virtù che tutti guarisca» (Fil 2, 15; Lc 6, 19), effettuando così alla lettera, se è possibile, quella magnifica idea che san Paolo ci dava per il tempo della prova: Nemini dantes ullam offensionem, ut non vituperetur ministerium nostrum; sed in omnibus exhibeamus nosmetipsos sicut Dei ministros, in multa patientia etc. (4).

Piaccia alla divina Bontà che le pagine che pubblichiamo possano cooperare ad un sì gran bene!

Sant’Agostino termina il suo trattato De Trinitate con queste commoventi parole: «Per quanto ho potuto, o Signore mio Dio, e per quanto me ne avete dato la grazia, vi ho cercato, e ho desiderato di vedere con l’intelletto ciò che è oggetto della mia fede; ho fatto molti ragionamenti, ho faticato, molto… Signore, Dio Uno, Dio Trinità, tutto quanto ho detto in questi libri e che viene da Voi, lo riconoscano i vostri servi; ma se v’è qualche cosa di mio, perdonatemelo, e me lo perdonino i vostri servi» (5). Facciamo noi pure la stessa umile preghiera.

Si noterà in fine del libro ciò che chiamiamo, il Coronamento dell’opera. Il cuore di un Figlio di Maria, scrivendo per altri Figli prediletti di questa Madre e Regina del Clero, non poteva a meno d’essere inclinato a chiamare senza timore con tale espressione, quell’appendice, che gli era stato sì caro di comporre e di porre come compimento necessaria ad un lavoro che, se è stato un po’ lungo, è stato pure dolcissimo.

Crediamo poi superfluo dichiarare, che nella più sincera sottomissione e con l’amore, più filiale, deponiamo quest’opera, con tutto ciò che vi è contenuto, ai piedi del Santo Padre il Papa, Dottore infallibile.

Facciamo nostre le parole di S. Bernardo: «Quale autem dixi, absque praejudicio sane dicta sint sanius sapientis. Romanae praesertim auctoritati atque examini totum hoc, sicut et caetera quae ejusmodi sunt universa reservo; Ipsius, si quid aliter sapio paratus judicio emendare» (Epist. 174).

 


 

NOTE

 

 

 

(1) Indi quelle parole di S. Agostino: «Ea gratia fit ab initio fidei suae homo quicumque Christianus, qua gratia Homo ille ab initio suo factus est Cristus. – De praedestinat. Sanctorum. cap. XV. – Bossuet così traduce: «La stessa grazia che ha costituito Gesù Cristo nostro Capo, costituisce pure tutti i suoi membri». Méd. Sur l’EvanI. cap. II. – A noi soprattutto sono dirette queste belle parole di Origene: Non vult nos Deus in dejectis et humilibus locis sed in monte haereditatis suae vult plantare quos plantat… Conversationem eorum vult esse sublimem. – In Exod. Homil. VI.., 73° Jour.

 

 

(2) Il P. de Condren, secondo Superiore generale dell’Oratorio di Francia, morì in odore di santità nel 1641. Giovanni Olier, Parroco di San

Sulpizio, Fondatore del Seminario e della Società di San Sulpizio, morì

pure in odore di santità, nel 1657.

 

 

(3) Digmtm est enim ut dignitas sacerdotis prius noscatur a nobis; et sic deinde servetur a nobis. – De dign. sacerd., lib.

 

(4) II Cor., VI, 3-10. – S. Agostino ci insegna che la santità della vita è pure il mezzo di richiamare tempi migliori. Non è forse questa una legge immutabile della Provvidenza? – Et dicitis: Misera tempora sunt. Vivite bene, et mutatis tempora vivendo bene. – Sermo CCCXI.

 

 

(5) Lib. XV, cap. XXVIII et ultim.