MARIA E L’APOSTOLATO

Spiritualita

Mateo Crawley-Boevey SS.CC.
(1867-1960)
RITIRO SACERDOTALE

Adveniat Regnum tuum!

MARIA E L'APOSTOLATO
«REGINA APOSTOLORUM »

Se Pietro presiedeva ufficialmente il Cenacolo, Maria vi assisteva in qualità di Regina degli Apostoli e, dunque, Regina di Pietro stesso.
Regina del Cenacolo Maria lo è perché è la Madre di Cristo Salvatore. Ma inoltre Ella fu lo strumento e la sola teste dei più grandi fatti della nostra fede.
Ella è l'Arca Santa per eccellenza dei misteri dell'Incarnazione, dell'infanzia di Gesù, dei suoi trenta anni di vita nascosta a Nazareth. Chi, fuori di Essa, poteva certificare la generazione miracolosa del Figlio di Dio e quindi la sua Maternità verginale?
Sembra assai probabile che Ella abbia svelato prudentemente tali abissi di grazie e di redenzione agli apostoli, avidi dopo la Pentecoste di essere illuminati su dei fatti storici di cui la chiave era esclusivamente nelle mani di Maria.
A me pare che noi conserviamo ancora una delle più belle mostre di tali confidenze, la più intima di tutte, nella recita quotidiana dell'Angelus.
Avvicinatevi, dunque, alla Madre degli Apostoli, alla dolce Regina del Cenacolo, e che la vostra pietà strappi dal suo Cuore che conserva i segreti e le parole del Gran Re, una luce e una fiamma per il perfetto compimento della vostra missione.
«Regina degli Apostoli, fate di tutti noi gli strumenti docili dei disegni misericordiosi del Salvatore vostro Figlio ».

Il Signore vi ha detto: «Venite dietro a me, lasciate tutto, perchè io vi farò pescatori di uomini… Andate e predicate a tutte le creature, andate e insegnate…» (Mth. 4, 19 e 28, 19).
Ecco il vostro mandato, divino s'altri mai; ecco la ragione d'essere della vostra vocazione apostolica. Voi non siete su questa via di abnegazione per vostra scelta. «Ego elegi vos» (Jo. 15, 16), ha detto il Maestro. Voi siete i messaggeri, e ciascuno di voi può con tutta umiltà e verità chiamarsi con S. Paolo «apostolus Jesu Christi». Titolo divinamente rialzato per il carattere sacerdotale e rinforzato da tutti i suoi poteri.
Che cosa è in fondo l'apostolato? Questo: dare, con Maria e come Maria, Gesù Cristo, alle anime, e dare, con Maria e come Maria, le anime a Gesù Cristo.
La definizione mi sembra tanto semplice come completa e sostanziale, e voi non avete altro scopo o dovere che quello di realizzare in voi un tale sublime ideale.
Ideale in verità tanto più glorioso in quanto si tratta di rapire le anime al paganesimo, e perciò rinnovare le prodezze apostoliche dei dodici primi messaggeri della Grande Novella. Voi siete autenticamente della loro stirpe, voi marciate sulle loro tracce, senza altri intermediari che i Paolo di Tarso e i Francesco Saverio.
E che sarà allora lo zelo? Il calore divino di una fiamma divina! O se voi preferite, eccovi una altra definizione: una santa angoscia, nel vedere Dio sconosciuto e oltraggiato e le anime in pericolo di perdersi.
Ma le due definizioni suppongono, egualmente la stessa base: un -cuore di fuoco, un amore divorante, uno zelo d'apostolo. Perchè come riscaldare gli altri se noi stessi non siamo dei bracieri? Come sentire la sublime angoscia che ispira la vista di Dio disconosciuto, se non amiamo questo Dio con una carità ardente? E come amare le anime in pericolo e dedicarsi alla loro salute se noi non bruciamo d',more per Colui che per il primo ha donato la vita per salvarci tutti, noi ed esse?
Dunque, lo zelo, il vero zelo non è che l'espansione logica, spontanea di un cuore divorato dalla carità divina. Sì, colui che ama, e nessun altro al di fuori di colui che ama con un grande amore, può ripetere le parole dell'Apostolo: «Caritas Christi urget nos» (II Cor. 5, 14).
Solo colui che ha donato tutto il suo cuore al Maestro adorabile può fare sue le parole che Gesù indirizzava un giorno a S. Margherita Maria: «Non potendo più contenere le fiamme che mi divorano, io ho bisogno di spargerle per mezzo tuo ».
Voi avete capito, nevvero? Quando il fuoco vi divora dentro, voi avete bisogno di alleviarvi gettandolo fuori e spargendolo attorno a voi.
Amore e zelo sono, perciò, in fondo la stessa cosa. Dite amore quando parlate di fiamma interiore, e dite zelo quando parlate di fiamma che irradia dal cuore ardente e che tende a comunicarsi ovunque.
Ascoltate una frase di S. Francesco Saverio che manifesta bene questo, stato d'animo, frase che al santo esce proprio dalla ferita del cuore: Perchè non posso, o mio Dio, moltiplicare la mia persona e il mio lavoro…, perchè non posso donare mille vite e soffrire mille morti per farvi conoscere da tutte le creature?…»
Questa dottrina d'amore, divenuta uno zelo divorante, è tanto più solida, perchè il primo Comandamento si completa e si perfeziona sempre con il secondo. Quando si ama Dio, e perchè lo si ama, e unicamente nella misura in cui veramente lo si ama…, si ama altresì il prossimo, non solamente come se stessi, ma al di là di se stessi fino a donare per lui tempo, salute, tranquillità e vita. Ed è il vostro caso! Voi siete, dunque, la conferma vivente della definizione che Guglielmo di Parigi dava dallo zelo: «flamma ferventissima de ipsa fornace Spiritus Sancti».

E adesso vediamo che cosa è il vero apostolo. Un calice pieno di Gesù fino all'orlo, che riversa la sua sovrabbondanza sulle anime.
Notate che io ho detto: «pieno di Gesù fino all'orlo», ciò significa che non sempre è apostolo colui che lavora molto, ma che ha una debole scintilla nel cuore. Questi sarà a rigor di termine un buon operaio, ma è ancor molto lontano dall'essere un apostolo. Tutti gli apostoli, tutti, sono dei magnifici operai, ma al contrario, ahimè! non tutti gli operai sono degli apostoli.
L'apostolo è prima di tutto e sopratutto una fiamma divina che lavora quando e come Dio vuole, e può anche consumarsi nel silenzio e con una sorprendente fecondità, anche senza lavorare, se il Signore ciò volesse. Tale è, fra mille, il caso della cara Stella di Lisieux.
Che cosa sono S. Francesco Saverio e la piccola Santa Teresa? Due fiamme meravigliose di una forza redentrice, in due vie completamente differenti, ma tutte due egualmente apostoliche, irraggianti e feconde.
Ecco il motivo della mia ossessione nel voler predicare l'amore del Cuore di Gesù, alle anime elette e sopratutto al clero, come base e anima di ogni apostolato. Se il cuore non batte forte, pieno di sangue e di energia divina, come domandare alle mani di lavorare, come pretendere formare degli apostoli?
È la fiamma, è il motore che manca: molti mancano di una grande carità, ed ecco perchè mercanteggiano con Dio.
Ecco perchè, anche se lavorano molto, il lavoro rende loro poco o niente, poichè non è proprio il lavoro che costituisce l'apostolato, ma lo spirito di carità che anima il lavoratore.
In pratica troverete quelli che per temperamento sono assai attivi, fin troppo attivi, e riescono assai bene, in apparenza. Ma allo stesso tempo voi potete constatare facilmente che il risultato reale non corrisponde a tanti sforzi. Perchè ?
Ah ! perchè in queste attività spesso vi è più febbre che vero amore e vero zelo. Solo la vita può generare la vita, solo l'amore divino è veramente fecondo. E i Santi, tutti i Santi, ne sono una prova irrefutabile.
Io ve ne parlerò particolarmente a suo tempo quando tratterò della necessità di educare solidamente il cuore del Sacerdote e insegnargli ad amare con grande amore Nostro Signore, per divenire tanto in Occidente come in Oriente, un vero Sacerdote, un vero apostolo, un vero missionario.
Ma fin d'ora, ve ne scongiuro, domandate al Cuore di Gesù e alla Regina degli Apostoli, quella che è la sorgente di ogni apostolato fecondo e l'anima stessa del missionario e dell'apostolo, voglio dire la «scientia caritatis Christi». Se non mi sbaglio, essa è il segreto del successo di grazia che dopo lunghi anni ha marcato un po' dappertutto il vostro apostolato.
Benedetta sia la scuola che vi ha così formato, «ut fructum afferatis et fructus vester maneat» (Jo. 15,16).

E per chiudere convenientemente queste considerazioni sopra l'apostolato, ecco qualche consiglio che io vorrei darvi con una convinzione e una umiltà non minori al rispetto che vi porto.
Non mirate mai a ciò che si chiama successo, termine dietro il quale si nasconde troppo spesso un raffinato amor proprio. Cercate la gloria del Signore, e questa come egli la intende, cercate la salvezza delle anime, ma come Dio lo vuole. «Viae vestrae, non sunt viae meae» (Is. 5,5; 8). Ciò basta.
Successo e gloria di Dio, successo e salvezza delle anime, non sempre sono equivalenti, Anzi si danno certi successi rumorosi che sono dei veri fracassi mascherati. Come, al contrario, si danno dei fracassi che sono una grazia del cielo ed una segreta vittoria.
A proposito dei fracassi, non temeteli troppo, perchè come dicevo, essi non corrispondono sempre a quella realtà che Dio solo vede.
Ricordatevi che la sconfitta del Calvario, la più formidabile che si possa umanamente concepire, entrava nel piano provvidenziale, e in fondo fu la vittoria delle vittorie, «ubi est, mors, victoria tua?» (I Cor. 15,55).
Fate, pertanto, tutto il vostro dovere, fatelo coscienziosamente e con spirito soprannaturale, lasciando poi che Nostro Signore ricavi la sua gloria da un successo, o da una contrarietà, o da un fiasco: «diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum» (Rom. 8,28).
E adesso io domando al Cuore di Gesù di farvi sentire che lui è veramente l'ispiratore della dottrina che vi predico. Non ascoltate più me: che il suo Cuore vi parli !
Quando voi predicherete il catechismo e i Comandamenti, vi supplico di predicare sopratutto, «opportune et importune», il Legislatore adorabile! Mettete ben in rilievo e con vigore, alla base di tutto il vostro insegnamento, qualunque esso sia, la Persona di Nostro Signore, che, ahimè! è così poco conosciuta dai cristiani e da quelli stessi che si pregiano di essere suoi amici.
Oh! realizzate anche voi nel vostro ministero l'annuncio che nella santa notte di Natale facevano gli angeli ai pastori: «Ecce enim evangelizo vobis gaudium magnum, quod erit omni populo, quia natus est vobis hodie Salvator qui est Christus Dominus » (Lc. 2,10).
Sì, nominate sempre al principio e alla fine della esposizione della Legge, il Salvatore, il cui nome ha una virtù unica. Che lacuna quella di molti predicatori e catechisti che insistono molto sulla legge positiva e sulla legge penale, ma si cimentano di sfiorare appena e a caso la figura adorabile e divina di Gesù Cristo! E' ben vero che si può facilmente conoscere tutto il codice di Napoleone, senza conoscere Napoleone, ma non si può essere veramente un grande cristiano, ossia vivere la legge divina, senza conoscere bene ed amare con un vero amore il Legislatore, Gesù Cristo. Che Mosè resti nell'ombra per i Giudei, una volta conosciuta la legge! Ma voi mettete in piena luce il Sole Divino, Nostro Signore, che è il solo Legislatore di cui la conoscenza e l'amore sono proprio l'anima della legge cristiana. «Che conoscano Te, o Padre, e Colui che hai inviato» (Jo. 17, 3).
La mia esperienza mi dice che vi sono dappertutto numerosi cristiani, sopratutto fra gli ex allievi di collegi cattolici, che conoscono tutta la Legge Cristiana a memoria e che poi sono dei pessimi cristiani, perchè non conoscono e per conseguenza non amano il Divino Legislatore.
Di più io debbo dirvi che, mentre appoggiate la vostra opera di evangelizzazione sulla Persona adorabile di Gesù Cristo, dovete predicare con fuoco la dottrina di carità, vale a dire il suo amore, il suo Cuore. «Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur?… Venite ad me omnes». (Lc. 12, 41 et Mth. 11, 29).
Non dimenticate che in fondo la grande e divina Novella dei Vangelo è quella di un Dio che ama, e che proprio per provare questo amore e reclamare il nostro, ha fatto ciò che S. Paolo chiama : «stultitia crucis», che naturalmente suppone la «stultitia Incarnationis».
Non dimenticate che il primo comandamento «Diliges» è e resterà «primum et maximum mandatum», sotto tutte le latitudini e per tutte le razze del mondo, tanto a Roma che in Oriente E che il secondo e tutti gli altri Comandamenti poggiano sul primo e da esso derivano.
Oh, dite e ridite in tutte le lingue e dialetti, dite con una santa insistenza che «Dio, è amore», e che il suo primo diritto è quello di essere amato «ex toto corde et ex tota anima, et ex tota mente», ossia con tutto il nostro essere !
Insegnate con S. Paolo che « qui diligit proximum legem implevit» ed anche che «qui non diligit, manet in morte» (Rom. 13,8 e Jo. 3,14).
Se voi costruirete su questa pietra dottrinale, nè i venti nè le acque delle tentazioni e delle persecuzioni abbatteranno la casa del Signore.
Non mettete altro fondamento, perchè questo fu posto fin dal principio dagli Apostoli come pietra angolare di tutta la loro predicazione evangelica.
Ne ho la più profonda convinzione: fu questa teologia che aprì il solco in piena società pagana, fu questa Pentecoste che ha prodotto la meravigliosa espansione del cristianesimo nei primi secoli: la grande novella sconvolgente, venuta dall'alto, che Dio non è che amore e che è disceso a mendicare il nostro amore a prezzo del suo sangue. D'altra parte, voi lo avete certamente notato come me, questa dottrina, che è un riassunto di tutto il nostro catechismo, è pure la più cattolica, cioè la più universale del nostro Dogma, poichè essa è propria quella che tutti, fanciulli, giovani e vecchi, semplici e dotti, comprendono con una impressionante chiarezza. Essa è la chiave, la sola spiegazione soprannaturale e adeguata di tutti i nostri misteri, di tutti.
Infatti, ai «come» e ai « perchè» dei vostri neofiti sopra i misteri dell'Incarnazione, della Croce, dell'Eucaristia, della Chiesa, dei Sacramenti, voi in fondo non trovate che una risposta, quella che risplende come un sole da tutto il Vangelo e da tutte le Epistole di S. Paolo, ed è questa: «Sic Deus dilexit munduni ut Filium suum Unigenitum daret… Ipse prior dilexit nos… usque in finem dilexit eos» (Jo. 3,16 e I Jo. 4,10 e Jo. 13,1).
La conclusione emana logicamente da questa affermazione: «sic nos amantem, quis non redamaret? Praebe, fili mi, cor tuum mibi… Diliges… (Prov. 23,26).
Se S. Tommaso d'Aquino avesse dovuto ragionare, con le S. Paolo, davanti a degli intellettuali pagani, ma sinceramente ed onestamente desiderosi di conoscere il cristianesimo, egli non avrebbe saputo trovare una risposta più luminosa e più sicura.
Essa deve essere e resterà alla base dell'edificio cristiano, sia nella forma solenne delle Università Cattoliche di Parigi, di Lovanio, o di Milano, che in quella più modesta e più semplice, ma non meno importante, delle cristianità dei paesi di missione. «Nos autem predicamus Christum crucifixum» (1 Cor. 1,23).
Questo Cristo che è la vita e la verità, è pure la rivelazione dell'Amore del Padre, e l'Amore Infinito. Ma Egli non potrà essere la nostra via, la nostra redenzione e la nostra vita, e domani nemmeno la nostra ricompensa nel cielo, se non in quanto è l'Amore Misericordioso.

Oh, basate tutta la vostra opera di evangelizzazione sulla più sublime, la più accessibile e la più durevole delle verità: «Deus caritas est»! (I Jo. 4,16).
Predicate e insegnate che donandosi per amore, Gesù non domanda in cambio che il dono di noi stessi, il nostro amore. «Plenitudo ergo legis est dilectio» (Rom. 13,10).

RISOLUZIONI PRATICHE. Domandate ogni giorno alla Madre del Bell'amore, avanti la vostra Messa, la scienza delle scienze e il dono dei doni: un amore veramente appassionato per il suo Divin Figlio, al fine di divenire alla sua scuola dei veri apostoli.
Domandate con fervore che questo amore, divenuto in voi un ardente fuoco, sia la divina ossessione della vostra predicazione e di tutto il vostro apostolato, per essere allo stesso tempo il più eccellente motore. Il prete e missionario che si sente veramente appassionato di Gesù Cristo e sa pregare, lottare e soffrire riposando sul petto del suo Maestro, come S. Giovanni, sarà sempre un apostolo fecondo, perchè l'amore che fa il santo fa anche l'apostolo.

Veni Sancte Spiritus!
Adveniat Regnum tuum!


testo tratto da: P. Matteo Crawley SS.CC., Ritiro Sacerdotale, Grottaferrata – Trento, 1958, pp. 58-70.