MARIA E IL SACRIFICIO

Spiritualita

Mateo Crawley-Boevey SS.CC.
(1867-1960)
RITIRO SACERDOTALE

Adveniat Regnum tuum!

MARIA E IL SACRIFICIO

«Stabat Mater dolorosa juxta crucem lacrimosa».

Il Verbo di Dio aveva deciso di salvarci per mezzo della ignominia e della morte di Croce. Ma non aveva la possibilità di morire per poter realizzare i suoi disegni, poichè con la sua natura divina Egli è la vita immortale.
Dovette allora ricorrere a Maria, reclamando da lei, insieme alla natura umana, la sua libera cooperazione all'opera della salvezza che doveva cominciare con l'Incarnazione e consumarsi sul Calvario.
Il Fiat di Maria ha deciso il grande mistero e trentatrè anni dopo, al lato del Divino Crocifisso, Ella prenderà il titolo ineffabile di Corredentrice.
Invero, il Salvatore ha voluto associare sua Madre a tutta la sua opera. E l'ha voluto in tal modo che, pur avendo potuto evitarle tutte le amarezze, non volle risparmiarle nemmeno una lacrima, incoronandola il Venerdì Santo Regina dei Martiri e Madre Dolorosa per eccellenza.
«O Madre amatissima degli Apostoli, continuatori dell'opera del tuo Gesù Crocifisso e della tua stessa opera, per il martirio del tuo Cuore trafitto, imparti Tu stessa, o Regina del Cenacolo, imparti a questi ferventi sacerdoti la grande lezione dei Calvario, lezione che essi già vivono così generosamente per la gloria del Figlio e della Madre!»

* * *

Io non vi posso dire con qual sentimento di confusione profonda e sincera, abbordo il tema dell'immolazione e del sacrificio davanti a dei missionari che ne vivono sovente fino all'eroismo, e fino a fare dell'eroismo il pane quotidiano della loro vita.
Ma poichè voi avete voluto ricevere delle lezioni da questo povero apostolo, sopportate che io, la scintilla, accenda il rovo ardente delle vostre anime.
Sì, parliamo adunque dell'immolazione, elemento nel quale voi vivete tutti e che costituisce la quintessenza della vostra vocazione sacerdotale. In verità se voi, come S. Paolo, doveste enumerare le croci che sono vostro appannaggio abituale, la lista sarebbe ben lunga.
Per essere assai breve, io le classificherò semplicemente in due categorie:
La prima è quella delle vostre croci materiali e piuttosto personali, che sono ogni giorno aggravate dal fatto che la vostra missione è praticamente una negazione della prudenza umana.
Croce della salute del vostro corpo, per esempio, che voi non potete nè sollazzare, nè curare, ma che lo trattate con un santo disprezzo, lasciando via facile alle malattie, sospinti continuamente dalla necessità di viaggi e sottomessi alle più svariate inelemenze del tempo e dei luoghi. E allora, quando il Signore lo giudica opportuno, Egli perfeziona la vostra oblazione, imprimendo in voi le sue stimmate. Oh! sorella malattia, come canterebbe S. Francesco d'Assisì, non vi spaventa di certo e qualche volta nemmeno vi arresta. Di più, voi contate su di essa come su un tesoro di grande valore che servirà a pagare il riscatto del vostro gregge, a pagare la sua conversione. Voi perciò potete ripetete con S. Paolo: «Quando io sono impotente è allora che sono forte» (II Cor. 12, 10).
Poi vengono le molestie da parte degli elementi e da parte degli uomini, ma anche queste, per una assistenza provvidenziale, non vi danno felicemente delle grandi preoccupazioni, fintantochè non minaccino l'opera di salvazione, le anime.
L'isolamento è un altro tormento della vostra vita, ma, contro di esso voi avete la compagnia del Divino Amico del Tabernacolo, divenuto in maniera speciale e tenerissima l'amico del suo apostolo, sebbene non al punto da renderlo insensibile e privarlo del merito dell'intima sofferenza che causa l'isolamento.
Sì, questa è una pena generalmente ben dura, perché, salvo una vocazione eccezionale, ci si abitua poco o niente a vivere con la sensazione di essere pressochè abbandonati, lontani dai suoi e lontani dagli stessi confratelli.
Ma io oserei dire che se voi non aveste che solamente questa prima categoria di croci, potreste essere tentati di credere che il Signore non ha avuto fiducia in voi, che non ha gradito interamente la vostra oblazione. Fortunatamente ciò non è vero, poichè tali tribolazioni non sono che l'inizio della salita al Calvario. Vi sono ancora quelle piantate in pieno cuore del sacerdote. Voglio dire che vi sono delle pene in altra maniera cocenti, delle croci in altra maniera martirizzanti: le prove morali e spirituali.
Eccone alcune che tutti voi conoscerete per esperienza e che potreste presentare, come S. Lorenzo, come il vostro più ricco tesoro.
Prima di tutto, la lotta accanita e senza riposo dell'inferno scatenato per contrarrestare l'azione del vostro apostolato.
Qualche volta il vostro cuore si serra per l'angoscia mentre presagite il danno che corrono le anúne che voi amate più della vostra vita, nevvero? In quel momento di pericolo voi siete portati a parlare come Mosè : «O voi le salvate, o Signore, o voi mi cancellate dal libro della vita» (Ex. 32,32).
Ah sì! qualche volta, sovente anzi, il Signore permette una relativa vittoria del nemico. Voi allora assaporate l'amaxezza dello scacco. La vostra voce sembra perdersi nel deserto, il seme cade sulle pietre osulle spine, la vostra rete si rompe sotto i violenti marosi e a voi è vietata la soddisfazione della pesca miracolosa.
Oh! che angoscia trapassa il cuore del sacerdote quando, con le braccia e con il cuore stanchi dal lavoro, constata l'inutilità dei suoi sforzi, della sua abnegazione! Egli si consuma e non vede giammai il frutto della sua immolazione : «quae utilitas in sanguine meo?» (Ps. 29,10).
E come se il calice non fosse abbastanza amaro, ecco dei disgusti che si aggiungono alle contraddizioni, delle difficoltà che sorgono. In luogo del conforto e di un aiuto sperato, è l'orizzonte che si fa più cupo.
Se non avesse la sua Messa e il suo Tabernacolo, il povero prete sarebbe tentato qualche volta di andare in cerca di un altro campo meno arido. Si sente invadere da una ondata di scoraggiamento, soprattutto se ha bevuto al calice dell'ingratitudine di certe anime che egli ha tanto, oh tanto! coltivato e che l'hanno ripagato con la viltà e l'abbandono nell'ora della prova!…
Quante volte ha creduto di poter comprendere con la sua esperienza ciò che fu il «taedium», l'angoscia, lo spasimo del Cuore di Gesù nel Getsemani! Talmente la sua amarezza rassomiglia a quella, che fu, la più crudele e più bruciante del Salvatore agonizzante!…
E che dire quando, per dei segreti disegni dell'Altissimo, la bufera infernale ammucchia le sacre rovine e il sacerdote deve guardarle impotente con la morte nell'anima?… Aver tanto lottato, tanto lavorato, tanto sofferto per lunghi anni, e vedere un giorno cadere una tromba di fuoco che distrugge in poche ore i frutti preziosi di tanti sforzi sovrumani!… E pensare che sarà necessario ricominciare l'indomani con niente!…
Tutto questo, non è forse la storia che tutti voi, o cari Missionari, avete più o meno vissuto, con qualche piccola variante? Non è, forse, il martirio della vostra vita quotidiana?

Ma voltiamo adesso la pagina per imparare il grande, il divino insegnamento delle tribolazioni e delle croci.
La sapienza di Dio e l'amore di Gesù Cristo che cosa si propongono nel farvi cosi vivere e lavorare sotto torchio? La loro gloria in voi e la loro gloria attraverso voi.
Voglio dire: in primo luogo la vostra purificazione e la vostra santificazione personale. La legge, difatti, è inesorabile: se voi dovete essere dei santi preti per essere degli apostoli fecondi, la croce vi è indispensabile. È lacroce che voi predicate per salvare i vostri fratelli e per cristianizzarli, ed è la croce che vi renderà degni di un tale ministero.
Voi conoscete meglio di me la storia dei santi. Forse avrete anche vissuto nella fortunata intimità di qualche prete che è stato per voi modello di virtù sacerdotale. Voi sapete, adunque, fino a qual punto la sofferenza è elemento indispensabile per completare ciò che manca alla vostra preghiera e alla vostra Messa, per fare di ciascuno di voi "l'offerens" e la "oblatio munda, in odorem suavitatis".
La vita divina suppone sempre previamente una morte. Nella misura che questa si realizza, voi potete aff ermare: «mihi vivere Christus est» (Phil. 1, 21). Morire per vivere di Dio, morire per divenire dei santi. Ma morire a fuoco lento e nella pratica quotidiana di questa rude penitenza quale è la vostra vita sacerdotale.
Difatti, quante penitenze volontarie, eccellenti, anche ammirabili, nella vita dei Santi sembrano poca cosa al confronto delle austerità che accompagnano il vostro ministero! Io non sono lontano dal credere che, forse, anche qualche santo penitente, che noi ammiriamo con ragione, non sarrebbe poi stato capace di adattarsi con allegria a una vita di ininterrotte austerità quale è la vostra. Austerità, notiamolo bene, che sono le più sante e le più divine perchè volute da Dio.
Oh! non sono certamente le croci che vi mancano per fare di voi dei penitenti e dei santi. D'altra parte non è nemmeno la croce in se stessa che ci santifica, ma l'amore al Crocifisso. Amate, dunque, di una fiamma divina, inseparabilmente uniti l'uno con l'altro, Gesù inchiodato alla sua croce, o meglio ancora unito a tutte le vostre croci. «Fac me cruce inebriari!»
Sarà questo amore di immolazione, che arriva fino a farvi desiderare con gioia il «battesimo di sangue» che dovrà riprodurre in voi la rassomiglianza divina di Colui che volle farsi ostia per modellare nel suo sangue i suoi amici intimi, e sopratutto i santi sacerdoti eredi del suo Calice e del suo Calvario.
Quando, perciò, vedrete venire a voi la croce, non importa sotto quale apparenza, gridate commossi come S. Andrea: «O bona Crux… accipe me ab hominibus et redde me Magistro meo ut per te me recipiat qui per te me redemit». Sì, essa vi porta i tesori del Cuore di Gesù, le sue grazie di predilezione, le dolcezze delle sue intimità, il supremo segreto della santità sacerdotale!
Ma vi è di più. La vostra immolazione è in fondo lo sforzo più divino del vostro apostolato per la salvezza delle anime. Voglio dire che voi mai siete più apostoli che quando siete crocifissi. Oh! come voi potete allora applicarvi con tutta verità le parole del Salvatore: «Quando io sarò elevato sulla terra, attirerò ogni cosa a me». (Jo. 12, 32).
Dato che il Signore l'ha così voluto, la parola apostolica è senza dubbio una potenza di conquista: «euntes predicate». E con la parola evangelica, spada a due tagli, le opere magnifiche del ministero sacerdotale, l'amministrazione dei Sacramenti e tutto ciò che ne è il complemento, di cui voi siete ricchi e santamente fieri. Ma il dolore, in un senso, è una parola più divina ancora e perciò più efficace del vostro verbo, anche se eloquente. Il dolore è un'opera che deve essere alla base di tutte le opere, il dolore è un succo vitale senza del quale nè l'azione apostolica, nè la preghiera dell'apostolo possono avere la portata soprannaturale che Dio ha loro assegnato.
Un prete che soffre e che sà soffrire è già, senz'altro, un grande apostolo, quand'anche è impossibilitato a lavorare nel grande ministero sacerdotale corrente.
La sofferenza, secondo la volontà di Dio, completa ciò che manca alla nostra azione apostolica. Anzi ogni azione apostolica sarà tanto più imperfetta per se stessa e incompleta, quanto più mancherà lacroce, che solamente corona il successo e assicura una vera fecondità.
La sofferenza è, immediatamente dopo la S. Messa, la onnipotenza apostolica per eccellenza, ed ha una irradiazione che non possono avere le parole e le opere. Il vostro catechisnio, le vostre scuole, la vostra predicazione, hanno certamente una gran portata, ma dentro di un cerchio relativamente ristretto. Mentre che le vostre croci, croci di amara contraddizione, di crudele malattia, hanno una ripercussione che si può chiamare illimitata.
È proprio allora che si può ripetere il testo: « in omnem terram exivit sonus eorum et in fines orbis terrae verba corum» (Ps. 18, 5).

Ascoltate un fatto commovente. Un giovane diacono, obbligato al servizio delle armi durante la ultima guerra, cadde gravemente ferito per lo scoppio di un obice. Nel suo corpo ebbe circa trenta ferite. Rimasto in vita per miracolo, apparve come un vero relitto. Non ostante ciò, una sola idea lo ossessionava: essere prete!
Eccolo là un giorno davanti al Papa: «Santo Padre, gli dice piangendo, concedetemi il gran favore di essere prete per salvare delle anime».
– Ma come! – gli risponde il Papa tutto commosso – voi non potrete nè predicare, nè lavorare, voi siete un grande invalido…
– Beatissimo Padre, è vero – riprende l'ammalato – io non potrò fare giammai del ministero, ma quante anime potrò salvare anch'io, unendo l'apostolato delle mie ferite a quello del Calice! – E insiste: – Santo Padre, desidero soffrire e dire la Messa per essere un apostolo, non mi negate questa grazia!
Quel grande invalido di guerra ha ottenuto la grazia, e io vi assicuro che con la sua Messa e con le sue ferite, soffrendo molto e amando molto, egli è un gran salvatore di anime. La sua messe sarà un giorno più ricca di sicuro che la mia, malgrado tutto il mio apostolato esteriore. E chissà, può essere che qualcuno di voi riceva quì, per irradiazione divina, dei torrenti di grazie che provengono da molto lontano, dalla croce e dall'altare del grande ferito, che fu sopratutto un grande ferito d'amore. Davanti a Dio quell'invalido è un grande missionario.
Mi sembra che non abbiamo abbastanza approfondìto questo mistero così consolante dell'apostolato della croce, dottrinalmente vero come quello del Calvario. Poichè se la predicazione di Gesù fu una meraviglia, non dimentichiamo che Egli in fondo predicò pochissimo, mentre che l'apostolato della sua immolazione abbraccia la sua vita intera, dall'Incarnazione al Golgota.
Mistero consolantissimo, ho detto. Infatti non tutti i sacerdoti potranno sempre predicare fino a cadere sulla breccia. Ma tanto coloro che restano sul campo di battaglia per privilegio, non ostante l'età avanzata, come coloro che hanno dovuto cedere ad altri il loro posto e le loro armi, tutti possiamo e dobbiamo amare soffrendo e soffrire molto amando per la salvezza delle anime, per morire come apostoli.
Io vi ricordo ancora la liezione che sul Calvario ci ha donato Maria, Regina degli Apostoli e dei martiri.
Tutta la predicazione degli apostoli non ha avuto certamente l'efficacia di quelle tre ore di agonia morale che Maria ha passato ai piedi della Croce. Maria non ci dà colà solamente un esempio di fedeltà nell'amore al suo Divin Figlio, no. Ella incarna un'alta dottrina. Ella predica ciò che il Salvatore compie e predica inchiodato al patibolo, ossia che la salute delle anime noi la realizziamo mescolando al Prezioso Sangue del Calice, il nostro sangue, l'immolazione e l'amore dei nostri cuori.
Noi saremo tanto più preti per la gloria di Dìo, quanto più saremo ostie, «offerens et oblatio», per la salvezza delle anime.

RISOLUZIONI PRATICHE. Considerate i dolori e le prove della vita quotidiana, quelle perciò inerenti al vostro stato sacerdotale, o alla vostra Missione apostolica, come la prima austerità, come la penitenza classica, divina per eccellenza, della vostra vita e come il grande segreto, dopo la S. Messa, di ogni fecondità apostolica.
In conseguenza, amate ogni croce, amate ogni contraddizione, ogni amarezza, ogni malattia; sì, amate quell'austerità che è tanto più provvidenziale in quanto voi non l'avete cercata, ma che è certamente voluta da Dio. Senza questa prima mortificazione, nessun successo soprannaturale, nessuna fecondità divina: «sine sanguinis effusione non fit remissio» (Hebr. 9, 22).

Veni Sancte Spiritus!
Adveniat Regnum tuum!

testo tratto da: P. Matteo Crawley SS.CC., Ritiro Sacerdotale, Grottaferrata – Trento, 1958, pp. 45-57.