Lo scoraggiamento

Spiritualita

 P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

 

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LIBRO TERZO

LE VIRTU' SACERDOTALI
L'UNIONE A GESÙ CRISTO

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Lo scoraggiamento!… Male gravissimo che contiene una moltitudine di illusioni, di errori, di debolezze e di colpe. Non è soltanto una disposizione difettosa; è uno stato pessimo. La presunzione che è il contrario, è forse meno pericolosa, benché sembri più colpevole. Per l'anima presuntuosa, non si prova che ripugnanza: per il povero scoraggiato si sente invece pietà e compassione; anzi si partecipa alla sua pena, secondo che esige la carità. Ma, in realtà, lo stato dell'anima scoraggiata è funesto e non produce che male. In un semplice fedele, lo scoraggiamento è un principio di rovina, in un Sacerdote sarebbe una minaccia di una moltitudine di rovine.

 

Consideriamo questo male, questo vero flagello, prima nell'opera della nostra santificazione personale, e poi in quella della santificazione delle anime.

La fonte di ogni scoraggiamento, invariabilmente, è la dimenticanza di ciò che Dio è riguardo a noi, e di ciò che siamo noi stessi.

Che cosa è Dio per noi? Dio ha la volontà di renderci eternamente felici nella visione e nel possesso della sua Essenza. Dire soltanto che si tratta di un volere serio, fermo, stabile, permanente, c: troppo poco; anzi quasi una irriverenza. Dio vuole da Dio.

Questa sua volontà ci è stata rivelata dalla sua parola. La sua parola è una promessa, e la sua parola e la sua promessa sono Dio medesimo, il suo Essere essenziale, infinitamente vero, santo e infallibile, quindi sono infallibili né possono mancare. E perché la parola e la promessa divine sono Dio stesso, così il pegno che di questa promessa abbiamo ricevuto è ancora Dio medesimo: questo pegno non è altro che il Figlio di Dio. «Egli in tal modo ha amato il mondo che gli ha dato il suo proprio Figliolo» (Gv 3, 16). Lo ha dato non per necessità, ma come un dono, per amore; nessun dono è paragonabile a quello che viene fatto per amore. Se il pegno è Dio stesso, che cosa potrebbe mai mancarci per toglierci ogni dubbio? E questo mai è rigoroso e senza eccezione. «Avendoci dato il suo Figlio, come non ci avrebbe donato con esso ogni cosa, omnia?» (460). Così ragiona san Paolo. Quell'omnia, tutto, che cosa può significare se non tutto ciò che è nel Figlio? e veramente, fuori di Lui non v'è nulla. Quel tutto, adunque vuol dire, per la presente vita, ogni grazia, secondo i bisogni che possono occorrere. Noi siamo perciò costituiti, fin dal primo momento della nostra esistenza, nella via del Cielo; il nostro primo passo è un passo verso il Cielo. Appena il Battesimo ha consacrato la nostra vocazione e posto il suggello alla volontà del nostro Dio, noi andiamo al Cielo come ogni cosa va al suo fine. Si parla, è vero, anche nella Scrittura, di una duplice via the all'ingresso nella vita si apre davanti ai passi dell'uomo. Ma se noi guardiamo solamente il disegno di Dio, vi è una via soia: quella tracciata dalla volontà dell'eterno Amore del Padre. A destra e a sinistra non vi sono che precipizi – ahimè! molto frequentati, a segno che vi si vedono sentieri troppo larghi, più larghi anzi della via per la quale camminano i figli di Dio; ma tali spaziosi sentieri furono tracciati non già da Dio, ma dagli uomini smarriti nell'abuso della loro libertà. L'unica via, la via di Dio, è la sua volontà di salvare tutti gli uomini (1 Tm 2, 4) e perché nessuno ignori che la via è una sola, e qual è questa via, Colui che è il pegno deI Cielo, «il Figlio a noi dato» (Is 9, 6) ha detto: «Io sono la Via» (Gv 14, 6). Egli è la via del Cielo, via talmente sostanziale che «chiunque porta il proprio sguardo sopra di Lui, vede il Padre» (Gv 14, 9). Egli è tale via sicura, con l'infinita varietà dei mezzi che non lasciano posto né a smarrimenti, né a ritardi; poiché per tutti quelli che vi entrano Egli stesso è luce, forza, sostegno con ogni sorta di aiuti e di grazie. E quando diciamo: ogni sorta di aiuti e di grazie, noi intendiamo tutto quanto GESÙ è, tutto quanto Egli ha fatto e continua a fare per noi, la sua Chiesa, i suoi Sacramenti, il suo Sacerdozio, e infine l'incomprensibile meraviglia della sua costante e potente azione con la grazia attuale sotto qualsiasi nome e qualsiasi forma, per mezzo di ogni sorta di strumenti e di ministeri.

Tutto quanto diciamo qui, si riferisce a tutti i fedeli. Ma per noi, o Sacerdoti, cos'è Dio? In qual senso particolare, GESÙ è il nostro pegno? Mistero di gioia e di amore! Ciò che GESÙ è per noi, ciò che ha fatto per noi, ciò che continua a fare in ogni santa Messa, gli attestati della sua tenerezza, la gloria che ci prepara in Cielo… Tutto ciò è inesprimibile. Ma se la parola non può dirlo, il cuore non lo deve dimenticare. Questo ricordo intimo, filiale, è come la sostanza delle nostre relazioni con Dio, e perciò deve costituire l'occupazione sempre crescente della nostra mente e la vita del nostro cuore.

Ecco ciò che è Dio. E noi, cosa siamo? Sensus et cogitatio humani cordis in malum prona sunt ab adolescentia sua (G 8, 21). Non dobbiamo dunque stupirei se siamo deboli e incostanti nella pratica delle virtù, e se talvolta cadiamo in qualche peccato; v'è da meravigliarsi invece che non cadiamo in colpe più frequenti e più gravi. Il nostro fondo originario è così cattivo!

Sant'Agostino ha detto (461): «Omnia peccata sic habenda tanquam dimittantur, a quibus Deus custodit ne committantur»; Dio ci ha perdonato tutti quei peccati dai quali la sua grazia ci ha preservati. Non siamo dunque noi che operiamo la nostra salvezza, è la grazia. Nell'ordine soprannaturale non siamo capaci di nulla. Sono verità che dimentichiamo quando la nostra debolezza e le nostre colpe ci meravigliano e ci abbattono. Allora l'amore del nostro Dio così forte, perseverante e infallibilmente sicuro, potrà ridursi per noi, ad un concetto quasi poetico e immaginario; una certa impressione che rassomiglia quasi al dubbio, prenderà nell'animo nostro il posto di quella fede luminosa e benefica che avevamo prima; ed ecco che il nemico mortale si insinua nell'anima. Vediamone ora i caratteri.

Primo carattere, la tristezza. Eccovi un Sacerdote pio e fervente; sgraziatamente circostanze particolari come la fatica, la malattia o altre hanno dato luogo a infedeltà e colpe; ed eccolo avvilito. A poco a poco, sia in causa di tentazione, sia in causa di malessere del corpo, del Cuore o dell'anima, ha fatto la meditazione con negligenza e senza preparazione, poi l'ha abbreviata, e infine omessa. Il Breviario, l'ha recitato troppo in fretta, troppo tardi, e tutto in una volta, per mancanza di ordine; e soprattutto per mancanza di stima per un'azione così grande. Alla Santa Messa non premette più quella preparazione come. prima; il ringraziamento gli sembra noioso e interminabile. La visita al SS. Sacramento è soppressa o poco meno. Una vera diminuzione è avvenuta nello stato della sua vita interiore; il gusto delle cose sante si indebolisce; la sensualità ottiene molte vittorie; i difetti riprendono il sopravvento. L'anima di quel povero Prete trova si in preda ad una profonda afflizione, perché conclude che Dio si ritira da lui. Il «Dio geloso» (Es 34, 14) lo colpisce con aridità e rimorsi. La gelosia divina proviene dall'amore ed è un segno commovente, benché in apparenza severo, della paterna Misericordia. Il Cuor di GESÙ, dolce ed umile, si vendica a modo suo; ma quel disgraziato non vi riflette e trae questa conclusione: «È inutile… meditazione!… non ne sono più capace; libri spirituali!… non ne trovo di convenienti per me; davanti al SS. Sacramento, perdo il mio tempo, a che pro?.. Verranno i santi Esercizi: allora mi rialzerò seriamente: Farò una confessione generale… Dopo tutto, mi sono forse fatto della vita del Prete secolare un concetto che non è esatto… Quanti Preti molto stimati, che non fan meglio di me!…».

Terribile scoraggiamento, che sotto la desolante figura della tristezza, si è abbattuto sopra quella povera anima sacerdotale! Lo Spirito Santo ha detto: Sicut tinea vestimento, et vermis ligno, ita tristitia viri nocet cordi (Prv 25, 20). È il nostro caso; Dio voglia che quell'altra parola: La tristezza genera la morte (462) non si verifichi essa pure per un'anima destinata ad essere non solamente viva, ma sorgente di vita!

E tuttavia, dalla tristezza al languore che annuncia una prossima morte, la distanza è minima. Il languore, con la pigrizia che ne è la compagna e la viltà che gli serve di appoggio, qual male odioso! Bisognerebbe alzarci ad ora fissa; tutto lo esige, la pietà, l'ordine della giornata, persino la sanità; eppur si resta indolenti (463). E i primi momenti della giornata, così preziosi, non sono che perdite di tempo, di meriti e di grazie. Bellecio ha detto che incominciare in tal modo la giornata, è un segno certo di tiepidezza (464). San Vincenzo de' Paoli aveva per massima che il fervore della vita spirituale dipende dalla meditazione e questa dipende dal modo di santificare la levata (465). Per altro, nel Prete così indolente cosa potranno valere le pratiche di Religione? La noia e forse quella disposizione infelice che eccita «il vomito» nel Dio geloso (Ap 3, 16) saranno il carattere invariabile di tutto quanto ha Dio per oggetto. Cosa strana! Un tal languore, non è incompatibile con una certa attività nelle opere di azione cattolica e nei doveri parrocchiali; questo fatto potrà provenire dall'indole personale, dal gusto naturale, forse dall'amor proprio; non importa, è un bene reale. Ma l'unico bene che si trascura, ahimè! è «l'unico necessario», la salvezza dell'anima sacerdotale «la quale getta nella terra molto seme, e raccoglie poco o nulla» (Ag 1, 6-7). Il Profeta soggiunge: Haec dici Dominus exercituum: Ponite corda vestra super vias vestras. Ecco ciò che manca al Prete che si lascia vincere dallo scoraggiamento. Non applica più il proprio cuore all'esame delle sue vie, e dello stato della propria vita spirituale. Il terzo carattere dello scoraggiamento mette soprattutto in evidenza questo errore deplorevole.

In certe nature, la tristezza dura poco. Anche il languore sembra scomparire, ma in realtà, tutt'e due rimangono nell'intimo dell'anima; sembra che abbiano ceduto il posto ad un terzo male più grave ancora, cioè ad una specie di rassegnazione filosofica, la quale, bonariamente e con gaiezza di cuore, si adatta a quello stato di mediocrità nel quale è caduta la povera anima scoraggiata. «Dopo tutto, mi sono fatto forse della vita del Prete secolare, un concetto sbagliato… Quanti sacerdoti stimati non fanno meglio di me!…». Era questo l'inizio di codesta disposizione infelice; essa non tardèrà ad arrivare al suo compimento. Sotto l'influsso di tale rassegnazione funesta diminuisce la delicatezza nei rapporti con Dio, con Nostro Signore nel SS.. Sacramento: la vita interiore non è più che una parola che appartiene al linguaggio del misticismo, ma che non contiene nessuna realtà degna di seria considerazione; la purezza d'intenzione, l'elevazione del cuore a Dio. con le frequenti aspirazioni… buone cose! – «Ma il Prete deve formarsi una divozione virile, e una coscienza robusta che non s'imbrogli in tante minuzie; e, soprattutto, non cader nello scrupolo… Un Prete in cura di anime non è un frate. Certe cose sono verissime in teoria, ma in pratica, (e alla pratica bisogna sempre mirare), sono forse possibili? Le cose che sono veramente di regola s'incarnano, per così dire, nella vita degli individui che vi sono sottoposti; orbene qual è la vita della maggior parte dei Preti…».

È questo il ragionamento, o meglio lo sragionamento della povera anima che tenta giustificare il proprio scoraggiamento e la propria vita disordinata e tiepida. Un Sacerdote così disposto potrà essere ancora stimato come onesto e virtuoso; ma, agli occhi di Dio!… Per certo, uno stato simile non glorifica Dio, non è una benedizione per i popoli, mentre conduce all'acceca mento spirituale e potrà facilmente giungere ad una morte poco rassicurante, anzi molto inquietante.

Tristezza, languore, rassegnazione ad una vita interiore mediocre, questi sono i tre caratteri dello scoraggiamento.

Vi è però uno stato d'animo afflitto e stanco, il quale rassomiglia a quel male, ma non è che uno stato di tentazione. Un'anima sente certe aridità e persino ripugnanza verso le cose di Dio e nell'adempimento dei propri doveri. Sarà l'azione del nemico, il quale, non essendo padrone della piazza, tenta di gettarvi almeno. il turbamento; ovvero sarà una prova direttamente mandata da Dio, secondo questa parola: Quia acceptus eras Deo necesse fuit ut tentatio probaret te (Tb 12, 13); sarà forse un malessere che proviene dalla disposizione naturale o del carattere. Tale stato non è vero scoraggiamento, ma ne può essere una minaccia. In questo caso necessita l'azione del Direttore. Questa per altro è necessaria anche per la guarigione del vero scoraggiamento; a noi non rimane che da indicare alcuni mezzi per vincerlo.

Poiché la fonte dello scoraggiamento è la dimenticanza di ciò che Dio è riguardo a noi e di ciò che siamo noi medesimi, il primo rimedio consisterà naturalmente nell'acquistare, con lo studio teologico, una scienza vera, e solida di ciò che è il Signore. – Non apprezziamo abbastanza quale forza derivi, per la divozione, dalla scienza profonda ed estesa degli attributi di Dio, della SS. Trinità e dell'Incarnazione (466). I soliti manuali di teologia ci mettono sulla via di tale studio; sono sufficienti per l'istruzione dei fedeli, ma non per i nostri bisogni spirituali. Se ne abbiamo la possibilità, sarà utilissimo studiare i grandi Teologi. Se ci dedicheremo a tali studi con ispirito di fede, con appassionato amore per la verità, soprannaturale, a scopo di edificazione dimodochè il nostro cuore, come di Nepoziano diceva san Gerolamo, sia «la Biblioteca del Cristo!» (467), è impossibile che la mente e il cuore non si elevino a quella fiducia, semplice e amorosa che è il più bel carattere della speranza. Da un tal lavoro sorgeranno in noi ammirazione, lode, riconoscenza, zelo e soprattutto quello spirito filiale che non dubita mai, aspetta in pace e a Dio si abbandona con gioia (Cfr Rm 15, 4).

Intanto, quando ci assale lo scoraggiamento un rimedio efficace è l'atto di Fede, fermo e frequente nell'amore del nostro Dio per noi. L'atto di fede, umile e costante, è un rimedio efficace, e produce nell'anima una forza immensa, perché ha il suo fondamento nella Forza medesima, cioè in Dio. Non è forse dottrina cattolica, in senso rigorosissimo, che «siamo stati l'oggetto di un amore eterno» (Ger 31, 3); che GESÙ, il quale è tutto Amore, è tutto nostro; che, fin dall'istante della sua Incarnazione, lo sguardo del suo Cuore sta sopra di noi, senza interruzione, né distrazione, né diminuzione di tenerezza e di divina simpatia? Non è forse vero, in modo assoluto, che da tutti i Tabernacoli che vi sono sulla faccia della terra, lo sguardo tenero, dolce e misericordioso di GESÙ è continuamente fissato su la povera anima nostra?… E quello sguardo è la Grazia, con l'infinita varietà delle benefiche virtù che apporta; quello sguardo è, ad ogni istante, il dono del suo Sangue, dei suoi meriti, della sua Chiesa, della sua Madre, dei meriti di tutti i Santi: è il pegno della Beatitudine ch'Egli assolutamente vuol darci, dopo le lotte dell'esilio… Che potremmo desiderare di più? Oh! diciamo spesso, con forza, nel nostro cuore riconoscente: Et nos credidimus Charitati quam habet Deus in nobis – quam habet Cor Jesu in nobis… E ancora: quam habet Cor Mariae in nobis!… quam habet universa Civitas Civium supernorum!…

Altro rimedio contro lo scoraggiamento è la preghiera. Tristatur aliquis vestrum? Oret (Gc 5, 13). Al pari dell'atto di Fede, la preghiera, ossia quella supplicazione umile e fervente, quel grido potente dell'anima talvolta accompagnata da lagrime (Eb 5, 7), è fondata unicamente su ciò che Dio è riguardo a noi, sopra ciò che ha fatto, sopra le sue promesse ed i pegni con cui le ha confermate. Quante parole della Scrittura che sono adatte per l'anima in tale stato di afflizione! Salmi interi che in virtù di un felice dovere, dobbiamo recitare ogni giorno (468), ci presentano quanto occorre per esprimere al nostro Dio tutte le nostre necessità, e vi abbiamo anche commoventi risposte da parte di Dio! Quoniam in me speravit, liberabo eum… Cum ipso sum in tribulatione; eripiam eum, et glorificabo eum (Ps 90 14-15). In qualunque stato di scoraggiamento e di tiepidezza possa trovarsi il Sacerdote, se si applicherà a recitare il Breviario con quella religione che si esige per un sì grande Ufficio, non tarderà a divenire un santo (469). Vi sono moltissime grazie annesse a quelle divine parole che non sono solamente di Davide nei Salmi, o della Chiesa della terra, ma sono veramente di GESÙ CRISTO che, per l’organo dei suoi Sacerdoti, parla nel suo Corpo mistico.

Tuttavia, la preghiera ha bisogno di un ausiliario, cioè della mortificazione. Vi è dapprima la mortificazione interiore che scaccia inesorabilmente, con prontezza e severità, i pensieri vani e oziosi, i vaneggiamenti della mente e le mollezze del Cuore; la mortificazione che dà vigore ad ogni operazione dello spirito e dell'anima intera, e con l'applicazione a ciò che è al disopra dei sensi, con lo studio e il lavoro serio, obbliga l'anima a sottrarsi alla vita pigra e dissipata della natura, la scioglie dagli impacci, e la porta verso sentimenti e desideri celesti. Vi è pure la mortificazione esterna che umiliando il corpo rinvigorisce lo spirito e fa rinascere la gioia.

Un ultimo rimedio è, l'abitudine di vincere se stesso in ogni cosa, acquisita con la buona volontà energica e costante. Il Cielo ci è promesso con sicurezza; ma «ci vuol forza, per acquistarlo, e solamente quelli che usano violenza a se stessi; lo rapiscono» (Mt 11, 12). La grazia non ci manca mai per l'acquisto di quella santità che è propria del nostro stato; quindi possiamo metterci arditamente all'opera. Qualunque sacrificio si presenti da fare, grande o piccolo, omnia possum. Noi siamo Vittime; ecco l'altare, il fuoco, la spada: la custodia dei sensi, la fedeltà nelle pratiche di pietà, l'immolazione che certi doveri penosi ci impongono, l'esattezza nell'alzarci ad ora fissa al mattino e per tempo. Guardiamoci da quella specie di superstizione per la quale si attende tutto dalla grazia, facendo astrazione della nostra cooperazione. Il Padre Faber dice: «Una turba di anime, che avrebbero potuto avvicinarsi ai Santi, restano vicine ai peccatori, a motivo di una tale superstizione riguardo alla Grazia. Ciò che ci manca, non è la Grazia, ma la volontà» (470). Non si può esagerare nell'esporre quanto la divina Bontà voglia fare per operare la nostra salvezza e la nostra santificazione, e quindi quali aiuti teneri, benevoli e potenti possiamo aspettarci da un Dio ineffabilmente buono. Ma, per nostro sommo onore Dio esige la nostra cooperazione, volendo così che la unione eterna con Lui, sia un premio veramente da noi meritato. Epperò, se per noi è somma gioia, quaggiù, sperare senza timore né esitanza nella buona, volontà che Dio ha, secondo la parola di san Paolo, di salvare le nostre anime (Fil 2, 13; 12, 2); è pure infinita gioia di Dio il vederci docili e fedeli, nella buona volontà che manifestiamo nel servirlo. È questo il pensiero di san Bernardo: «Il nostro Dio è come un buon Padre di famiglia, il quale ha cura dei suoi, soprattutto nei giorni cattivi, e li nutrisce nella carestia con un pane di vita eterna. Ma credo che nel dare a noi il nostro alimento, Egli vi trova pure il proprio cibo. Cibo di Dio è il nostro progresso nella virtù, perché il nostro coraggio e la nostra forza formano la sua «gioia» (In Cantic., serm. LXXI).

Non abbiamo fatto cenno della disperazione, che è la morte della Speranza. Somma disgrazia sarebbe questa, degna di essere pianta con lagrime di sangue, se mai fosse possibile in un'anima sacerdotale!

Ahimè! un Sacerdote, colmato delle grazie più prodigiose, si perdette per essere caduto in questo abisso spaventoso: Giuda! È il più pericoloso dei peccati, dice san Tommaso, perché quando uno perde la speranza si precipita senza freno nell'abisso di tutti i vizi e si allontana da ogni opera buona… Sant'Isidoro dice: «Chi commette un delitto, dà la morte all'anima sua; ma chi si dà alla disperazione, scende nell'inferno». Il Dottor Angelico esamina le cause di questa disgrazia immensa; e dice ch'esse sono, da una parte, la pigrizia spirituale ossia il disgusto delle cose di Dio; e d'altra parte, la lussuria (471). Sarebbe troppo doloroso insistere sopra un tale argomento.

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Crediamo opportuna una parola sopra lo scoraggiamento riguardo alla santificazione delle anime. – La sorgente infelice di questo genere di scoraggiamento è ancora la dimenticanza di ciò che Dio è riguardo alle anime. Oh! quanto è deplorevole tale dimenticanza! È una ingiuria al cuore del Signore e un danno incalcolabile per le anime stesse. È pure anche dimenticanza di ciò che siamo noi Sacerdoti. Anche «quando abbiamo fatto tutto quanto è da noi, non siamo forse sempre servi inutili?» (Lc 17, 10).

Qui ancora i caratteri sono i medesimi. In primo luogo, la tristezza: non vediamo nessuna riuscita nell'opera nostra, perciò ci rattristiamo; altri riescono forse meglio di noi, ci rattristiamo ancor più; le nostre fatiche e i nostri sacrifici non sono apprezzati come si dovrebbe, la nostra tristezza aumenta sempre e cadiamo nell'abbattimento. Dopo la tristezza, se non abbiamo fede e coraggio sufficienti per reagire contro questa nemica, il languore, la pigrizia e uno spirito di noncuranza si diffondono, per così dire, in tutta la nostra vita; ovvero sotto l'impero di un'altra tentazione, ci assale, qui ancora, una specie di fredda rassegnazione riguardo alla sorte delle anime. – «Non si può far nulla… Gli elementi di perversità nel povero popolo, sono troppo numerosi e troppo potenti… Aspettiamo che la Provvidenza ci favorisca tempi migliori…».

In tali parole, sotto qualche parvenza di sapienza, non vi è quasi che scoraggiamento. Il buon Sacerdote non si accomoderà di tanto; chè se lo zelo per la gloria di Dio e la carità verso le anime non basteranno a rianimare le sue forze, si sforzerà di prendere contro il suo male quei rimedi potenti che abbiamo indicati sopra, onde evitare almeno quella spaventosa sentenza: Inutile servum ejcite (Mt 25, 30) Dapprima dobbiamo meditare e intendere sempre meglio il disegno sì ammirabile e sì amabile della Bontà eterna del nostro Dio, da san Paolo riassunto in quelle parole: Omnia vestra sunt. Vos autem Christi; Christus autem Dei (1 Cor 3, 22-23). Tutto è ordinato alla salvezza delle anime e di ciascuna di esse, assolutamente tutto. «Perché nulla, dice Tertulliano, è più degno di Dio che la salvezza delle anime» (472). – Nos autem Christi. Ma la salvezza delle anime, è la gloria di GESÙ CRISTO, il fine che l'amabile Redentore ha voluto raggiungere con tante fatiche umiliazioni e sofferenze, con la sua croce e la sua morte, con la sua Chiesa ed i suoi Sacramenti. Qual motivo questo per non abbandonarci ad una vita sterile e «inutile»! – Ma a sua volta, CRISTO è la gloria grande e unica del Padre, la piena, universale, definitiva e assoluta soddisfazione e il compiacimento del Padre per tutti i secoli. Qui sta il disegno divino intero, che non conosceremo né apprezzeremo mai a sufficienza, e la cui piena intelligenza infallibilmente dissiperebbe qualsiasi pensiero di scoraggiamento.

Dobbiamo poi fare frequenti atti di Fede nell'amore di Dio verso le anime. È questo un omaggio alle intenzioni e ai disegni del suo Cuore di Padre. Si tratti pure del più empio, più perverso e più abbietto degli uomini, dobbiamo fare questo atto di fede con forza, con amore e con ferma speranza.

È d'uopo, inoltre, pregar molto per noi e per le anime, in tutti i sacrifici cui andremo incontro per salvarle. Nocte ac die abundantius orantes (1 Ts 3, 10). Multum enim valet deprecatio justi assidua (Gc 5, 16).

Procuriamo, da ultimo, di dimenticar noi stessi e i nostri comodi, e di saper sacrificarci. Teniamo sempre presente alla nostra memoria e mettiamo in pratica in tutta la nostra vita quell'impendam et superimpendar ipse pro animabus vestris (2 Cor 12, 15). Quel poco che avremo fatto, ci verrà un giorno pagato con larga generosità (Mt 25, 21). I Santi ricorrevano pure alla penitenza, perché unita alla virtù dell'immolazione quotidiana ed alla potenza della preghiera, avesse presso Dio una efficacia definitiva. Non trascuriamo nulla e stiamo sempre vigilanti e armati contro tutto quanto potesse infiacchire il nostro coraggio. Nutriamo e fortifichiamo l'anima nostra con tutto ciò che la scioglie e la libera dalla vita bassa e miserabile della natura, la stabilisce, la fissa e la consacra sempre più in quella vita di Ostia, che è la nostra grazia eminente e essenziale, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.

Felice e da Dio benedetto quel Sacerdote, il quale sempre costante nella Fede e nella Speranza, tiene lo sguardo perennemente fisso nella Maestà adorabile di Dio, onde fare di se stesso, in unione con GESÙ, un Sacrificio perpetuo, e, con uno zelo sempre crescente, offrire a Dio quel grande Sacrificio (473), quella Oblazione della salvezza dei nostri fratelli, la più gradita di tutte al suo Cuore di Padre «che tanto ama le anime!» (Sap 11, 25-27).

NOTE

(460) Rom., VIII, 32. – Queste parole sono precedute da queste: Qui proprio Filio suo non pepercit, etc., quale fonte inesauribile di ammirazione, di riconoscenza e di lagrime!

(461) De Virginitate, cap. XLI

(462) Eccli, XXX, 25. – 2 Cor., VII, 10.

(463) Cfr.: FABER, Il Progresso nella vita spirituale, cap. II.

(464) Virtutis solidae praecipua impedimenta, etc., pars I, cap. VI, De socordia.

(465) MEYNARD, chap. XXIII.

(466) Sicut corpus nisi respiret vivere nequit, ita nec anima, nisi Conditorem cognoscat, subsistere poterit, cum ignoratio Dei mors animae sit. ­S. BASIL., Homil. XIII, in Sanctum Bapt.

(467) Lectione assidua et meditatione diuturna pectus suum bibliothecam fecerat Christi. – Epist. LX Ad Heliodorum. – Intra seipsum potest omnis homo arcam divinam construere et bibliothecam divini verbi consecrare. – ORIGEN., In Genesim, Homil. II.

(468) Ps.. XXXVII, 22; CXVIII, 117; XLIII, 26.

(469) S. Giuseppe da Copertino, ad un Vescovo diede questa risposta «Fate in modo che i vostri Preti recitino con attenzione l'Ufficio divino e celebrino santamente la Messa; questo è il mezzo più efficace per la santificazione del Clero e la riforma della Diocesi».

(470) Progresso dell'anima, ecc., cap. II.

(471) II, II, p. XX, a. 3 et 4.

(472) Nihil tam Deo dignum, quam salus animarum

(473) Nullum majus sacrificium quam zelus animarum S. Greg. Papa, Ap. S. TH., II, II, q. CLXXXII, a. 2.