L’elezione eterna

Spiritualita

P. SILVIO MARIA GIRAUD
MISSIONARIO DELLA SALETTE

SACERDOTE E OSTIA

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LIBRO SECONDO. 
    Della comunicazione che nostro signor Gesù Cristo fa al suo sacerdote del suo sacerdozio, del suo stato di Ostia e delle sue disposizioni

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CAPITOLO SECONDO. L’ELEZIONE ETERNA

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     GESÙ CRISTO nella sua misericordia, si degni di rivelarci come, per volere del Padre, la sua Predestinazione alla grazia e il Sacerdozio sia il fondamento e l’unica ragione della nostra Predestinazione pure alla grazia e al Sacerdozio.
     Per la perfetta intelligenza della sublime e consolante verità della nostra Elezione eterna, eleviamoci dapprima alla considerazione della Elezione eterna ossia della Predestinazione di GESÙ CRISTO medesimo. In questa luce vedremo meglio come siamo stati resi partecipi della Elezione e Predestinazione del Figlio di Dio, sia alla Grazia, sia al Sacerdozio.
     La Predestinazione di GESÙ CRISTO, Figlio di Dio, è il decreto medesimo della sua Incarnazione; è l’atto per il quale la Santissima Trinità, che opera indivisibilmente, ha voluto che la Persona del Verbo assumesse ipostaticamente la natura umana.
     In virtù di questo decreto vi fu un composto umano (vale a dire un’anima immediatamente creata da Dio e un corpo formato dalla carne immacolata di Maria), destinato ad essere la natura umana del Figlio di Dio. In questo senso san Paolo ha detto: «Egli è stato fatto dal seme di Davide secondo la carne e predestinato Figliuolo di Dio» (Rm 1, 3-4).
     Ma quell’anima e quel corpo non esistettero mal prima del momento preciso dell’unione ipostatica.
     Non vi fu dunque nessun merito da parte di quella natura umana perché fosse l’oggetto della elezione di Dio. Questa elezione era assolutamente e radicalmente gratuita. San Agostino si compiace d’insistere in modo speciale su questo punto, affinché sia manifesto che nell’ordine della Grazia, Dio tutto opera con la indipendenza più sovrana, e nessuna natura creata, sia pure anche la natura creata del Figlio di Dio medesimo, può in quell’ordine aver qualsiasi iniziativa o attribuirsi alcun merito. «È questa la luce smagliante che illumina ogni predestinazione e ogni grazia. Se il Salvatore è stato eletto senza merito antecedente, come mai potremmo pensare che abbiamo la minima parte nella nostra elezione?» (224).

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     È questo un punto di dottrina importante e sarà utilissimo tenerlo sempre presente alla nostra mente; perché ci rivela l’indigenza fondamentale propria ad ogni creatura. CRISTO è stato predestinato Figlio di Dio, senza nessun merito; noi pure siamo predestinati senza nessun nostro merito, qualunque sia il dono di cui Dio ci ha beneficati.
     Ma qui una questione si affaccia alla nostra mente. Nostro Signor GESÙ CRISTO, che è «il principio delle vie di Dio» (Prv 8, 22), è stato predestinato direttamente e immediatamente. Siamo forse stati eletti, noi pure, direttamente e immediatamente, senz’altra relazione con CRISTO che quella che necessariamente deriva dalla preminenza di esso?
      La relazione tra noi e CRISTO è forse una relazione di semplice subordinazione quale trovasi, nel mondo fisico, tra varie sorta di esseri, in forza delle leggi stabilite dal Creatore per il mantenimento dell’ordine?
     Ci troviamo qui in presenza di un mistero di una bellezza sublime, di una dolcezza deliziosa. Consideriamolo con amore. Nostro Signore GESÙ CRISTO avrebbe potuto essere eletto e predestinato solo. Dio è libero e mette nelle sue opere esteriori quei limiti che sono di suo piacimento. Nel caso che Dio non avesse predestinato all’esistenza e alla grazia se non l’Umanità santa di GESÙ CRISTO, questa unica manifestazione della sua Potenza, della sua Sapienza e del suo Amore, sarebbe pur stata la più sublime, eccellente e gloriosa che Dio possa concepire e operare. GESÙ CRISTO, predestinato solo, GESÙ CRISTO unico soggetto di tutta la creazione sia nell’ordine naturale come nell’ordine soprannaturale, sarebbe stato, in un modo verissimo, perfettissimo ed adeguato, l’onore, il compiacimento, la gloria e la totale soddisfazione della SS. Trinità. È certo che l’effettuazione di qualsiasi altro disegno non può aggiungere nulla alla gloria che Dio riceve da una Persona divina incarnata.

     Ma l’amor paterno di Dio si compiace di invenzioni ammirabili. Noi siamo stati qualche cosa agli occhi suoi, perché ha voluto che fossimo qualche cosa. Perciò siamo stati, noi pure, predestinati all’esistenza e alla grazia; e qui risplendono in una maniera commovente la sapienza e la bontà del nostro Padre dei Cieli. Perché l’unità, che è la sua essenza, risplendesse nell’opera sua; e perché il suo amore si manifestasse con la massima gloria, Egli predestinò il Verbo incarnato, non già come una individualità unica e solitaria, ma lo predestinò come Figlio e in pari tempo come Capo; e come Capo vero non già solamente destinato ad avere, un giorno, un corpo mistico e membra spirituali; ma sin dal momento della sua elezione e in virtù della sua elezione. medesima, già composto, diremo così, di membra spirituali. Dimodochè la predestinazione di queste membra spirituali faceva parte del decreto della Predestinazione di CRISTO come Figlio di Dio, e non vi era tra il Corpo e le membra spirituali, altra differenza che quella che era richiesta, da una parte, dalla qualità, nel Capo, di Figlio vero e naturale di Dio; e dall’altra parte, dal titolo gratuito di figli adottivi. Essendo Predestinato come nostro Capo, GESÙ CRISTO fu allora costituito come quella Unità adorabile di cui sant’Agostino con viva compiacenza parla così di frequente e con tanto amore (225) e di cui san Paolo ha detto «che è la pienezza di CRISTO» (Ef 1, 22-23); unità di cui Nostro Signore medesimo domandava la realizzazione efficace nella sua Chiesa con quella bella preghiera: «Ego in eis, et tu in me; ut sint consummati in unum»; unità the è la nostra maggiore consolazione in questo esilio e la nostra più valida speranza per l’eternità. Perché, se noi siamo stati predestinati in CRISTO, dimodochè la nostra predestinazione è come «il suo complemento e la sua pienezza», ne risulta che quando apparve su la terra, noi eravamo già in Lui. Egli passò nove mesi nel seno di Maria: eravamo con Lui in quel seno vergineo; nacque, visse, morì: noi nascevamo, vivevamo con Lui; eravamo con Lui su la croce, e siamo morti in Lui e con Lui; con Lui e in Lui siamo risuscitati; con Lui siamo ascesi al Cielo; con Lui e in Lui siamo stati Ostie e Vittime sul Calvario, e continuiamo ad essere tali nel SS. Sacramento. Tale era la nostra predestinazione; La grazia non ci era ancora comunicata, poiché non esistevamo ancora; ma ci si dava già il pegno sicuro di quella grazia che riceviamo per effetto della nostra predestinazione. In quella guisa che la nostra Predestinazione è la Predestinazione medesima del Piglio di Dio, così la nostra grazia è la grazia medesima del Figlio di Dio (226). Ciò fa dire a sant’Atanasio che «noi siamo come aggiunti e uniti al Verbo e vivificati in Lui, in una maniera così perfetta che la nostra carne medesima è come deificata secondo la natura del Verbo di Dio. Quasi non iam terrena sit nostra caro, sed Verbificata (227).

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    Tale la nostra predestinazione in GESÙ CRISTO; è questa la nostra prima predestinazione, per così dire, la nostra predestinazione alla grazia e alla gloria. Ma ve n’è un’altra, che, in un certo senso, non sarebbe distinta dalla prima, e sotto un altro rapporto ne è oltremodo distinta; ed è la predestinazione al Sacerdozio.
    È necessario qui richiamare alcune verità. San Paolo afferma che, anche per il Figlio di Dio fatto uomo era necessario una vocazione al Sacerdozio». Christus non semetipsum clarificavit, ut pontifex fieret; sed qui locutus est ad eum: Filius meus es tu, ego hodie genui te» (Eb 5, 4-5).
    Cosa degna di attenta considerazione! San Paolo sembra far dipendere l’elezione al Sacerdozio dalla qualità medesima di Figlio. Infatti per ciò stesso che GESÙ CRISTO è Figlio naturale di Dio, predestinato ad essere pure vero Figlio di Dio nel tempo, era necessariamente il Pontefice del Padre. Come nell’eternità Egli è la gloria del Padre, così nel tempo Egli è ancora la gloria del Padre. Ora che cosa è il Pontefice se non Colui che è applicato «a ciò che è Dio» ossia alla gloria di Dio? GESÙ CRISTO quindi come è il Figlio di Dio, così è Sacerdote e Pontefice di Dio. La sua nascita eterna è 1’origine del sacerdozio ch’Egli possiede come Uomo Dio; e la sua nascita temporale non è altro che una consacrazione sacerdotale.

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    Ma allora come mai san Paolo dice che CRISTO «non si è glorificato da se stesso per essere Sacerdote», ma che ha ricevuto una tale dignità da Colui che gli ha detto: «Siete il Figlio mio»? La risposta sta in questa semplice riflessione: CRISTO non aveva nessun diritto ad essere Figlio di Dio quindi non aveva pure nessun diritto ad essere sacerdote; Egli fu dunque, con un medesimo ed unico decreto, predestinato in pari tempo Figlio di Dio e Sacerdote.
    Ne consegue che tutti i membri del Corpo mistico di GESÙ CRISTO, predestinati essi pure, in GESÙ CRISTO, ad essere figli di Dio (per adorazione e per grazia), sono in pari tempo predestinati al Sacerdozio.
    Perciò, come abbiamo spiegato nel Capitolo precedente, il Sacerdozio di GESÙ CRISTO è comunicato a tutto il suo Corpo mistico, ossia a tutta la Chiesa; esso è diffusa in ciascuno dei membri spirituali come si trova nel Capo. La ragione fondamentale deI Sacerdozio in GESÙ CRISTO che è il Capo, sta nella sua qualità di Figlio: così pure la ragione fondamentale del Sacerdozio in ciascuno dei fedeli, sta nella medesima qualità di figlio.

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    Dobbiamo poi notare con grande attenzione che san Paolo soggiunge: Quemadmodum et in alio loco dicit: Tu es Sacerdos in aeternum, secundum ordinem Melchisedech. L’Apostolo indica qui una condizione speciale e come un carattere distintivo del Sacerdozio che GESÙ CRISTO esercita nel tempo: Secundum ordinem Melchisedech. Egli avrebbe potuto non essere Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec; ciò si sarebbe verificato infallibilmente, se l’Incarnazione avesse avuto luogo anche se Adamo non avesse peccato. In tal caso il Verbo incarnato sarebbe stato Sacerdote unicamente nella sua qualità di Figlio di Dio; avrebbe adempito verso il Padre tutti i doveri di religione; e noi, partecipi in pari tempo della sua grazia e del suo Sacerdozio saremmo stati, tutti senza dubbio nel medesimo grado, Sacerdoti del Padre secondo la Religione del Figlio di Dio.
     Ma in conseguenza della caduta dell’uomo essendo cambiate le condizioni, il Sacerdozio di GESÙ CRISTO porta un carattere speciale. Perciò san Paolo dopo aver detto che Cristo è sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec aggiunge: «Qui in diebus carnis suae preces supplicationesque ad eum qui possit illum salvum facere a morte, ***** clamore valido et lacrymis offerens, exauditus est pro sua reverentia; et quidem, ***** esset Filius Dei, didicit ex his quae passus est, obedientiam». Si tratta quindi di un Sacerdozio che si esercita con supplicazioni, lagrime, grida, dolori e per ubbidienza. Se non fosse avvenuta la caduta, vi sarebbe stato un Sacerdozio inerente alla qualità di Figlio di Dio, e quindi esercitato, in certo modo, di pieno diritto, o per lo meno in virtù di una legge fondata sulla natura medesima, per la quale la creatura deve tributare al Creatore i doveri di religione. Ma dopo l’offesa fatta a Dio dal primo uomo e, nella persona di questo, da tutta la stirpe umana, diviene necessario l’intervento della volontà, della giustizia e della sapienza di Dio. Dio accorda il perdono, ma a certe condizioni; e il Sacrificio che il Verbo incarnato offrirà dovrà portare quei caratteri che il Padre si compiacerà di esigere. Il Padre è assolutamente libero di fissare il modo con cui si presti riparazione e soddisfazione alla sua divina Maestà; quindi il Figlio suo, suo Sacerdote e suo Verbo fatto uomo dovrà riceverne gli ordini, sottomettersi a tutti i voleri di Lui e a tutte le condizioni da Lui fissate; epperò, secondo la parola di san Paolo dovrà «farsi obbediente». Sappiamo che questa obbedienza lo condurrà «alla morte e alla morte della croce» (Fil 2, 8); e in tal modo «essendo Figlio di Dio, Egli imparò (sempre secondo la parola straordinaria del grande Apostolo), imparò da quello che patì, cosa sia essere ubbidiente».

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     Se era necessaria una tale ubbidienza essenzialmente fondata sui diritti di Dio e sulla libertà della divina Maestà di fissare le condizioni della soddisfazione da prestarsi per l’offesa ricevuta, era dunque impossibile ogni iniziativa da qualsiasi parte. Indi la necessità di una vocazione speciale: questa era rigorosamente richiesta, sotto pena di non offrire al Padre ciò che Egli, nella sua giustizia, esigeva per la riconciliazione e la riparazione.
    CRISTO adunque non si ingerì da se medesimo nel Pontificato, ma ricevette il Sacerdozio da Colui che gli disse: «Voi siete Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec» per offrire sino alla fine dei secoli nella Chiesa, sotto le apparenze del pane e del vino, la vostra carne e il vostro sangue, dopo di aver immolato quella carne e versato quel sangue sul Calvario. Arriviamo qui a quel magnifico mistero di amore che ci riguarda.

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    GESÙ CRISTO, in quanto è Predestinato Sacerdote nella sua qualità di Figlio di Dio, predestina tutti i fedeli al suo Sacerdozio; ma in quanto è Predestinato Sacerdote in una maniera speciale e in condizioni che dipendono – in modo assoluto dalla volontà del Padre offeso, non avrà per ministri se non quelli che saranno oggetto di una vocazione particolare.
     Ogni fedele, e vero, stante l’unità del Capo e dei membri tutti, parteciperà in un modo vero ed intimo allo spinto del Sacerdozio di Cristo offerentesi su la croce e sull’altare; ma soltanto alcuni membri privilegiati, destinati a richiamare l’ordine di Melchisedec, offriranno, nella Chiesa, il pane e il vino che sono il corpo e il sangue di GESÙ CRISTO, e a questo fine saranno, come CRISTO, l’oggetto di un giuramento speciale del Padre, ossia l’oggetto di una predestinazione, e in virtù di un Sacramento ne porteranno il carattere distintivo.
     Un’altra ragione della necessità, per il Sacerdote cattolico, di una vocazione speciale sta in questo che il Sacrificio ch’egli offre è il Sacrificio stesso di GESÙ CRISTO, identico nella sostanza e nei fini. Ora, poiché il Figlio di Dio non ha offerto il suo Sacrificio che per ubbidienza, così è necessario che i membri della Chiesa, i quali offriranno quel medesimo Sacrificio, non s’ingeriscano da se stessi in un tal ministero, ma lo adempiano per obbedienza e quindi in virtù di una vocazione speciale. Il Sacrificio dell’altare, avendo il suo valore e la sua dignità da GESÙ CRISTO medesimo, sarebbe sempre degno, anche quando venisse offerto da un intruso; ma, in tal caso, mentre la Vittima Divina: solleciterebbe la benedizione, sarebbe da temersi che la temerità del ministro provocasse invece la maledizione (228).

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    Da ultimo, la necessità della vocazione risulta ancora dalla tremenda responsabilità che grava il Sacerdote per l’esercizio del suo ministero. È necessario in modo assoluto la vocazione, non solo a motivo della dignità e del volere di Dio, al quale spetta unicamente ogni iniziativa; ma ancora perché, senza di questo volere divino, sarebbe eccessivamente temerario l’uomo che avesse l’ardire di salire i gradini dell’altare e di assumersi un peso formidabile anche per gli angeli stessi (229). È dunque indispensabile, per il Sacerdote, il sapere in qualche modo sufficientemente luminoso, che è stato eletto da Dio medesimo e compreso (o Mistero ammirabile!) nella predestinazione stessa di GESÙ CRISTO, nel decreto con cui l’adorabile Figlio di Dio è stato chiamato da Dio Padre quale Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec.

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     Con intimo sentimento di ammirazione di umiltà, di riconoscenza e di amore, eleviamoci verso questo Padre infinitamente misericordioso «il quale ci ha chiamati con la sua vocazione santa, non per le nostre opere, ma secondo il suo beneplacito, e secondo la grazia dei tempi dei secoli; grazia che si è manifestata per l’apparizione del Salvatore nostro GESÙ CRISTO» (2 Tm 1). Noi non siamo nulla, assolutamente nulla da noi medesimi, né abbiamo alcun merito. Ma, per effetto di quel decreto di infinita bontà, noi eravamo «prima della fondazione del mondo, in GESÙ CRISTO» (Ef 1, 4) predestinato Figlio di Dio, e predestinato Sacerdote e Pontefice per il sacrificio della Croce e dell’Altare; e fin d’allora in tutta verità, in Lui tutto abbiamo ricevuto (230). In GESÙ CRISTO, nostro Capo e Sommo Sacerdote, il quale, secondo il beneplacito del Padre «tutto riassume e tutto contiene» (Col 1, 17-19), insieme con la dignità eminente del Sacerdozio, abbiamo parimenti ricevuto tutte le grazie che a quella dignità si convengono, vale a dire, ogni lume, ogni purificazione, ogni elevazione di spirito e di cuore, ogni santa energia nella volontà per portare una tale dignità, e parimenti tutto quanto ne sarà la consumazione in Cielo, vale a dire, quella gloria affatto speciale che ai Sacerdoti è riservata nell’eternità. Tutto questo era contenuto nel decreto della nostra vocazione. e tutto deriva dalla Predestinazione del nostro Capo come dalla sua causa prima e unica.

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    In GESÙ CRISTO adunque ci furono assicurate in anticipazione tutte le grazie convenienti al nostro Sacerdozio. Sia questo un intimo e dolce conforto per il Sacerdote che confida nella verità della propria vocazione. Fortunati noi Sacerdoti! Non dovremmo mai cessare dal ripetere quell’inno di amore, di lode e di ringraziamento con cui san Paolo incominciava l’Epistola agli Efesi:
    Benedictus Deus et Pater Domini Nostri Jesu Christi, qui benedixit nos in ommi benedictione spirituali, in caelestibus in Christo.
    Sicut elegit nos in ipso ante mundi constitutionem, ut essemus sancti et immaculati in conspectu ejus in charitate.
     Qui praedestinavit nos… secundum propositum voluntatis suae: in laudem gloriae suae, in qua gratificavit nos in dilecto Filio suo (Ef, I, 3-6).

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NOTE
(224) De Praedest. Sanctor., cap. XV.

(225) Totus Christus caput est et corpus quod bene vos nosse non dubito. – In Psalm., LVI

(226) Ea gratia fit ab initio fidei suae homo quicumque Christianus qua gratiae Homo iIle ab initio suo factus est Christus. S. AUG., .De Praedestin. Sant., cap. XV. La meme gràce qui a fait Jésus-Christ notre Chef, a fait tous ses membres. – BOSSUET.

(227) *** Orat. III, contra Arianos. 

(228) Usurpati ausus Sacerdotii, sacrificium in sacrilegium et vitam convertit in mortem. – PETR. BLEss., Epist. 189

(229) O perversitas! O abusio filiorum Adam!…  Leviter ascendunt… ad honoris… ipsis etiam angelicis humeris formidandos. – S. BERNARD, Serm. de Ascensione
 
(230) Quomodo ante aeterna tempora acciperemus, nondum conditi, nisi in Christo Jesu dona gratiaeque reposita fuissent, quae ad nos pervenirent. – S. ATHANAS., Oratio II contra Arianos.
(5) Colosso, I, 17, 190