La causa vera degli insuccessi

Pastorale sacerdotale

La causa vera degli insuccessi
di P. M. Corti S.J.

Quante volte, di fronte
all’ostinata esistenza dele anime, si è tentati di pensare: « Non sono
intelligenti, istruiti, educati: chi lo è non può resistere alla forza
delle ragioni che ho arrecato».
Chi pensasse così, dimenticherebbe tutta la teologia della grazia. La fede
e la conversione non sono mai la pura conclusione ragionata di un sillogismo; ma
sono il frutto della grazia attuale efficace, dono di Dio impetrato quasi sempre
dalle preghiere e dalle virtù dell’apostolo e dei fedeli. E questo dono può
mancare nei dotti e nelle persone che contano molto umanamente, ed essere invece
negli altri. Sarebbe come quando la corrente arriva a lampadine di poche candele,
e non a quelle potentissime. Le prime si accendono, le altre no. E chi se ne dimenticasse,
farebbe come un capofabbrica che volesse rimodernare l’impianto e facesse arrivare
le macchine ultimo tipo e non risparmiasse tempo e denaro, e rinnovasse tutto il
personale, e poi rinunciasse a ricongiungere i fili elettrici dello stabilimento
con quelli ad alta tensione che giungono dalla centrale: non avrebbe ottenuto nulla!
Lavorare fino ad esaurirsi, coprirsi di debiti, affannarsi senza posa, e poi quasi
nessun risultato: non sarà perché mancano i collegamenti con l’alta
tensione delle grazie divine?
È vero che, anche così, chi si dannerà si dannerà sempre
per colpa sua, e i fedeli sono responsabili ciascuno per sé; ma il fine del
lavoro apostolico non è quello di poter dire che chi si è dannato si
è perduto per colpa sua, ma di far sì che coloro i quali potevano e
forse ostinatamente volevano dannarsi per colpa loro, si salvino per grazia di Dio.
Ed è preciso dovere di ogni apostolo aiutare i singoli fedeli ad assicurarsi
nel modo più certo possibile la salvezza dell’anima.
Oggi si assicura tutto: la vita, le case, i raccolti, le macchine, gli animali. E
si fa bene. Ma la salvezza di un’anima sola è un’opera immensamente più
importante che l’assicurazione di tutti i tesori terreni. Ciascuna di esse avrà
le grazie sufficienti per salvarsi: ma come assicurarci che essa ne usi e si salvi
di fatto? Tutto il nostro operare non ce ne assicura, ma solo la grazia di Dio, ottenuta
con la nostra preghiera.

Se avessimo da fare con un cinese paralitico, che non conoscesse affatto l’italiano,
e dovessimo fargli compiere un’ascensione alpina, non basterebbe certo che gli ripetessimo
più volte nella nostra lingua l’itinerario, e neppure che gliene ripetessimo
il comando fino a sazietà; anzi, neppure basterebbe che gli parlassimo in
cinese; dovremmo sì, renderlo capace d’intenderci, ma, più ancora,
guarirlo dalla paralisi! Così siamo di fronte alle anime! Non basta gridare
e comandare; dobbiamo renderle capaci di comprenderci e guarirle! E questo è
opera, prima di tutto, della grazia. Tutto il resto è una bellissima fila
di zeri: non valgono nulla se non li precede la cifra significativa, che solo il
Signore può mettere. Con essa, diventano un tesoro.
Nei vigneti, i tralci non ricevono la linfa dai pali, né dai fil di ferro,
ma dal tronco vivo. La vite vera delle anime è Gesù: l’ha proclamato
egli stesso (Gv 15, 1). E non basta che siamo uniti a lui qualche momento,
dobbiamo esserlo sempre. Dà luce la lampada finché rimane collegata
alla dinamo: Ha mangiato abbastanza colui che non ha più appetito;
si e curato abbastanza colui che è guarito. Non dobbiamo quindi dire, riguardo
alla preghiera, né per noi, né per i fedeli: Poco e bene; ma
molto e bene, cioè tanto quanto basta perché viviamo
noi e loro abitualmente in grazia di Dio.
E allora, come lampade vive, rimaniamo
perennemente uniti alla centrale divina.
Il Card. D. Iorio, in un articolo nell’Osservatore Romano del 28 gennaio 1937,
dimostrò magistralmente che, se vogliamo far vivere le anime in grazia di
Dio, è necessario promuovere con tutti, quindi anche con gli uomini di ogni
condizione, la S. Comunione molto frequente ed anche quotidiana. E veramente, date
le difficoltà enormi contro le quali devono oggi combattere i cattolici praticanti,
tutti coloro che ne hanno possibilità, anche a costo di sacrificio, non possono
trascurare questa trasfusione di Sangue divino nelle nostre povere vene.
La vita cristiana che viene ad essere realizzata da chi riceve la S. Comunione frequentemente
e con le dovute disposizioni ha qualche cosa del miracolo morale, tanto è
diversa dalla vita alla quale le personali cattive inclinazioni e i pessimi esempi
altrui eccitano continuamente. La S. Comunione quotidiana, ricevuta con fervore,
conserva potentemente lo Spirito di fede, il criterio soprannaturale nel giudicare
gli avvenimenti, il distacco da tutto quanto è esagerazione nella ricerca
del benessere terreno; dona la rassegnazione, la gioia stessa nei sacrifici inerenti
alla pratica cristiana della vita; reca la pace del cuore, non sempre sensibile,
è vero, ma sempre reale e confortante. La purezza illibata di molti cristiani,
specialmente tra i giovani, non ha altra spiegazione: Gesù li rende
forti come leoni, schivi da ogni transazione con il male, decisi a conquistare la
virtù a prezzo di qualunque lotta: dona loro una attrattiva soprannaturale
che forma il tesoro della loro esistenza.



Testo tratto da: M.
Corti S.I. – D. Battaglieri S.I., Vivere in Cristo, principio e fine dell’apostolato
cattolico
, Roma: La Civiltà Cattolica, 1960, pp. 395-98.