LA VITA DI CRISTO NOSTRO CAPO IN NOI

Studi

SACERDOTE CON CRISTO
SACERDOTE E VITTIMA
 Corso di teologia spirituale per sacerdoti
del P. R. GARRIGOU-LAGRANGE, O. P.

PARTE II
La vita interiore del Sacerdote

In questa seconda parte tratteremo: 1) della vita di Cristo in noi quali sue membra; 2) della unione del sacerdote con Cristo sacerdote; 3) e con Cristo vittima; 4) della Comunione del sacerdote; 5) dei quattro fini del sacrificio e della perfezione sacerdotale; 6) della unione del sacerdote con la Beata Vergine Maria; 7) degli esempi dei santi sacerdoti; 8) della eccellenza della santità sacerdotale che deve essere un vero esempio per i fedeli come dice il Pontificale romano.

CAPITOLO I
LA VITA DI CRISTO NOSTRO CAPO IN NOI
considerata nel suo aspetto spirituale
.

IMPOSTAZIONE [1]. Esamineremo l) la testimonianza di Cristo e di S. Paolo; 2) cosa sia in genere questa vita di Cristo in noi; 3) le conseguenze pratiche che ne derivano alle diverse virtù in particolare.

1°) La testimonianza di Cristo e di S. Paolo.

Cristo stesso ha detto (Gv. 15, 1. 5): lo sono la vera vite… voi i tralci: se uno si tiene in me e io mi tengo in lui, questi porta gran frutto, perchè senza di me non potete fare nulla. Nulla, ossia nessun atto che giovi a salvezza, a più forte ragione, nessun atto che sia meritorio per la vita eterna. Contro i semipelagiani si afferma che l'inizio stesso della fede deriva dalla grazia preveniente di Cristo.
S. Paolo dice in modo simile (Rom. 6, 5): siamo stati innestati in Cristo, che è come una radice santa, e, se santa è la radice, santi sono pure i rami (Rom. 11, 16). Altrove (I Cor. 12, 27) esprime la medesima cosa usando un'altra figura: siete corpo di Cristo, e membri (uniti) a membro, e molte volte fa questa affermazione.
Rom. 6, 4; per il battesimo siamo morti al peccato, sepolti insieme con Cristo, con lui resuscitati. Perciò viene detto ai Galati (3, 27): vi siete rivestiti di Cristo e San Paolo afferma di sé poichè il mio vivere è Cristo (Fil. 1, 21). Come spiega S. Tommaso, per i cacciatori la vita è lacaccia, per i soldati la milizia, per gli studiosi lo studio, per i cristiani e specialmente per i santi, vivere è Cristo, perchè egli vuole vivere in essi e perchè i Santi vivono di fede, di fiducia in Cristo e di amore per lui. Lo stesso Signore ha detto: Il Paracleto poi, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel nome mio, egli insegnerà a voi ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto (Gv. 14,26). Ossia per i doni della sapienza, dell'intelletto, della scienza, del consiglio, della pietà, della fortezza ed anche del timore, vi ricorderà tutto quello che vi ho detto, in modo che le Parole che si trovano nel Vangelo divengano per noi «parole di vita eterna» perché «sono spirito e vita».
Chiara è questa testimonianza di Cristo e di Paolo, specialmente in ciò che dice ai Galati (2, 20): E vivo, non già io, ma vive in me Cristo.

2°) Che cosa è in genere questa vita di Cristo in noi.

Da parte di Cristo, egli, quale capo della Chiesa: ha dato una volta soddisfazione per noi, e ci ha meritato «de condigno» tutte le singole grazie, sia sufficienti sia efficaci che riceviamo e riceveremo. Inoltre ora in cielo intercede per noi ed è la causa strumentale fisica di tutte e singole le grazie che riceviamo, è strumento congiunto alla divinità, mentre i sacramenti sono strumenti separati per produrre la grazia [2].
Che cosa si richiede da parte nostra per questa Vita di Cristo in noi? Bisogna conservare questa verità nella memoria e dire spesso a noi stessi: Cristo vuol vivere, pregare, amare, agire e soffrire in me. E allora, volontariamente, deporremo l'uomo vecchio, con i suoi desideri disordinati, bassi, ristretti, per accogliere nel nostro cuore i desideri stessi di Cristo. È assolutamente necessario spogliarsi dell'uomo vecchio. Allora a poco a poco comprenderemo le parole di Giovanni Battista: Egli deve crescere: io essere abbassato (Gv. 3, 30). Moralmente parlando bisogna quasi perdere la propria personalità, in senso buono, per vivere in Cristo come membra unite al capo, cioè per arrivare a pensare, a desiderare e ad agire per lui e in lui come la mano che opera mossa e diretta dal cervello.
Così a poco a poco lo spirito di Cristo si sostituirà al nostro spirito proprio. E questo spirito proprio è un particolare modo di pensare, di agire, di giudicare, di volere, di amare e di soffrire; è una speciale mentalità, assai limitata e superficiale che dipende materialmente dal nostro temperamento fisico, dalla ereditarietà, dall'influsso dellecose esterne, dalle idee della nostra generazione e del nostro paese. Bisogna sostituire a poco a poco a questo spirito quello di Cristo, ossia il suo modo di pensare, di giudicare, di sentire, di amare e di agire e di soffrire: allora soltanto il Cristo vivrà veramente in noi.
In questo modo i santi giungono a quella impersonalità superiore che supera di tanto la personalità propria naturale, in tal modo S. Tommaso nell'ordine puramente speculativo, non parlando mai di sé, delle sue opere del tutto obbiettive, è divenuto il «Doctor communis» della Chiesa: e parimenti nell'ordine pratico vi sono molti santi nei quali appare in modo evidentissimo la vita di Cristo come in S. Giovanni Vianney: in essi si verificarono in pieno le parole: li il mio vivere è Cristo D. Solo i santi hanno ben compreso che la nostra personalità morale non raggiunge la sua perfezione se in qualche modo non si perde nella persona di Cristo, come un fiume che raggiunge il suo pieno fine quando si getta nel mare. Per tale ragione i santi sostituiscono alle proprie idee ed ai propri giudizi quelli di Cristo, accettati per mezzo della fede; alla loro volontà, la santissima volontà di Cristo, alla loro azione personale la sua azione santificatrice: così divennero servi di Dio nel senso pieno della espressione, proprio come la mano serve la volontà che la guida. Perciò Paolo ha potuto dire: E vivo non già io, ma vive in me Cristo (Gal. 2, 20). E S. Giovanni Cris. dice: «Il cuore di Paolo è il cuore di Cristo».
È necessario interpretare ciò nel giusto senso, ossia non pensando che Cristo debba diminuirsi abbassandosi fino alla vita nostra, ma siamo noi che dobbiamo offrirci a Lui in modo che Egli viva in noi la sua vita sublime che supera di tanto la nostra. Per esempio, quando preghiamo, dobbiamo raccoglierei nella grande orazione di Cristo, in modo che essa in certo senso si prolunghi in noi, quasi per estendersi e continuarsi.
Se prendiamo davvero questa via, non solo l'anima nostra diverrà migliore, ma lascerà veramente se stessa, per vivere nella dimenticanza di sé. Così vanno intese le parole dette da Cristo a molti santi: lasciami vivere in te e tu muori. Così hanno fatto S. Benedetto, S. Francesco, S. Domenico, S. Vincenzo de' Paoli; e tutti i santi che per questa via sono arrivati alla santa libertà dei figli di Dio. Ciò vale per i fedeli. ed a più forte ragione per i sacerdoti. Dobbiamo spogliarci dell'uomo vecchio e «rivestirci dell'uomo nuovo», rivestirei di Cristo come dice San Paolo [
3].

3°) Conseguenze pratiche riguardanti le diverse virtù in particolare.

Da ciò conseguono molte applicazioni riguardanti l'orazione, l'umiltà, la carità fraterna, la fede, la speranza, l'amore di Dio, l'accettazione della Croce.

ORAZIONE. Allora l'anima non prega più come prima, con dei limiti circoscritti al suo interesse esclusivo, ma piuttosto è l'orazione di Cristo che si estende e continua nella sua. Comprende meglio le parole dette agli Apostoli (Gv. 14, 13; 16, 23): «E qualunque cosa domanderete al Padre nel nome mio, la farò; affinchè sia glorificato il Padre nel Figliuolo. Se alcuna cosa mi domanderete in nome mio, lo farò… Finora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e otterrete; affinchè il vostro gaudio sia compito».
L'anima unita a Cristo specialmente durante la messa adora in nome di Cristo: chiede in nome suo la conversione non soltanto di qualche anima, ma di molte, di innumerevoli, nel presente e nel futuro. Similmente ripara in nome di Cristo con la generosa accettazione delle cose che le dispiacciono, e in suo nome ringrazia non solo dei benefici particolari che ha ricevuto, ma del beneficio universale della elevazione alla vita della grazia, della Incarnazione, della Redenzione, della Eucaristia. E vedendo che i piccoli ricevono il pane spirituale, dice con Cristo: Io ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra perchè questi misteri hai rivelato ai pargoli.
L'anima che procede per questa via parla anche alla Beata Vergine Maria come in nome di Cristo e trova perciò in lei la madre nel senso pieno, e conosce sempre meglio le ricchezze della maternità spirituale che Maria effonde su tutti gli uomini che giungeranno alla salvezza.
Allora l'anima può continuare con maggiore facilità la sua orazione, per tutta la giornata; offrendo in qualsiasi momento gli atti del Salvatore, specialmente quelli che ci sono ricordati nei misteri del S. Rosario o della Via Crucis. Così, anche durante la visita al SS. Sacramento l'anima profondamente cristiana offre a Dio gli atti di Gesù Bambino, quelli della sua vita nascosta, della vita pubblica, della sua vita dolorosa, di quella gloriosa e della vita eucaristica. Cristo vive veramente in essa, perchè vi è in lei come una irradiazione della contemplazione e dell'amore del Salvatore.

UMILTÀ. Quest'anima incomincia a rifuggire da una vita troppo personale, a disprezzare se stessa, facendo un paragone fra sé e Cristo. Comprende meglio che ogni pensiero troppo personale è necessariamente limitato, ristretto, basso, opposto alla santa libertà dei figli di Dio, e vi rinuncia per vivere di fede e della parola di Cristo che è «spirito e vita».
Allora incomincia a rifuggire dall'amor proprio che impedisce la vita di Cristo in noi, così come sarebbe di ostacolo al corpo una mano che non volesse servire ad esso ma agisse per conto proprio.
Perciò l'anima incomincia a godere delle umiliazioni, ad accettare il disprezzo senza rattristarsene troppo: sa che bisogna notare quel che vi è in essa di difettoso perché meglio apparisca, per contrasto, la sublimità di Cristo che deve vivere in noi.
Così comprende meglio le parole: «Lasciami vivere in te e tu muori» e le altre «estrema è la tua povertà, ma io son ricco e le mie ricchezze ti bastano», sono tue, proprio come un tuo possesso personale.
E l'anima comincia a disprezzare le sue virtù assai limitate e ad amare le immense perfezioni di Cristo come un bene suo. Allora quel che sembra grande ai superbi ed agli ambiziosi le appare quasi un nulla, perchè ha rinunciato alla propria gloria.

CARITÀ FRATERNA. L'anima cristiana incomincia a considerare le persone come le vede Cristo, e trova perciò in ciascuna qualche cosa di bello e degno di essere imitato, come nel fiorellino selvatico è pure una certa bellezza. Ama soprattutto i poveri che sono le membra sofferenti di Cristo, ed i fanciulli per la loro innocenza: li ama, in certo modo, come li ama Cristo. Ama altresì i vecchi abbandonati che molto spesso sono i più saggi.

FEDE. La fede di una tale anima viene sempre più illuminata dai doni, si fa più penetrante e più capace di assaporare la verità: guarda le cose con l'occhio di Cristo e si chiede: che cosa avrebbe pensato e pensa Gesù di questo? In tal modo vede assai meglio il valore della Messa, della Comunione, della assoluzione sacramentale: comprende meglio il significato spirituale degli eventi di ogni giorno e comprende come a motivo di qualche bene superiore Iddio permetta il male nel mondo. Quest'anima dice a se stessa: «Cristo vede questo bene superiore» e lei stessa ne ha una specie di presentimento.

Ed insieme aumenta la sua CONFIDENZA, perchè la confidenza di Cristo stesso passa in lei. Conserva nella mente le sue parole: Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo, ossia ho vinto il peccato, il demonio, la morte. Abbiate fiducia; quest'anima può disperare di sé, delle sue forze, ma spera sempre più in Dio, dicendo con S. Paolo: quando san debole, allora sono potente. E con S. Filippo Neri: «quando dispero di me, allora confido maggiormente nella grazia di Dio». Giovanni Battista Manzella, apostolo della Sardegna, nelle più grandi difficoltà. diceva: «atto di disperazione; ecco, dispero di me, perdo ogni speranza, ma confido solo in Dio».

L'AMORE DI DIO viene assai aumentato, perchè l'amore stesso di Cristo passa nell'anima che vive di Lui. Tale amore incomincia a dare non l'estasi corporea, ma una estasi spirituale, per cui l'anima che ama Iddio esce quasi di sé e si porta a Lui. Mentre l'uomo carnale pensa quasi sempre, sia pure confusamente, a sé, al suo interesse, quest'anima incomincia a pensare quasi sempre a Dio: Lo ama davvero ed in Lui ama se stessa ed il prossimo, per glorificare Iddio nella pace e anche nella gioia, almeno nella parte superiore dello spirito. Allora l'anima incomincia a darsi veramente tutta a Dio; ed è la vita del perfetto abbandono di sé nelle mani del Signore.
Diventa così realtà quello che chiedeva S. Nicola di Flüe: «Signore Iddio, togli da me tutto quello che impedisce che io venga a te: dammi tutto ciò che mi porta a te, toglimi a me stesso e dammi a te!».
Infine l'anima arriva all'accettazione generosa della croce, che è permessa da Dio per darci modo di lavorare più efficacemente alla salvezza delle anime. Ed ecco i santi poveri, come S. Benedetto Giuseppe Labre e tanti tuttora viventi. I santi malati che soffrono terribilmente giorno e notte e non si lamentano, ma offrono insieme a Cristo i loro dolori per la conversione dei peccatori, perché senza di essa non si può ottenere la pacificazione del mondo.
Se alcune anime generose si sentono spinte ad offrirsi a Dio come vittime ed olocausto, questo avviene perché Cristo, prevedendo le loro future sofferenze, ha dato ad esse la ispirazione di offrirsi così. Perciò Egli le porta come se soffrisse in loro; in tal senso Cristo è in agonia fino alla fine del mondo.
Cristo è stato la fortezza dei martiri, ed ha sofferto in essi per i primi tre secoli della Chiesa.
In tale spirito molte anime pregano oggi così: «Signore, in questo momento di sconvolgimento mondiale, in cui si diffonde lo spirito di superbia che nega ogni religione e l'esistenza di Dio, dammi una intelligenza più profonda del mistero della Incarnazione redentrice e del tuo santo annientamento nella Passione; dammi il desiderio di partecipare alle tue umiliazioni ed ai tuoi dolori nella misura voluta per me dalla Provvidenza; fa' che in questo desiderio trovi la pace, la forza e anche la gioia, secondo il tuo volere, per tener vivo il mio coraggio e accrescere negli altri la fiducia».
Questo vale per i fedeli che aspirano alla santità, quanto più poi per i sacerdoti, che proprio a motivo della loro ordinazione devono tendere in modo tutto speciale alla perfezione cristiana, così da poter rendere santi i fedeli, particolarmente fra i gravissimi errori e le deviazioni del tempo presente, e ricondurre alla vita cristiana tutti quelli che se ne sono allontanati.

L'AMOR PROPRIO
il più grande ostacolo alla vita di Cristo in noi.

Il più grande nemico della vita interiore non è già, secondo gli autori spirituali, il mondo con le sue tentazioni, nè il demonio con le sue insidie, ma l'amore disordinato di sé: chè, se questo amore non esistesse in noi, facilmente si potrebbero vincere le insidie del demonio e le tentazioni del mondo, le quali invece trovano in esse un valido complice.
Vediamo in modo pratico e concreto secondo la dottrina di S. Tommaso esposta nella Somma Teol. [
4];
1°) in qual modo l'amore disordinato di sé si oppone all'amor di Dio e non di rado lo distrugge? 2°) come resta latente questo amore di sé anche nei migliori cristiani? 3°) che cosa bisogna pensare delle astuzie alle quali ricorre l'amor propno? 4°) come si può combatterlo efficacemente? [
5].

* * *

In qual modo l'amore disordinato di sé si oppone all'amor di Dio e non di rado lo distrugge?
Tale amore è assai insidioso e lo è in molte maniere. Prima di tutto perchè si nasconde sotto un altro nome, per esempio l'onore, la cura del buon nome e della propria dignità; si dice: «l'uomo per natura come l'angelo, ama se stesso, desidera per sé il bene ed in ciò non vi è nulla di disordinato. Inoltre, per carità soprannaturale dobbiamo amare noi stessi anche più del prossimo». Ma l'amor proprio disordinato non dIce che, tanto nell'ordine naturale quanto in quello soprannaturale, l'amore di noi stessi va subordinato a quello verso Dio, autore della natura e della grazia. O, se inclina a considerare una tale subordinazione, lo fa solo in modo astratto, non nella pratica e perciò, in concreto. Così implicitamente e realmente cerchiamo troppo il nostro interesse.
Poi l'amor proprio a poco a poco diventa disordinato, ed è questa una conseguenza del peccato originale.
Il battesimo ci ha, sì, rimesso questo peccato di origine, ma rimangono nei battezzati le sue ferite, come cicatrici che talvolta si riaprono per i nostri peccati individuali.
Così l'amor proprio disordinato è capace di mettere a poco a poco tale disordine in quasi tutti i nostri atti, anche nei più alti, se non li compiamo abbastanza per Dio, come dovremmo, ma per noi stessi, ad esempio, per la nostra soddisfazione naturale; e così a poco a poco si vizia la nostra vita interiore e viene impedita quella di Cristo in noi. Questo è stato esagerato dal La Rochefoucauld nel libro Les maximes e dai giansenisti: ma sotto le esagerazioni vi è qualcosa di vero e fin troppo vero.
Così molti nutrono in se stessi non già l'amore di Dio, ma una eccessiva stima di sé, delle proprie qualità, cercano l'approvazione e la lode degli altri; non vedono i loro difetti, ma esagerano quelli altrui, come gli scrittori dei giornali politici, anzi sono talvolta severissimi verso gli altri e assai indulgerai con se stessi. In tal caso sarebbe molto opportuna l'umiliazione e sarebbe salutare il dire: «fu bene per me l'avermi tu umiliato, o Signore». L'amore disordinato di sé genera la superbia, la vanità, e spesso anche la concupiscenza della carne e degli occhi, e perciò i peccati capitali che da questa derivano, ossia la pigrizia, la gola, l'impurità, l'invidia, l'ira ecc.
E allora appare evidente tutta l'antitesi tra l'amore di Dio e questo amore disordinato di sé; il primo cerca la volontà di Dio e vuole piacergli, l'altro cerca solamente la propria soddisfazione andando anche contro la volontà di Dio.
L'amore di Dio spinge alla generosità, fa tendere in modo sincero e pratico alla perfezione: l'amore di sé fa di tutto per evitare le noie, l'abnegazione, la fatica, la stanchezza. L'amore di Dio a poco a poco perde ogni interesse proprio disordinato, stima di non fare mai abbastanza per Dio e per le anime: l'amore di sé crede di far sempre troppo per Dio e per il prossimo. Il primo vuole non solo ricevere, ma anche dare gloria e onore a Dio con lo zelo apostolico; il secondo non ha desiderio di dare ma solo di ricevere come se l'uomo fosse il centro dell'universo e attirasse tutto a sé. Per questa ultima via l'anima sacerdotale diviene sterile, come il fico di cui parla il Vangelo.
Infine l'amore disordinato di sé tende alla distruzione dell'amore di Dio e del prossimo nell'anima nostra, e vi riesce quando da esso deriva il peccato mortale, specialmente quello reiterato; in tal modo l'anima si allontana sempre più da Dio per volgersi ai beni terreni, all'amore disordinato di sé. Così a poco a poco potrebbero deformarsi tutte le nostre inclinazioni naturali come accade nei dannati; ad esempio nel demonio resta viziata anche l'inclinazione naturale ad amare Iddio, creatore della natura, al di sopra di tutto, perchè nei dannati da questa inclinazione nasce un desiderio disordinato di godere di Lui, non già perchè lo amino, ma per una sfrenata golosità spirituale, dal momento che ogni altro bene e qualsiasi soddIsfazione ormai sono venuti meno.
Questa tragica opposizione dell'amore di sé all'amore di Dio viene spesso descritta da S. Agostino quando parla del contrasto esistente tra la carità e la cupidigia. Alla fine del 14° libro della Città di Dio dice: «Due amori edificarono due città; l'amore di Dio fino al disprezzo di sé fece la città di Dio, l'amore di sé fino al disprezzo di Dio la città di Babilonia, ossia di perdizione». E S. Paolo aveva affermato «Radice infatti di tutti i mali è la cupidigia» (I Tim. 6, 10). Vedere anche quello che dice a questo proposito S. Tommaso [
6], parlando della triplice radice dei peccati capitali, in quanto dalla cupidigia derivano la superbia, la concupiscenza della carne e quella degli occhi. Ciò è evidente nei cattivi [7] ed in modo diverso si ritrova anche nei giusti imperfetti [8].

* * *

2° Come questo amore di sé resta latente perfino nei migliori cristiani e nei sacerdoti?
S. Vincenzo de' Paoli [
9], narra un fatto che accadde quando era studente in un collegio. «Un giorno – racconta – mi dissero: "C'è tuo padre che viene a vederti". Siccome egli era un povero contadino, non volli andare a parlare con lui: e prima, quando mi conduceva in città, la sua condizione mi faceva dispiacere e arrossivo di mio padre».
Lo stesso Santo, parlando del tempo posteriore alla fondazione della sua Congregazione, dice: «Venne un figlio di mio fratello a trovarmi nel Collegio dove io ero superiore, ed io, considerando la condizione assai modesta di mio nipote che vestiva male, da contadino, diedi ordine che me lo conducessero di nascosto. Ma cambiai subito opinione e, risoluto di riparare quel primo moto di amor proprio, scesi fino alla porta, e, abbracciato mio nipote, lo condussi per mano nella sala dove erano i miei confratelli e dissi loro: "Ecco la persona più rispettabile della mia famiglia"». Così S. Vincenzo vinceva il suo amor proprio ed aveva timore che, con le sue sottigliezze, esso si nascondesse perfino in tale vittoria.

* * *

3° Il pericolo sorge dalle scappatoie e dai sotterfugi dei quali l'amor proprio si serve.
Per esempio l'orazione mentale è viziata dall'eccessivo desiderio di consolazioni sensibili, dalla golosità spirituale, dal sentimentalismo. Quest'ultimo è un'affettazione di amor di Dio e del prossimo nella sensibilità. mentre tale amore non ha una corrispondenza adeguata nella volontà spirituale. Allora l'anima cerca se stessa, piuttosto che Dio. Perciò Iddio, per togliere tale imperfezione, purifica l'anima con l'aridità.
Ma se l'anima non è abbastanza generosa nell'aridità, cade nella pigrizia spirituale, nella tiepidezza e non tende più alla perfezione in modo sufficiente.
L'amore disordinato di noi stessi deforma altresì il nostro lavoro intellettuale ed apostolico, perchè ci fa cercare in esso la nostra soddisfazione personale e la lode, invece di Dio e la salvezza delle anime. Così chi predica può diventare sterile «come bronzo risonante e cembalo squillante». L'anima in tal modo viene ritardata nel suo sviluppo, non è più principiante, non passa allo stato di proficiente, è un'anima in ritardo, come un fanciullo che non cresce, non resta fanciullo, non diventa adolescente, né un adulto normale, ma resta un nano deforme. Accade qualcosa di simile nell'ordine spirituale, e proviene dall'amor proprio, da cui ha origine la sterilità della vita [
10].

* * *

Cosa bisogna fare contro tale amore disordinato?
È necessario, per ottenere la vittoria, conoscere e combattere il difetto predominante. Tale difetto è quasi la caricatura della buona inclinazione che avrebbe dovuto prevalere è come il rovescio della medaglia. Di qui nasce la lotta tra la buona inclinazione e la cattiva. La virtù ed il vizio che ad essa si oppone non possono essere contemporaneamente in atto nello stesso soggetto, possono però esservi insieme in potenza: ne deriva perciò la lotta, dalla quale uscirà vincitrice la buona inclinazione, sotto forma di virtù in atto, oppure prevarrà il difetto predominante sotto forma di vizio.
Così il difetto predominante iniziale è la deviazione per la quale la virtù degenera in un vizio materialmente simile, ma formalmente contrario: per es., la inclinazione ad essere umili degenera in pusillanimità. quella ad essere magnanimi in superbia ed in ambizione, l'inclinazione alla fortezza in amara ironia e crudeltà, quella alla giustizia in rigorismo, e quella alla mansuetudine ed alla misericordia in debolezza.
Ciò si comprende meglio considerando che, per esempio, l'umiltà si oppone più direttamente alla superbia che alla pusillanimità, la quale tuttavia è ad essa contraria, e la magnanimità similmente è più direttamente contraria alla pusillanimità che alla superbia. E queste due virtù sono connesse come gli archi di una medesima ogiva. È necessario considerare perciò sotto quale forma questo amor proprio prevalga in noi, se come superbia, o vanità, o pigrizia, o piuttosto sensualità, o gola, o ira. In altre parole quale è il nostro difetto predominante, che si manifesta nei peccati che commettiamo più di frequente e dà alimento alla nostra fantasia.
In alcuni, per esempio, la superbia vince la irascibilità, per il desiderio di conservare l'altrui stima; in altri invece la pigrizia ha ragione della superbia, perchè non curano affatto di essere giudicati bene dagli altri.
Bisogna perciò essere assai vigilanti nel frenare il difetto predominante, con la tenacia e la perseveranza, per acquistare il dominio di sè, non già per avere la stima degli uomini, ma per Dio. E questo è sempre possibile nella nostra condizione di viatori, anche se spesso è assai arduo.
«Iddio non comanda le cose impossibili, ma, nel comandare, ci dice di fare quanto possiamo e di chiedere ciò che ci rimane impossibile, ed aiuta perchè diventi possibile» [
11].
Altri poi non hanno un difetto predominante molto facilmente riconoscibile, ma il loro amor proprio si manifesta in vari modi.
Bisogna combattere l'amor proprio in varie forme, sottraendogli qualsiasi alimento e operando con sempre maggior forza per amore di Dio, per piacere a Lui, dapprima adempiendo con spirito di fede le cose esterne obbligatorie e facili, e poi le cose interiori e più difficili in modo da far prevalere a poco a poco nella nostra vita le tre virtù teologali con i doni correlativi.
Per questa metodica battaglia si richiedono tre cose: la purezza d'intenzione, la progressiva abnegazione, il raccoglimento abituale.

La purezza d'intenzione è di grande importanza. Il Signore infatti dice: «Lucerna del tuo corpo e Il tuo occhio; se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà illuminato. Ma se il tuo occhio è difettoso tutto il tuo corpo sarà ottenebrato. Se adunque la luce che è in te, diventa tenebrosa, quanto grandi saranno le tenebre?» (Mt. 6, 22). S. Tommaso, a commento di tale passo dice; «per occhio si vuol significare l'intenzione. Chi vuole agire ha in mente una intenzione; se questa è luminosa, ossia diretta a Dio, tutto il tuo corpo, vale a dire tutte le tue azioni, saranno risplendenti». Ciò si attua nei buoni cristiani e nei pastori che governano bene il loro gregge.
È necessario mantenere viva questa purezza d'intenzione dapprima nelle cose facili e ordinarie. S. Benedetto formava i suoi monaci, che spesso non avevano una gran cultura, dicendo loro di compiere tutti gli atti stabiliti dalla Regola con intenzione pura, in ispirito di fede, di speranza e di amor di Dio, per piacere a Lui. E quei religiosi, anche quelli che non erano sacerdoti: compiendo con tale spirito e con tale purezza d'intenzione gli atti esterni della vita religiosa, giungevano a una grande perfezione, all'unione con Dio, a una vera santità, e a una perfetta vittoria sull'amor proprio disordinato; in tal modo facevano un grande bene al prossimo. Perciò nel Vangelo di S. Luca è detto: Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto (16, 10), e lo sarà anche nel martirio. Anche S. Agostino dice «Una piccolissima cosa in verità è sempre una piccolissima cosa, ma essere sempre fedele, anche nelle cose minime. è una grandissima cosa».

2° È necessario mantenersi in uno stato continuo e progressivo di abnegazione esterna e interna secondo le parole del Signore «chi vuoI venire dietro a me, rinneghi se stesso» e ciò ad ogni occasione che si presenti perchè prevalga continuamente sempre di più l'amore di Dio e del prossimo sull'amore disordinato di noi stessi. È già chiesto ai semplici fedeli di tendere ciascuno nella propria condizione, alla perfezione della carità espressa nel supremo comandamento: «Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore…»; quanto più la si esigerà dal religioso e dal sacerdote, specialmente se ha cura di anime!

3° Bisogna custodire il raccoglimento abituale per mantenere l'unione con Dio, non solo nel tempo della messa, o quando si ascoltano le confessioni o si predica la parola del Signore, ma di continuo, in modo che il sacerdote sia sempre di esempio in ogni cosa, lungo tutto il giorno, e si veda che Cristo vive veramente nella sua anima.
Allora un siffatto sacerdote ha le disposizioni necessarie perchè il Cristo viva in Lui, questa vita divina apparirà dalla sua umiltà, dalla semplicità e dai suoi giudizi sempre illuminati dallo spirito di fede, dalla fiducia, dallo zelo per Dio e per le anime. E si verificherà a poco a poco in noi quello di cui parla sant'Agostino: l'anima nostra si allontanerà sempre più dalla città di perdizione, nella quale «l'amor proprio aumenta fino a giungere al disprezzo di Dio ed arriverà a quella divina città in cui l'amore di Dio cresce per la mirabile connessione dell'umiltà e della perfetta carità verso Dio e verso il prossimo, fino al disprezzo di sé medesimi». Così otterremo la vittoria, per la grazia di Cristo, a gloria sua ed a salvezza delle anime.
Poco tempo fa ho letto, in un monastero carmelitano, questa scritta: «Cercate solo Dio e lo troverete».
Dio voglia che la nostra intenzione sia sempre così pura, e infallibilmente, con la grazia di Dio, essa ci condurrà all'ultimo fine.
È quel che diceva il Salvatore: Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia: e avrete di soprappiù tutte queste cose (ossia il vitto, il vestito).

NOTE

[1] Cfr. S. Tommaso, Somma Teol. III, q. 8 su Cristo Capo; cfr. l'Enciclica di Pio XII «de corpore mystico Christi». Su tale argomento sono stati pubblicati recentemente molti libri: E. Mersch, S. J., Le Corps mystique du Christ, 1936-37; E. Mura, le Corps mystique du Christ, sa nature et sa vie divine, 23 ediz., 1936. Abbiamo già trattato la questione nel libro I tre stadi della vita interiore, 1939, I, pagg. 142-155. L'opuscolo di Paul Jaegher, S. J., La vie d'identifìcation au Christ Jésus («La vie spirituelle» 1927) è ottimo quanto a dottrina ma manca di abilità nel presentarla. Pare che l'autore scriva unicamente per anime che siano già nello stato passivo. Molti lettori possono dire: ma noi non siamo in tale stato. Sarebbe stato meglio riferire prima i testi della S. Scrittura sull'argomento e mostrare poi che le anime interiori devono tendere a questa intima unione con Cristo. Così vogliamo fare noi.
[2] Cfr. III, q. 62, a. 5 e q. 8.
[3] Gal. 3, 27; Ef. 4, 24; Rom. 13, 14.
[4] I-II, q. 77 e 84.
[5] Cfr. a questo riguardo l'opera pratica scritta dal Sac. della Missione Paolo Provera.: Diamoci a Dio, Torino, 1945 p. 89: Il nemico più terribile. Si deve dare un buon colpo di bisturi al nostro amor proprio.
[6] Somma Teol. I-II, q. 77 e 84.
[7]

 

  la superbia ira
invidia
accidia
vanità
cecità della mente
invece di fede viva
Dall'amore disordinato di sé nascono: la concupiscenza
degli occhi
avarizia…
disperazione invece di speranza
 
  la concupiscenza
della carne
gola
lussuria
discordia invece di carità
e odio di Dio
       
  le virtù teologali
e i doni correlativi
la carità
la speranza
la fede viva
abbellita da doni
L'unione con Dio,
confidenza,
contemplazione
Dalla grazia derivano      
  le virtù morali
e i doni correlativi
prudenza cristiana e dono del consiglio giustizia, religione e dono della pietà fortezza, generosità temperanza, castità e umiltà  

Cfr. la nostra opera Les trois âges de la vie intérieure, II, pag. 480.

[8] pesso gli uomini agiscono con prontezza e grande energia per soddisfare la propria cupidigia e la superbia e la vanità; ed in modo fiacco, lento e svogliato, quando si tratta invece di qualche cosa che dia incomodo, anche se è l'adempimento di un grave obbligo verso Dio o il prossimo. L'amor proprio disordinato ha una grande potenza e se non facciamo di tutto per distruggerlo, è capace di distruggere in noi l'amore di Dio e del prossimo.
[9] [10] Cfr. Mt. 21, 19: Il fico sterile: «E vedendo lungo la strada una pianta dI fico si accostò ad essa e non vi trovò altro che foglie e le disse: Non nasca da te mai più frutto in eterno; e subito il fico si secco». S. Tommaso dice questo a commento del suddetto passo evangelico: «Cristo visitò la Giudea che aveva foglie, ossia l'osservanza della Legge, ma non frutti. Così taluni hanno una certa parvenza di onestà, ma nell'anima sono cattivi e perversi… e giunge la maledizione: Cristo mostra che la Giudea diventerà sterile, come è detto ai Romani (IX). Lo stesso accade quando taluni cattivi nell'anima, esternamene vigorosi, vengono disseccati dal Signore perché non corrompano gli altri». Dio fa ciò per amore delle anime, per la loro salvezza.
[11] Così S. Agostino (De natura et gratia. c. 43, n. 50) citato dal Conc. Trid. (Denz. 804).

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