LA DOTTRINA DEL CUORE DI GESÙ

Spiritualita

Mateo Crawley-Boevey SS.CC.
(1867-1960)
RITIRO SACERDOTALE

Adveniat Regnum tuum!

LA DOTTRINA DEL CUORE DI GESÙ

«Caritas Christi urget nos»
(II Cor. 3,14)

Nessuna dottrina è più indicata per realizzare il duplice ideale del sacerdote, di essere un santo e un apostolo, che quella del Cuore di Gesù, quando essa è veramente compresa secondo lo spirito e gli insegnamenti della Chiesa. È pertanto giusto che durante il Ritiro questo bel Cenacolo di sacerdoti e di missionari prenda parte al banchetto di una dottrina così alta e forte, per impregnarne la loro vita e farne l’anima di tutto il loro apostolato.
Oh, quanti grandi santi di epoche anteriori avrebbero esultato al conoscere quello che noi conosciamo al giorno d’oggi sopra il Cuore di Gesù!… E come essi avrebbero bevuto a larghi sorsi «de fontibus Salvatoris», alla ferita del S. Costato del salvatore!…
Più fortunati di loro, noi che viviamo in questo pieno giorno e nel pieno splendore del sole divino del Cuore di Gesù, sappiamo almeno trarne grandissimo profitto di luci e di fiamme, che sparge a torrenti questo Cuore adorabile sulla Chiesa e sulle anime.
Madre del bell’Amore, Regina del Cenacolo, svelate dinanzi ai nostri occhi di sacerdoti e di apostoli il divino Santuario del Cuore di Gesù.
E poiché quella Porta Santa del Sacro Costato è rimasta aperta fin dai tempo del Calvario, fateci entrare in questo abisso della divina carità, per ricevere là un amore bruciante che ci santifichi, e una fiamma di Pentecoste che ci faccia diventare i veri araldi del Regno del Sacro Cuore, nelle anime, nelle famiglie e nella società…

In questo momento, con una gioia pari alla sorpresa, cerchiamo di misurare secondo l’espressione di S. Paolo, «l’altezza e la profondità, la lunghezza e la sublimità dell’abisso della carità di Dio», manifestata al mondo dall’Amore di Gesù Cristo (Eph. 3,18). E adorando a due ginocchi, penetriamo nel «Sancta Sanctorum» del suo Cuore trapassato a causa dei nostri peccati, ma trapassato altresì per amore, per salvarci.
Teologicamente, che cosa significa il Sacro Cuore di Gesù? Voi lo sapete meglio di me. Egli non significa nè solamente, nè principalmente il suo Cuoce di carne, adorabile come l’intera sua persona divina. Sotto questo bel simbolo del Cuore materiale, la Chiesa ci presenta una sublime affermazione trascendentale. Quella precisamente che S. Giovanni Evangelista ci dà come definizione di Dio: «Deus caritas est», Dio è amore!
(I Jo. 2,16).
E ancora ci dice la Chiesa che Gesù Cristo, essendo l’Uomo-Dio, è la rivelazione dell’infinito Amore che è Dio, il Padre: «in caritate perpetua dilexit nos Deus.» (cfr. Jer. 31,3).
Ancor più, nella stessa maniera che tutte le relazioni di Dio con la sua creatura, cominciano e si compiono nell’amore, così in contraccambio tutte le nostre relazioni di creature con il Creatore, attraverso Gesù Cristo, devono avere il loro punto di partenza e il loro compimento nella carità e nell’amore.
Osservate come questo Dio – Carità, mentre si dona, ci dà solamente amore. Osservate come questo Dio – carità, mentre reclama i suoi diritti, non domanda in sostanza alla sua creatura che amore. È questo il motivo che fa esclamare a S. Paolo: «Plenitudo legis, dilectio» (Rom. 13,10). Compimento di tutta la legge di perfezione e di salvezza è l’amore. «Qui diligit, legem implevit» (Rom. 13,8). Colui che veramente ama, ha compiuto senz’altro la legge.
Per confermare e accentuare questa legge che comprende e abbraccia tutta l’economia delle reciproche relazioni fra il Cielo e la terra, l’incomparabile Apostolo S. Paolo fa una dichiarazione che è delle più sorprendenti e sublimi di quante si possono incontrare in tutte le sue famose Lettere: «Si linguis hominum loquar et Angelorum, caritatem autem non habeam, factus sum velut aes sonans, aut cymbalum tinniens. Et si habuero prophetiam, et noverim mysteria omnia et omnem sopentiam: et si habuero omnem fidem ita ut montes transferam, caritatem autem non haibuero, nihil sum. Et si distribuero in cibos pauperum omnes facultates meas et si tradidero corpus meum ita ut ardeam, caritatem autem non habuero, nihil mihi prodest» {I. Cor. 13).
Parlando, dunque, questo linguaggio alto e profondo e il solo dottrinale, «Cor Jesu» non è una semplice devozione, nel senso popolare corrente della parola, ma una sintesi di tutto il dogma cattolico. Non è nemmeno solamente una bella manifestazione della pietà cristiana; né soltanto una forma di culto molto lodevole, un inno di adorazione, bellissimo fra tutti gli altri, alla gloria del Signore. «Cor Jesu» è ben tutto questo, si, ma anche assai più di questo, se io mi attengo al Vangelo e agli insegnamenti formali dei sommi Pontefici e della Chiesa.

Permettete che ve lo spieghi, esponendovi in tre punti quello che io oserei chiamare il Vangelo del Sacro Cuore.
Ecco il primo punto: mosso per una carità incomprensibile, infinita, Dio vuole riscattare il mondo colpevole. Avrebbe potuto farlo in mille maniere, tutte gloriose e degne della sua Maestà infinita. Ma, oh mistero! Egli scelse l’umiliazione, l’abbassamento, «et Verbum caro factum est» (Jo. 1,14).
Orbene, se un semplice neofito o un Dottore geniale domandassero il come e il perchè di questo mistero, noi non troveremmo che una sola risposta, la sola di una dottrina solida e luminosa, quella data da Dio medesimo: «sic Deus dilexit mundum»: l’amore! (Jo. 3,16).
Voltiamo La pagina al secondo capitolo. L’Incarnazione era più che sufficiente per salvare mille mondi, ma Dio ha voluto fare di più. Egli avrebbe potuto non incarnarsi, e vedetelo là fatto uomo. Compiuto questo prodigio ineffabile, avrebbe potuto non morire, essendo Dio, ma egli ha voluto discendere fino alla regione dei morti.
Ed eccolo là, «Crucifixus, mortuus et sepultus» Dio e cadavere!…
– Come e perchè? – si sono domandati gli Angeli. Per essi come per noi, la risposta di Dio è netta e identica: «Sic Deus .dilexit mundum».
L’Amore! La follia della Croce non si spiega che per l’eccesso e la follia di un amore divino.
Apriamo adesso e leggiamo il terzo capitolo. Dovendo morire e ritornare nel seno di suo Padre, Gesù non si decide ad abbandonarci e lasciarci orfani.
E il Giovedì Santo Egli sorpassa ogni misura: l’Uomo-Dio dell’Incarnazione e della Croce si dà, si darà fino alla consumazione dei secoli per il Santo Sacrificio della Messa e nel Sacramento dell’Eucaristia.
Prima che voi vi domandiate il come e il perché dell’altare e del Ciborio, io vi prevengo con le parole del Discepolo che ci dà la chiave del mistero: «Cum dilexisset suos qui erant in mundo, in finem dilexit eos… Sic Deus dilexit mundum!» (Jo. 13, 1 e 16).
L’amore infinito di un Dio, nient’altro che l’amore infinito di un Dio, può essere la spiegazione adeguata di questo dono per eccellenza.
Ma, quale di questi tre capitoli meravigliosi contiene la vera dottrina del sacro Cuore? Il primo quello dell’Incarnazione? Il secondo quello della Croce? Il terzo quello della Eucaristia?
È evidente che ciascuno di noi, secondo la sua inclinazione personale, può preferire la meditazione, e pertanto la predicazione, dell’uno e dell’altro di questi tre misteri ineffabili, «Spiritus ubi vult spirat» (Jo. 3,8).
È così che negli annali della Chiesa noi incontriamo una falange di santi che hanno fatto la loro delizia principale del Mistero dell’Incarnazione: fra mille altri e più recentemente, S. Teresa del Bambino Gesù.
Poi abbiamo l’armata innumerevole dei Santi che si lasciarono prendere dalla bellezza della Croce: fra essi S. Francesco d’Assisi e S. Paolo della Croce ne sono degli ammirevoli esempi.
Infine, noi conosciamo dei Santi me sono vissuti della Santa Eucaristia, come Pasquale Baylon, Giulilana Falconieri e il Padre Eymard.
Per conseguenza, ciascuno di noi può seguire l’ispirazione dello Spirito Santo e la propria vocazione.
Ma dal momento alle si deve parlare dottrinalmente del Cuore di Gesù, allora non sarà più l’uno o l’altro dei capitoli che abbiamo presentato, ma i tre insieme, che costituiranno l’Evangelo integrale dell’Amore di Dio, manifestato per l’Incarnazione del Verbo, per la sua Passione e Morte e per il dono incomparabile di se stesso nella Divina Eucaristia.
Non è dunque un capitolo più che un altro, che scegliamo in questo momento, ma i tre capitoli, rilegati e fusi in uno solo che riassume la somma teologica condensata da S. Giovanni in queste parole: «Deus caritas est» (I Jo. 2,16). Dio è Amore.
Ed è pure la dottrina che S. Paolo sintetizza in questa frase: «Qui dilexit me et tradidit semetipsum pro me» (Gal. 2,20), parlando dell’amore di Dio verso gli uomini, e «plenitudo legis, dilectio», parlando dell’amore degli uomini verso Dio.
Se io adesso dovessi riprodurre questa tesi su di una tela, se io volessi nella misura del possibile sviluppare la definizione del Cuore di Gesù e renderla sensibile e plastica, ecco il trittico che io presenterei: davanti al SS. sacramento esposto sopra l’Altare metterei S. Tommaso d’Aquino che canta il suo meraviglioso Tantum Ergo e adora a due ginocchi.
A dritta, Teresa del Bambino Gesù che stringe al suo cuore il divino Bambino di Betlemme.
A sinistra, S. Francesco d’Assisi nel momento in cui Gesù Crocifisso distacca dalla Croce un braccio per serrarlo sul suo petto.
Ma ecco che a questo momento i tre santi Personaggi, come se una voce misteriosa li chiamasse, alzano gli occhi e contemplano estasiati la
visione di Paray-le-Monial: nella ferita del Sacro Costato, appare in mezzo alle fiamme il Cuore trapassato di Gesù.
Allora, S. Margherita Maria fa vedere a tutti e tre, o meglio fa osservare che in questo «Cuore che ha tanto amato gli uomini», essi trovano i tre misteri che vivono in quel momento nella loro mente, l’abbassamento dell’Incarnazione, la forma della Croce, l’annientamento dell’Eucaristia. E la Santa ripete: «Ecco il Cuore che ha tanto amato!»…
Unendo la mia debole voce alla sua, io aggiungerei: «Sic nos amantem quis non redamaret?» In cambio del suo Cuore, i nostri cuori: «Praebe, fili mi, cor tuum mihi». (Prov. 23,24).
Nella misura in cui le idee astratte e sublimi possono essere rese sensibili su di una tela, io credo che questo trittico condensi in una maniera assai precisa e giusta tutta la teologia del Sacro Cuore. Ragionando su questo tono, mettendo armoniosamente insieme dottrina e fiamme, tesi e vita, io trovo il Cuore di Gesù, voglio dire il suo Amore, in tutta La sua Persona adorabile:
Nella sua Testa coronata di spine per amore.
Nei suoi Occhi che hanno pianto per amore.
Nella sua Bocca che ebbe sete e che non ha parlato che d’amore.
Nelle sue Mani forate per amore.
Nei suoi Piedi trapassati per amore.
Nel suo Costato aperto per amore.
Tutto il suo Corpo è divenuto una piaga vivaper amore.
Io direi, dunque, volentieri con il Card. Pie: «tutto Gesù Cristo non è che un Cuore infinito»!
E come tutta la sua divina Persona, così tutte le sue opere, tutte predicano il suo Amore e reclamano il nostro.
La Creazione: Egli mi ha amato, perchè io l’ami.
La Redenzione: Egli mi ha amato, perchè io lo ami.
Il Sacerdozio, il Santo sacrificio, il Tabernacolo, sempre Egli mi ha amato, perché io lo
ami.
L’economia della grazia, la Comunione dei Santi, la santa Vergine: Egli mi ha amato, perché io lo ami.
Inoltre disse Gesù: tutta la legge si riassume in due grandi precetti. Ma il secondo di questi presuppone assolutamente il primo: «Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde et ex tota anima et ex tota mente tua…» (Mc. 12,30).
«Cor Jesu»è, dunque, il centro da dove si diparte, come da una fornace di carità, tutta la azione divina e verso la quale converge tutto il piano divino.
Logicamente, pertanto, «Cor Jesu» non è un solo capitolo, un trattato, ma tutta la somma della Verità Eterna.
Ciò che faceva dire giustamente al Card. Pie: «Io riassumo tutta la teologia in due parole… il mio dogma: Sic Deus dilexit mundum… dilexit me… La mia morale: «Diliges».
Niente di nuovo, per conseguenza, quanto alla sostanza di tale dottrina; questa si trova tutta intera nelle pagine del Vangelo.
Ma quanto ‘alla forma, ossia al culto esteriore con il quale onoriamo il Sacro Cuore di Gesù, vi ha una novità dopo la rivelazione di Paray-le-Monial.
Un semplice esempio di quello che io chiamo novità nel culto o nella forma è la festa solenne del Sacro Cuore, elevata da S. S. Pio XI al Rito di Prima Classe e celebrata il venerdì dopo l’Ottava del Corpus Domini, secondo la domanda esplicita di Nostro Signore alla sua confidente Margherita Maria.
Ma non si deve dimenticare che la dottrina del Sacro Cuore è in sostanza lo stesso dogma dell’amore del Salvatore divino, tale, che noi possiamo affermare che per predicare il Sacro Cuore non avremmo neanche avuto bisogno dell’avvenimento di Paray-le-Monial, né di S. Margherita Maria: ci basta il Vangelo e la nostra Teologia.
Perciò, se io amo ed ammiro con la Chiesa il grande fatto di Paray, è perchè io lo trovo in perfetto accordo con il Vangelo nelle sue domande, nel suo spirito, nelle sue promesse.
Rimarcate per esempio questo: il Maestro Adorabile appare a Paray assolutamente con lo stesso fine e disegno che gli avevano fatto percorrere le tappe di Betlemme, del Calvario e dell’Altare, cioè donare il suo amore e farsi amare, conquistare ed attirare dei cuori per il suo Cuore. In Palestina come a Paray, è la stessa sete che lo fa gemere, sete di amore. Poichè non è disceso venti secoli or sono a Betlemme e non è ritornato in seguito a Paray-le-Monial che per portare un sacro fuoco sulla terra: «Ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur?» (Luc. 12,49).
Si, riportandomi alla interpretazione che la Chiesa ha dato al fatto di Paray-le-Monial, dico che questo non ha altro fine che di dilatare la conoscenza e lo spirito della adozione filiale divina, accentuando nelle nostre relazioni con Dio, attraverso Gesù Mediatore, il principio di un amore «fortis ut mors», e mettendo alla base della vita delle anime, della loro ascensione verso il Padre e la Trinità, la regina di tutte le virtù, la carità.
Ecco che cosa significa, in fondo, questa frase divenuta classica e indirizzata dal Salvatore a S. Margherita Maria: «Io voglio regnare per mezzo del mio Cuore»! Egli vuol conquistare, trionfare, essere Re per la carità, per l’amore.
Un’ultima parola sul «nova et vetera» della dottrina del Sacro Cuore. S. Francesco di Sales ce la dice con i più bei colori che egli seppe trovare sulla sua tavola. «Se avessero fatto con il cadavere del Salvatore ciò che fanno con il cadavere dei re, l’autopsia, avrebbero potuto constatare che la ferita del Cuore di Gesù non data dal colpo di Lancia del Calvario, ma dalla Incarnazione, ossia che Gesù era nato ferito al Cuore, ferito d’amore!»
Paray-le-Monial ha attirato l’attenzione sul Costato trapassato per permetterci di penetrarvi e di constatarvi per mezzo della meditazione e della preghiera quello che ha detto il santo Dottore di Ginevra. Se la apertura praticata dalla lancia non data che da ieri, la lancia non ha fatto altro che rompere la cortina per mostrarci nell’interiore del Cuore Divino la ferita di un amore eterno. Dio ci ha amato da tutta l’eternità e il suo Verbo non è venuto in questa terra se non per farcelo conoscere. Questo Verbo è quindi ritornato a Paray-le-Monial per ricordarcelo e per reclamare l’adorazione dei nostri cuori. Oh! raccogliete dal fiore delizioso e sanguinante della ferita del Sacro Costato, il miele di questa sublime dottrina e nutritevene.
Sì, nutritevene a sazietà, è interesse vostro ed è ugualmente l’interesse della vostra missione apostolica. Infatti io vi ricordo qui due promesse, per mio conto le più grandi e le più meravigliose che sono state fatte a Paray-le-Monial. La prima riguarda la chiamata alla santità di ogni cristiano e a più forte ragione di ogni sacerdote: «le anime ferventi si eleveranno rapidamente a una grande perfezione».
«Fidelis est Deus», in tutto e sempre, ma Egli dovrà esserlo particolarmente quando si tratta di una causa alla quale il suo Cuore tiene più che a tutto.
La seconda promessa riguarda il nostro apostolato per le anime: «io donerò ai sacerdoti la grazia di commuovere i cuori anche più induriti».
Se voi, pertanto, volete possedere il vero segreto per attirare le anime le più refrattarie, se voi volete far fiorire il deserto per la gloria del Maestro della Messe, prendete il labaro trionfante del Cuore di Gesù, fatelo Re d’amore delle anime, dei focolari, delle vostre opere, delle vostre parrocchie. Fate di questo Re tutto amabile il centro di tutti i cuori, siate tutti i predicatori del suo amore, i missionari del Cuore di Gesù. Non solamente la vostra fede, ma anche la vostra esperienza vi dimostrerà un giorno come è grande la sua fedeltà a mantenere le sue promesse ed anche a superarle in favore dei sacerdoti divenuti come S. Giovanni i confidenti e gli apostoli del suo Amore negletto.
Sacerdoti e Missionari, domandate alla Madre del Bell’Amore di ottenervi la scienza dei Santi per eccellenza, quella che abbraccia tutte le scienze e senza la quale tutte sarebbero vane: «Scientia caritatis Christi» (sfr. Eph. 3,19). Poiché Gesù stesso ha detto: «Se voi mi amate, anche il Padre mio vi amerà e farà la sua dimora in voi» (cfr. Jo 14,23).
Sacerdoti e Missionari, conservatevi nel suo amore, poiché «plenitudo legis, dilectio» (Rom. 13,10). «Diliges, hoc est maximum et primum mandatum… Praebe, fili mi, cor tuum, mihi!… (Mth. 22,38 e Prov. 23,26).

RISOLUZIONI PRATICHE: Amate, amate di una fiamma che divori la vostra anima sacerdotale, amate l’Amore, il Cuore di quel Dio che vi ha tanto amato!
Oltre la confidenza, il Sacrificio e l’Apostolato, che sono grandi e magnifiche testimonianze del vostro amore, fate della Divina Eucaristia, della vostra Messa quotidiana, il focolare ardente per eccellenza di questo fuoco sacro, di questa carità che dovrà essere il segreto della vostra santificazione personale e della vostra fecondità apostolica. Amate!
A questo scopo, prendete la solida dottrina del Cuore di Gesù come un elemento di primo valore per stabilire tra Gesù e voi quella amicizia forte e intima, quel cuore a cuore che Lui desidera tanto con i suoi sacerdoti.
Non è certo invano che il Signore ha esplicitamente promesso «di elevare a un’alta perfezione i discepoli fedeli del Suo Cuore adorabile». Ecco un beneficio incomparabile al quale un degno sacerdote non può rinunziare. Prendete, dunque, con sollecitudine il posto scelto da S. Giovanni: esso appartiene di pieno diritto a voi missionari privilegiati di Gesù, a voi suoi sacerdoti. Infatti, è su questo Cuore di Re e di Amico che si sono sempre formati i santi, gli apostoli, i martiri !
Poiché non si tratta qui in nessuna maniera di una devozione buona e bella nel senso corrente della parola, ma di una vita di carità, di un’anima pervasa da questa virtù che è la regina delle virtù, che le riunisce tutte: «scientia caritatis Christi».
Entrate a fondo in questo movimento, vero soffio dello Spirito Santo che inonda del suo fuoco e della sua luce la Santa Chiesa e che diventa di più in più e l’ispirazione e il motore dell’apostolato moderno, al grido di: «Cor Jesu Sacratissimum, adveniat Regnum tuum!»
Proponetevi, per il vostro profitto spirituale e per quello delle anime, di far meglio conoscere e meglio amare questo Amore così poco conosciuto anche in mezzo degli stessi buoni.
Sì, date alle anime il gran dono della fede, ma date pure ad esse il gran dono inseparabile della fede di amare, voglio dire, fate ben conoscere ai vostri popoli il Cuore dolcissimo di Gesù, se non volete avere soltanto dei cristiani anemici, mancanti di una fiamma eucaristica, di spirito di sacrificio, e per conseguenza di zelo, di spirito d’apostolato.
Ahimé! Sono dappertutto numerosi i cristiani che credono, sì, ma che non amano se non molto freddamente o anche semplicemente che non amano. Meditate a questo riguardo il lamento così amaro con il quale il Salvatore dichiara di essere stato ferito dai suoi amici per mancanza di amore. È questo lamento doloroso che ha ravvivato nella Chiesa (come l’ha detto Pio XI in una ammirabile Enciclica) lo spirito di riparazione e che ha dato origine all’esercizio dell’Ora Santa, alla Comunione riparatrice dei Primi Venerdì e alla splendida festa del Sacro Cuore.
Credere è una cosa, amare è un’altra!
Ma Dio vuole essere amato poiché lo vuole la Chiesa. Predicate, parlando con un immensa convinzione, questa sintesi dottrinale meravigliosa del Dogma Cattolico, la «plenitudo legis, dilectio», la «charitas Christi urget nos» di S. Paolo. Dottrina tanto semplice quanto solida, e così opportuna per i bisogni della nostra epoca, secondo le affermazioni di Leone XIII e di Pio XI. Dottrina fondamentalmente cattolica, universale, perché allo stesso tempo me essa riassume, rende vivente e vissuto il Primo e il più grande dei Comandamenti: «Diliges!» Ama!
Conveniamo che osservare questo Comandamento non è una semplice devozione, ma una legge e una vita!
Facciamo con generosità quello che il Cuore di Gesù ci domanda in una maniera così commovente, e che la Chiesa applaude e incoraggia. Noi sapremo un giorno, per una fortunata esperienza, come Gesù è realmente fedele alle sue ineffabili promesse.

Veni Sancte Spiritus!
Adveniat Regnum tuum!


testo tratto da: P. Matteo Crawley SS.CC., Ritiro Sacerdotale, Grottaferrata – Trento, 1958, pp. 152-169.