Il voto d'ubbidienza al Direttore

Pastorale sacerdotale

«LA
DIREZIONE SPIRITUALE»
DI P. R. PLUS S.J.

CAPITOLO VIII
Il voto d’ubbidienza al Direttore.


Il caso può venire posto per due categorie di persone: gli scrupolosi e i
ferventi.

* * *

È opportuno permettere
agli scrupolosi che desiderano togliersi dal loro stato, il voto di ubbidienza al
direttore?
In certi casi – che noi crediamo rari – forse, sì; soprattutto quando non
si tratta di scrupolo congenito, che cioè proviene da un errore incorreggibile
dello spirito, ma di scrupolo temporaneo, conseguenza di prove spirituali o di qualsiasi
altro motivo.
Se si tratta di uno scrupolo inguaribile, mancante per natura d’equilibrio, l’impegnarlo
in un voto o lasciare che vi s’impegni, non servirà che a rendere più
complesso lo stato della sua coscienza. Vede già dei peccati, dove non ce
ne sono; ora il suo voto corre rischio di causargli un tormento perpetuo supplementare.
Bisogna invitarlo ad una obbedienza passiva, ma non permettergli di farne il voto.
Se si tratta di un scrupoloso d’occasione, che ha abitualmente il buon senso e da
cui si può sperare un pronto ritorno alla saggezza, può darsi che la
maniera forte – cioè l’impegno con un voto – sia per lui un mezzo di guarigione.
Però è necessaria la più grande discrezione; ed è assolutamente
più prudente vedere se si può ottenere altrettanta sottomissione, senza
usare il voto.

* * *

Ben altrimenti pratico
e interessante è il caso di anime ferventi, le quali per vivere in un distacco
più completo, sollecitano di obbligarsi con un impegno formale a sottomettere
la loro condotta spirituale alle indicazioni del direttore.
Si dànno, infatti, persone che, o per ragione di salute o per ragione di salute
o per ragione di un’attrattiva soprannaturale più grande e di un apostolato
più adatto o per un motivo provvidenziale e approvato, non possono o non credono
opportuno entrare nella vita religiosa. Molte hanno già fatto il voto di verginità;
se potessero legarsi anche con quello di obbedienza, non avrebbero forse, insieme
con una grande consolazione interiore, anche un mezzo sceltissimo per meglio praticare
la perfezione?
Esponiamo prima le ragioni, che militano in favore di una risposta affermativa.
Certo l’attaccamento alla propria volontà costituisce una delle difficoltà
più serie della vita spirituale. Legarsi con voto al direttore per ciò
che riguarda le cose dell’anima, non può quindi che aiutare ad un distacco
virile e benedetto da Dio.
Inoltre, la Chiesa non approva forse, nella vita religiosa, l’assoggettamen-to reale
e generoso di tutto l’essere ai superiori, che si sono scelti? Perché non
potrebbe uno impegnarsi nello stesso modo di fronte al proprio confessore o direttore?
Del resto nella storia agiografica incontriamo esempi significativi. Eccone uno importantissimo.
Quando Giovanna di Chantal, ascoltando, nel 1604, il quaresimale di S. Francesco
di Sales a Digione, sentì forte il desiderio di avere per direttore il vescovo
di Ginevra, non si accontentò di porsi sotto la sua guida, ma desiderò
legarsi a lui con voto di ubbidienza: – «Signore, potente ed eterno, io, Giovanna
Francesca Frèmyot, faccio voto alla vostra divina Maestà di perpetua
castità ed ubbidienza a Mons. Di Ginevra, sotto l’autorità di tutti
i superiori legittimi»; – e cinque anni più tardi rinnovò il
suo impegno con una bella modificazione nella formula, ma non nella sostanza: «Il
giorno della morte del mio Salvatore, l’anno 1609, rinnovo i miei voti con nuovo
e incomparabile affetto, volendo per sempre morire a me stessa e a tutto per vivere
nell’obbedienza alla divina volontà nella persona di Mons. Di Ginevra».
Con tali esempi dinanzi agli occhi, potremmo non approvare chi decidesse di imitare
Santa Chantal?

Esempi e dottrina richiedono però alcune spiegazioni:
La prima è che molte anime, soprattutto femminili, sono portate anche troppo
alla passività nella loro vita spirituale; è così dolce rimettersi
ad altri per le decisioni da prendere; così riposante per la volontà!
In secondo luogo, se non s’ha da fare con anime molto ferme, il voto di obbedienza
può essere occasione di agitazione; può portare con se molteplici interviste
col confessore o direttore sotto il pretesto di togliere i dubbi, che possono sorgere
ad ogni momento. Se da ambe le parti non vi è libertà di cuore, possono
formarsi legami naturali, in cui ben presto la sensibilità avrà la
sua parte, e una parte facilmente un po’ grande. E poi, se un giorno sopravviene
un malinteso fra penitente e confessore o direttore? Non ci si troverebbe in impiccio?
Oppure, se per ragioni ovvie o forse urgenti, conviene al direttore separarsi dalla
sua diretta o dal suo diretto, o se la penitente abbandona il direttore, come si
farebbe, se esistesse un voto, e un voto a lunga scadenza, o forse anche permanente?
Perché tutto va bene fino a che la penitente è una Santa Chantal e
il direttore è un S. Francesco di Sales; o, per non rendere la cosa troppo
eccezionale, fino a quando la penitente è savia e il confessore ha buon senso;
ma quale risultato non potremmo aspettarci, se le cose non vanno così, e se,
per esempio, il direttore, anche supposto santo, manca di ponderazione? Lo zelo è
più frequente che non l’equilibrio.
Si cita il caso di Santa Chantal; ma non si deve dimenticare che, prima di avere
incontrato il vescovo di Ginevra, ella era sotto la direzione di un Padre spirituale,
consigliatole da amiche desiderose di portare al loro direttore una clientela scelta,
e che il poveretto non aveva creduto oltrepassare i suoi diritti, facendole pronunciare
i quattro voti seguenti: primo, di ubbidirgli; secondo, di non abbandonarlo mai;
terzo, di mantenere il segreto assoluto su tutto ciò ch’egli le direbbe; quarto,
di non parlare della sua coscienza che a lui. Ecco ciò che può dirsi
imbavagliare accuratamente una persona. Ci possiamo chiedere, come mai Santa Chantal,
che non mancava allora di esperienza – aveva ventisette anni, era vedova, aveva avuto
sei figli, di cui quattro vivi – abbia potuto acconsentire a lasciarsi irretire in
quel modo. La liberazione non avvenne senza emozione; e se alla fine del quaresimale
di Digione andò a trovare, il mercoledì santo, Francesco di Sales,
non lo fece per confessarsi, perché pensava di non poterlo fare, ma solo per
chiedergli consiglio durante l’assenza del suo direttore.
Si confessò al Santo nella settimana di Pasqua, ma non sentiva tuttavia i
suoi impegni e si domandava se faceva male o bene a ricorrere ad altri, all’infuori,
all’infuori della sua guida solita ed obbligatoria. Consultò il P. de Villars,
gesuita di Digione, il quale le fece un dovere di seguire la sua attrattiva interiore
e di non temere di confidarsi a Mons. di Ginevra.
Il 24 agosto eccola intrattenersi col Santo, in occasione di un pellegrinaggio a
Saint Claude. Francesco di Sales ascolta, non dà risposta immediata; ma le
fissa un appuntamento per il giorno seguente: – «Ho lavorato tutta la notte
per il vostro affareÖ» – le disse. – Ma occorreva proprio un tempo così
lungo?Ö Oh la bella prudenza dei santi! – E aggiunse: «Quei quattro voti non
hanno altro valore che quello di distruggere la pace di una coscienza».
Non è questo il vostro parere?
Si suole opporre: nella vita religiosa non si contraggono impegni molto stretti e
il voto di ubbidienza non è soggetto ad inconvenienti più gravi?
Nella vita religiosa, il soggetto non fa voto al signor N… al R. P. N. N. , ma
al superiore e alle superiore, che saranno per turno sostituiti da altri; il coefficiente
personale – diciamo così – entra molto di meno. Inoltre quando vi fosse abuso
di potere da parte di un superiore determinato, il religioso può ricorrere
al superiore maggiore. Il direttore, invece, è l’autorità unica e il
suo potere è in qualche modo discrezionale.
Faremo volentieri nostro l’apprezzamento del R. P. Lemonnyer O. P. Egli ricorda anzitutto
un particolare molto utile: «Presa in se stessa, la direzione spirituale si
distingue nettamente da quel regime speciale d’ubbidienza al confessore o al direttore,
ai quali alcuni si obbligano con promessa formale o anche con voto». Poi aggiunge:
«Mentre il ricorso alla direzione spirituale si raccomanda a tutte le anime
che aspirano ad un sicuro governo di se stesse e ad una profonda vita spirituale,
l’assoggettarsi a voti, all’infuori dello stato religioso, ci sembra esigere ragioni
ed attrattive, il cui valore domanda un attento esame».
Noi non sapremmo dir meglio. Il Padre continua: «Non vi è flagello maggiore
dello snobismo spirituale» [1], – Non crediamo – come del resto neppur egli
– che il motivo abituale, che spinge al voto, di cui parliamo, sia lo snobismo; può
essere zelo pienamente lodevole; talora anche, e bisogna tenerne conto, uno sforzo
di virtù più generoso che prudente.
Ecco il motivo per cui non formuliamo una regola generale. Ci si trova dinanzi a
casi troppo particolari. Se la grazia di Dio attira veramente a queste forme impegnative;
se il penitente o la penitente non si serviranno dello spirito di sottomissione per
apprendere a perdere ogni senso personale; e se il direttore, ricco di sapienza umana
e divina, sa impiegare la sua autorità soltanto per favorire lo slancio dell’anima
e non per imporre le sue vedute[2]; se dalle due parti il soprannaturale rimane l’unico
movente non solo al punto di partenza, ma in ogni momento del cammino; e se finalmente,
salvo eccezione, il voto rimane temporaneo, o, seguendo ipotesi previste, revocabile,
allora potrà essere opportuno.
Posta la difficoltà di trovare riunite tutte le condizioni enumerate, ecco
quanto molti preferiscono consigliare alle persone, le quali desiderano da un lato
assoggettare la propria volontà e dall’altra evitare il rischio di sottomissioni
incontrollate a una persona sola: il voto di ubbidienza allo Spirito Santo, il voto
di fedeltà alla grazia.
Non è lo Spirito Santo il gran maestro delle anime, e, in un certo senso,
l’unico direttore? La stessa direzione ha forse altro scopo, che quello di condurre
l’anima a non rifiutare volontariamente nulla a questo maestro interiore? Desiderate
sfuggire più che sia possibile ai capricci, alle suggestioni dell’amor proprio;
desiderate di non rifiutare nulla, volontariamente s’intende, al buon Dio; perché
allora non potrete obbligarvi a seguire sempre la sua santa volontà, almeno
ogni volta che questa santa volontà si manifesta chiaramente alla vostra coscienza
e non avete dubbi sul desiderio del Maestro, che vi sollecita?
Questo non vuol dire che l’anima debba stare sempre in ascolto per percepire la minima
traccia del volere di Dio – come il ragno al centro della sua tela per afferrare
il più piccolo soffio o il più piccolo insetto che fa tremare il suo
filo. Sarebbe una preoccupazione assillante e la pace dell’anima è da preferirsi
a questa tensione per quanto generosa.
Trattenere in se stessi il desiderio di non rifiutare nulla, in modo da non lasciar
passare occasione alcuna che ci si presenti in piena luce, va bene e questa è
la regola pratica per il voto di cui parliamo. Si tratta di giungere allo stato
di fedeltà, piuttosto che compiere tutti gli atti possibili di
fedeltà.
Evidentemente un impegno, come questo, esige uno spirito di completa generosità,
una saggia perspicacia e un fermo buon senso. Più ancora: il voto di fedeltà
alla grazia non deve essere permesso, se non con la chiara specificazione dei casi,
in cui serve o non serve [3], Ma questo, nonostante la sua importanza, è un
punto particolare e noi intendiamo restare sui principi generali.
Che sia cosa da trattare delicatamente e che perciò non si debba permettere
se non di certa scienza, non lo neghiamo. Ma le difficoltà nella pratica di
questo voto non sono del medesimo ordine; e molti, volentieri, le stimano minori
di quelle, che vengono sollevate dal voto di obbedienza al direttore. Ai competenti
la decisione.

* * *

Rimane un’ultima questione;
la possibilità cioè e la maggiore o minore opportunità del voto
di obbedienza per le persone che sono impegnate dai vincoli del matrimonio.
Abbiamo un caso storico assi curioso, quello di Elisabetta d’Ungheria, la quale abbandonandosi,
secondo il parere del marito, ad eccessi nel fare l’elemosina, venne posta da lui,
per questa materia, sotto l’autorità del maestro Corrado di Marbourg [4].
Nessuna difficoltà, pertanto, nell’esempio citato, da parte del marito, perché
egli stesso favorì e ordinò il voto. E generalmente non sono questi
i punti spinosi del problema.
Che stima bisogna fare dell’ubbidienza, che la sposa deve a colui al quale si è
unita? Può essa contrarre impegni di ubbidienza verso il confessore? E in
caso affermativo, può farlo all’insaputa del marito o deve avvertirlo ed averne
il consenso?
È chiaro che il marito conserva sempre la sua autorità – la quale è
esclusiva nel dominio che gli vien conferito dalle sue funzioni – ma l’ubbidienza
al direttore non si riferisce affatto alla materia di questo dominio [5]. Potrà
dunque una sposa legarsi con voto di ubbidienza al direttore, in quello che riguarda
la sua pietà personale? Strettamente parlando, sì. È opportuno
che lo faccia? Questa è un’altra questione. Nella maggior parte dei casi sarà
preferibile rispondere negativamente; né altro possiamo fare che appellarci
alla saggezza degli interessati, che sono il direttore e la penitente.
Quando, tutto considerato, potessimo dare una risposta affermativa, sarà opportuno
consultare il coniuge? Sembra che non ce ne sia l’obbligo. E non lo si farà,
del resto, se non vi è certezza di averne una risposta favorevole, che non
è così facile; perché il marito se non ha proprio un profondo
senso cristiano ed una grande abnegazione, non acconsentirà volentieri a questo
impegno.
Per parte nostra non crediamo che nello stato di matrimonio sia da consigliare il
voto di obbedienza al direttore, salvo forse in casi molto speciali e che non impegnano
l’insieme della vita.

* * *

Riassumendo: fatte le dovute
riserve per le persone supposte idonee, ci pare che sul voto di obbedienza al direttore
si debba dir questo:
1°) in sé, è cosa buona;
2°) in alcuni casi può venir consigliato o approvato:
3°) viste però le difficoltà reali e spesso delicate che s’incontrano
nel suo funzionamento pratico, dev’essere considerato come di uso riservato, soprattutto
se si tratta di persona che non vive nel celibato.

CONCLUSIONE

«La perspicacia umana
è corta, l’anima è un labirinto, e gli spiriti che l’agitano hanno
infinite varietà d’impulsi». – Queste parole del Gerson indicano chiaramente
la complessità della direzione. Noi vorremmo che il presente lavoro aiutasse
qualcuno a sviluppare la sua perspicacia naturale, a meglio riconoscersi nel labirinto
della sua anima o delle anime, a discernere con saggezza sempre più fine e
acuta il carattere e l’origine degli spiriti e degli impulsi, che governano gli umani
nella via verso il loro destino divino.

NOTE

[1] La vie Spirituelle,
1
° gennaio 1932. – La vie intèrieure dans la vie active, p.
43.
[2] Come avviene talvolta, specialmente nella questione della vocazione, la penitente
non entra in convento, perché il confessore ne ha bisogno per le sue opere!
Ricordiamo che la parte del direttore è di illuminare e non imporre le sue
decisioni.
[3] Si potrà consultare sulle garanzie degli impegni di questa specie: Gesù
Cristo nei nostri fratelli, c
apitolo ultimo. (Ed. Marietti, Torino, 1944).
[4] M. G. Congard, O. P. , Vie Spirituelle, 1° genn. 1932, pp. 60, 62,
70.
[5] Salvo per ciò che riguarda i mezzi di assicurar l’obbedienza coniugale.

testo tratto
da: Rodolfo Plus S.J., La direzione spirituale. Natura – necessità – metodo,
Torino: Marietti, 1944/2, pp. 141-153.