IL PRIMATO DELL’AMORE

Spiritualita

Mateo Crawley-Boevey SS.CC.
(1867-1960)
RITIRO SACERDOTALE

Adveniat Regnum tuum!

IL PRIMATO DELL’AMORE

«Diliges Dominum Deum…»

Eccovi un bellissimo pensiero che ho trovato in un autore, pensiero che mi pare profondo e originale: «Nel senso cristiano – dice quell’autore – S. Paolo è più grande dei saggi di Atene. Il sangue dei martiri è più sacro dell’inchiostro dei dotti. E non è che il pensiero non sia divino, ma, sempre in senso cristiano, l’amore è più divino che il pensiero. Il pensiero inizia, l’amore termina. Ed è solamente quando la Fede si appoggia sulla carità che essa diventa luminosa e operante». Mille volte più profondo di questo Autore, è lo stesso S. Paolo quando dice: «Plenitudo legis, dilectio». L’amore è la pienezza della legge. Ossia, la perfezione di tutta la legge e di tutte le virtù, perfezione e realizzazione della santità cristiana e sacerdotale, è l’amore. «Sicut in coelo et in terra» la regina delle virtù, la sola immortale, è la carità.
Non dimentichiamo che si può credere senza amare, che fede e carità sono separabili e, ahimè!, troppo sovente separate.
Si può, dunque, avere la fede ed anche assai viva, non avendo che una scintilla insignificante di carità o anche niente del tutto. Ma dice S. Paolo: la fede e tutti i carismi senza la carità sono Una cosa vana.
Così, un Lutero che crede alla presenza reale e celebra una Messa sacrilega, non fa che profanare il suo altare.
Noi preti, noi prima di tutti, abbiamo certamente la fede, ma ahimè! noi non amiamo, abbastanza, ed ecco perchè sovente la nostra fede e la nostra speranza languiscono, mancando di un’anima divina e di un succo abbondante quale è un grande amore.
Non vi è che il santo che sa produrre la vera armonia di queste due grandi virtù: Egli ama di un immenso amore quello che crede e adora con un’immensa fede. Ecco perchè la «scientia caritatis Christi» è sempre stata il segreto e la scienza dei santi. (Eph. 3,19).
Poiché, che cosa è la santità se non vivere di Dio e con Dio e far vivere Dio in noi? Ma Dio non è che carità!…
E notiamo una cosa molto semplice, che quasi sempre si trascura disgraziatamente: Dio non ci ha creati che per amore, perchè noi l’amiamo nel tempo e nell’eternità.
E questa è in fondo la gran novità del Vangelo, poiché dei filosofi pagani erano arrivati a scoprire da loro stessi l’esistenza di Dio e la sua natura. Ma. soltanto Gesù Cristo venne a dire al mondo, sorpreso nell’ascoltarlo, che Dio era un re incomparabile di bontà, di tenerezza, che Egli non era che amore, noi eravamo veramente i suoi figliuoli, e che voleva essere adorato soprattutto con il cuore, voleva essere amato.
Ecco cosi giunta quella che noi, dopo S. Paolo, chiamiamo «l’era della grazia». È la nostra adozione filiale in Dio, che con Cristo segna per noi uno spirito tutto affatto nuovo.
«Divina institutione formati, audemus dicere: Pater Noster».
Ecco perchè Nostro Signore afferma che il più grande ed il primo dei Comandamenti è: «Diliges Dominum Deum tuum».
Ma assai più che questo Comandamento, il prodigio divino dell’Incarnazione e della Redenzione ci obbliga ad amare questo Dio tutto amore: «Sic nos amantem quis non redamaret?»…
E discendendo delicatamente su di un terreno molto personale ed intimo, io oso affermare che tutto quello che voi siete… e tutto quello che voi avete di buono, dal vostro battesimo fino alla vostra ordinazione sacerdotale… fino alla grazia di questo Ritiro… tutta la vostra storia, tale come Dio la conosce, non è che un miracolo dell’amore e della misericordia di Dio. Non è, forse, vero?…
Ecco perchè questa divina carità vi tormenta, vi accerchia come una fiamma che vorrebbe penetrare in voi e consumarvi interamente. «Caritas Christi urget nos» (II Cor. 5,14).

Sopra la base di tutto questo che io vengo affermando, oserei anche dire che sarebbe necessaria una educazione oltre modo diligente del cuore sacerdotale. Sì, io sottolineo la frase: è indispensabile «una educazione del cuore sacerdotale», la quale gli insegni soprattutto ad amare Dio e il Figlio che Lui ha inviato.
Poiché l’educazione dell’intelligenza, se è certamente importante e anche indispensabile, non è tuttavia sufficiente e non può essere la sola.
La Religione è verità e luce, ma dovrà necessariamente essere una carità e una luce scaturita dalla fiamma dell’amore.
Luce e carità, conoscenza e amore, uniti nel Cielo, qui in basso non dovrebbero essere separati fra di loro; ma purtroppo, lo sono sovente. Istruire, non è educare nel senso umano e sociale della parola. Così un prete può aver ricevuto una seria educazione dell’intelligenza, mentre che il suo cuore rimane lontano dalla santità del suo stato.
Ahimè! i conoscitori delle belle speculazioni teologiche o giuridiche abbondano, ma non abbondano altrettanto i santi, perchè non si vivono sempre quei sani principî, e non si vivono perchè non si ama abbastanza.
È ciò che ha fatto dire all’autore dell’Imitazione, che serve di più «amare la Trinità che fare delle sublimi dissertazioni sopra la Trinità».
Quanta mediocrità spesso nella virtù, la dedizione e lo zelo in coloro che sono delle eminenze del sapere!… «Scientia sine caritate»!
Non è già la luce elettrica fredda e artificiale che è necessaria nella formazione integrale del prete, ma il sole, luce e fiamma, conoscenza e amore.
E, parlando con tanta veemente convinzione, voi capite che non intendo affatto parlare di un amore sensibile, e meno ancora sentimentale, mille volte no! Ma di quell’amore «fortis ut mors», che consiste non tanto nel dispensare parole e fiori, ma nel sapere e nel volere «donarsi» sull’esempio del Maestro che amandoci dona se stesso, «tradidit semetipsum».
Perchè non ci si appoggia abbastanza su questa dottrina trascendente della carità, si costruisce sovente sulla sabbia: manca la base.
Ancorché nella formazione dei leviti si insista con ragione sulla mortificazione e sulla umiltà, sulla castità e sullo zelo, non si insiste quanto sarebbe necessario sul grande e solo segreto che spinge a praticare nella loro pienezza tutte queste grandi virtù sacerdotali, tante belle quanto delicate: l’amore a Nostro Signore.
Infatti, chi sarà mortificato, se non colui che ama prima di tutto di una passione divina il Divino Crocifisso e, quindi, la sua Croce?
Chi sarà veramente umile fino a morire a se stesso, fino ad assaporare con delizia l’umiliazione, se non colui che è soggiogato da quei Cuore che ha detto: «imparate da me ad essere umili»? (Mth. 11,29).
Chi sarà casto di cuore e di mente, se non colui che ha riempito la sua vita e il suo Cuore di un amore divino che esclude ogni affezione terrestre?
E chi sarà divorato dallo zelo per le anime, se non il sacerdote che ha cambiato il suo cuore con il Cuore di Cristo, e che può pertanto, divorato da una fiamma, dire come S. Paolo: «Impendam et superimpendar pro animabus vestris»? (II Cor. 12,15).
Riflettendo a tutto questo, io ho compreso perchè a Paray-le-Monial il Signore si lamentò unicamente di non essere amato.
E tuttavia avrebbe potuto lamentarsi anche della mancanza di fede, di sacrificio, di generosità… Ma questo lamento sulla mancanza di amore abbraccia tutto, poiché allorquando noi amiamo poco o male, la vita si spegne in nel, «qui non diligit, manet in morte» (I Jo. 3,14).
Mettete dunque questa pietra angolare alla base della vostra vita spirituale, e questa fiamma divina come principio animatore di tutta la vostra bella vita sacerdotale: amate! Meditate a tempo e fuori tempo la più divina, la più eterna delle verità, quella che ci insegna che Dio è amore, e imparerete che il nostro cristianesimo e il nostro sacerdozio ci obbligano prima di tutto a dare a Lui tutto il nostro amore, al amarlo «ex toto corde, ex tota anima, ex tota mente».
Amate, amate di un immenso amore, per trasformare e divinizzare la vostra vita quotidiana in tutto quello che essa ha di monotono e di prosaico; per renderla bella e santa con l’amore, conforme l’esempio della Trinità terrestre che ha vissuto a Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe.
Amate, amate di un immenso amore per rendere feconda la nostra attività sacerdotale e missionaria, perchè sia veramente gloriosa per Dio, per le anime e per voi: «Qui incrementum dat, Deus», e «Deus caritas est».
Amate, amate di un immenso amore per rendere dolce il sacrificio e leggera la croce della vostra sublime vocazione, affinché la vostra immolazione sia una sorgente di santità sacerdotale per voi e di santità sacerdotale irraggiante attorno a voi. Soffrite amando, amate soffrendo.
Amate, amate di un immenso amore, per riparare le possibili manchevolezze della vostra vita sacerdotale, per colmare le vostre inevitabili lacune, per riparare ciò che potrebbe mancare alla vostra virtù sacerdotale, perchè la carità divina copre la moltitudine dei peccati.
Amate, amiate di un immenso amore, per aver pronta e ardente la lampada del vostro cuore nell’ora in cui il Signore verrà a prendervi per darvi un premio, a ciascuno secondo il proprio merito.
Oh! che vedendolo arrivare, se a caso voi aveste eccessivo timore e del turbamento, Egli vi possa rassicurare, dicendovi con le sue stesse parole del Vangelo: «Pax tibi, pax multa, noli timere… Ego sum…!» (Luc. 24,36).
E se nella vostra umiltà e pensando sempre alle vostre manchevolezze, voi ripeterete con timore filiale ben legittimo: «Signore, e le mie lacune, e le mie miserie, e le mie responsabilità?… Oh Gesù mio! Come non tremare in presenza del mio Giudice!…», che Egli vi possa tranquillizzare con un sorriso di tenerezza e sopratutto con quelle parole che fanno presentire la sua Misericordia infinita: «Amico, mio sacerdote e mio missionario, tutto quello che tu riconosci in te stesso di imperfetto nella tua vita, è vero, ma tuttavia che la mia pace sia con te!…»
– Ma, Signore, come potrà darsi?…
– Quia dilexisti multum!
Oh, allora, cadendo nelle braccia del Salvatore, sul Cuore di Gesù, voi direte (io ne sono sicuro) se non con le parole, con gli ultimi palpiti del vostro cuore ardente di sacerdote e di apostolo: – «Inveni Cor Regis… inveni Cor fratris… inveni Cor Amici benignissimi Jesu… Quam bonum et quam jucundum habitare et mori in Corde hoc… Bonum est mihi hic esse in aeternum!…»

Diligam Te Domine!


testo tratto da: P. Matteo Crawley SS.CC., Ritiro Sacerdotale, Grottaferrata – Trento, 1958, pp. 170-178.