Esame sul dominio di sè

Spiritualita

qui a lato: San Marco Križevčanin (1588-1619) e compagni, presbiteri e martiri croati del calvinismo

 

 

Mons. Agostino Gonon
Vescovo di Moulins

Verso le vette della Santità Sacerdotale

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RITIRO DEL MESE DI MAGGIO

IL SACERDOTE E LA PRUDENZA

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Esame sul dominio di sè

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Vi adoro, Gesù, nell'atto di raccomandarmi il dominio di me stesso: In patientia vestra oossidebitis animas vestras (Luc. 21, 19). Secondo S. Giacomo è questo un principio di perfezione: Patientia autem opus perfectum hebet (Iacob., 1, 4). L'uomo padrone di se stesso, possiede un'incontestabile superiorità su chi vive in balia dell'emozione e dell'impressione. Egli usa liberamente delle sue facoltà, delle sue potenze e con tutto il profitto possibile. Sa che il temperamento ha molta influenza in questo, ma sa pure che lo sforzo della volontà supplisce a tutto. E lo deve supplire nel prete, uomo votato alla perfezione e che ha bisogno di mantenersi superiore a tutti: Oportet sacerdotem praeesse; superiore in virtù, in fortezza, in potere influente. Importa dunque assai ch'io sappia dominare me stesso e che rifletta sui mezzi per ottenere tale dominio.

1. – SO DOMINARE ME STESSO?

Chi è padrone di sè non ignora ciò che deve volere e come deve volerlo; vuole ciò che deve, come lo deve. Sono abituato a riflettere prima di parlare o di agire? O, invece, impulsivo, facile all' emozione, o sensibile, impressionabile, seguo il primo impeto senza calcolare l'importanza di quanto faccio o dico? Quante volte forse ho avuto motivo di pentirmi di una parola troppo viva, di un modo di procedere compromettente, di un atto disastroso nelle sue conseguenze. Vi sono pagine che non si riuscirà mai a strappare dal libro, in cui non si vorrebbero scritte per tutto l'oro del mondo. Bisognava non scriverle! Si mancò di gravità, di ponderazione, di serietà, e le conseguenze furono irreparabili.

Sarei forse soggetto a frequenti alterazioni d'umore, allegro al mattino, triste la sera, senza quasi saperne il motivo? Faccio subire a quanti m'avvicinano le bizzarrie del mio carattere indisciplinato?

Sono variabile nei giudizi e negli apprezzamenti, dicendo successivamente bene e male dello stesso fatto, con una rapidità che non lascia tempo di formulare un apprezzamento sicuro?

Forse devo rimproverarmi d'incostanza nel mio modo di fare, di volubilità dì animo, perchè seguo senza riflettere i capricci della fantasia, cui non so porre alcun freno?

Sono irascibile, adirandomi per inezie, gridando, tempestando per la minima contrarietà?

Nelle discussioni alzo troppo la voce, perché non la so contenere in quel tono moderato che è sempre segno di fortezza, se pure non è contrassegno della verità di un'opinione?

Non ho mai sentito dire di me che manco di tatto, d opportunità, di moderazione?

Ah, mio Dio, è davvero gran debolezza, grave disgrazia non saper dominare se stessi!

2. COME DOMINARMI

Buon Maestro, avete detto che il mezzo per dominarmi è la pazienza. Se il vostro Apostolo insegna che la pazienza corona l'opera della perfezione, vuoi dire che tale virtù ne suppone molte altre le quali, in maggioranza, derivano dalla mortificazione.

So mortificare il mio amor proprio senza badare alle suscettibilità, alle gelosie e ambizioni? Mortifico il mio cuore diffidando sempre delle simpatie o antipatie istintive, che orpellando perfidamente le pretese di vile e pericolosa passione? Come mortifico la volontà nei suoi primi moti, nei suoi desideri troppo ardenti, nelle sue impazienze? So mortificare la fantasia, allontanando i ricordi troppo impressionanti, restringendo energicamente il campo dell'immaginazione, sforzandomi di pensare più al presente che all'avvenire? Mortifico la mia attività con fare ogni cosa a tempo debito, e la smania di finire prima ancora d'aver cominciato?

Trascurare uno di questi punti equivarrebbe a rendere impossibile il dominio su me stesso, e vano tutto il mio ministero pastorale. Potrà governare altri e guidarli chi non sa dominare se stesso? Si vedono preti di valore, riuscire sgraditi, insopportabili ai loro parrocchiani, i quali segretamente — o palesemente — sospirano la loro partenza. Perchè? Vittime del loro carattere di cui non hanno saputo valersi per la virtù, si sono alienati la maggioranza dei fedeli, mentre con un po' di discrezione e di tatto sarebbero riusciti a farsi docilmente seguire da una bella, generosa e affettuosa famiglia spirituale.

E per riassumere tutto in breve, sono convinto che l'umiltà è la disposizione più intelligente, la migliore abilità per il vero apostolo? Comprendo il profondo significato del novissimi vrimi del Vangelo? Lo stolto non è mai umile. 1 ignorante non è mai silenzioso, il debole non è mai moderato; soltanto chi è umile, chi è silenzioso, chi è moderato sa possedere se stesso, è saggio davvero.

— Signore, vi supplico di concedermi la grazia preziosa di comprendere bene la lezione del vostro Cuore: Discite a me quia mitis sum et humilis corde, et invenietis requiem animabus vestris (Mat. 11, 29). Seguendo questa luci troverò il segreto della vittoria su me stesso. Me beato se, innalzandomi sulle rovine del mio egoismo e delle sue tendenze immortificate. potrò dire con S. Paolo: ***** infirmor, tunc potens sum (2 Cor, 12, 10).

 

Preparazione alla morte,

IL «DIES IRAE» DEL SACERDOTE

Scienza del giudice inesorabile.

Rex trementine majestatis Qui salvandos salvas gratis Salva me, fons pietatis.

 

Signore Gesù, Voi vi siete affermato Giudice sovrano: Omne judicium dedit Filio (Ioan. 5. 22). Il vostro insegnamento evangelico può darmi un'idea del come compirete questo vostro ufficio. Devo preoccuparmene, perché ogni giorno m'avvicina a quello in cui morrò, in cui sarò giudicato da Voi.

Ricordo la parabola del padrone che chiede conto dei talenti consegnati e ho presenti queste frasi: Iota unum aut unus apex non praeteribit a lege donec omnia fiant (Mat. 5, 18). Al Padrone spetta la sentenza finale: Non exies inde donec reddas novissimum quadrantem… (Id. 5, 26); tutto sarà investigato con somma precisione, con estremo rigore.

Forse ho dissipato i vostri doni valendomi della mia influenza, della mia posizione a profitto dell'amor proprio! il prete che fonda il suo zelo su motivi naturali, il prete che attira a sè le creature invece di elevarle a Dio, che, in una parola, è più uomo che prete, somiglia all'economo infedele; in un senso rovinoso si è fatto amicos de mammona iniquitatis (Luc. 16. 9). Voi dissiperete ogni illusione dicendogli con indiscutibile autorità: Nomen habes quod vivas et mortuus es! (Apoc, 3, 1).

Terribile il destarsi di una coscienza addormentata o spenta da una mala fede, che il soffio dell'eterna verità farà improvvisamente cadere.

Forse ho sotterrato i miei talenti, il mio talento per mancanza di fede o di coraggio! Il prete che constatando l'esito meschino dei suoi sforzi, non reagisce contro 1 impressione di stanchezza, e s'arresta sfiduciato; che scusa la propria ignavia col pretesto che non v'è nulla da fare, ripete a Voi, o Signore: Homo austerus es! E Voi dissiperete la sua menzogna, mostrandogli le anime perdute causa la sua mancanza di zelo e facendogli capire che colla gretta sua preoccupazione di non Incomodarsi, ha defraudato la vostra gloria. Criticava i confratelli tacciandoli di imprudenti, di esaltati, allegando i loro insuccessi per nulla tentare. Ed eccolo al termine della sua comoda esistenza… quieta non movere!

Ah, quale scossa nel comparire dinanzi a Voi che avete detto: Ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur! (Luc. 12, 49).

Forse ho posto in non cale certe prescrizioni disciplinari, certe leggi liturgiche e rituali! — Il prete che, sotto pretesto di semplicità, manca di decoro; che, sotto pretesto di larghezza di vedute, non tiene conto delle disposizioni canoniche, arriva insensibilmente sull'orlo dell'abisso, e si espone a contrarre l'abitudine di modi che lo rendono colpevole di mancanza di rispetto per le anime, cui è di scandalo, perchè nulla ha di ecclesiastico nel suo contegno, e insieme contrae l'abitudine di irriverenza verso di Voi, o Maestro divino, trattandovi, nelle sue funzioni sante, con una disinvoltura che rasenta il disprezzo.

Che cosa penserà nello scorgere il Deus magnus, et potens, et terribilis? (Deut. 10, 17). — Tu terribilis es, et quis resistet tibi?  (Ps. 75, 7).

E forse ancora ho accumulato gli arretrati di coscienza andando di compromesso in compromesso, sotto 11 manto di una casistica rovinosa. Il prete sordo agli avvertimenti intimi del senso morale, che possiede delicatissimo, e ch'egli perverte sotto pretesto di non voler essere scrupoloso; sordo alle lezioni degli avvenimenti, di cui si ride, sotto pretesto di non voler essere schiavo dell opinione, che egli sfida da stolto orgoglioso, profana il vostro Spirito, o Signore: Si vocem Domini audieritis, nolite obdurare corda vestra! (Ps. 94, 8). — Vox povuli de civitate, vox Domini reddentis retributionem! (Isai., 66, 6).

Dove fuggire dinanzi alla luce improvvisa che illuminerà gli arcani dell'anima sua sleale? Scrutabor Jerusalem in lucernis, et visitabo!… (Soph. 1, 12).

— O Signore, Voi siete davvero Rex tremendae majestatis. E chi potrà comparire davanti a Voi di cui è scritto: In angelis suis reperii pravitatem? (Iob., 4, 18). Se salvate un'anima non è già a motivo dei suoi meriti, ma a causa dei vostri doni: Qui salvandos salvas gratis!

Che sarà di me, dove andrò a finire? I miei giorni sono contati… scende la sera…

Non potendo fare affidamento su me stesso, posso però rammentare che come prete sono carico, sovraccarico dei vostri doni. Perciò voglio sperare ancora il dono supremo della salvezza e vi supplico di riguardare i doni vostri, non già l'uso che ne ho fatto.

La confidenza è amore, e l'amore è salvezza. Voglio dunque confidare: Salva me, fons pietatis.