Dal breviario strapazzato all’eresia

Spiritualita

La rovina di Lutero cominciò
dal breviario trascurato


Bolla «Exsurge Domine» di Leone X
con la quale viene minacciato di scomunica Martin Lutero
15 giugno 1520

Il primo nemico dell'apostolo è dunque il naturalismo, che è poi l'essenza del pelagianesimo: dar troppo peso alle facoltà e doti naturali, alle risorse puramente umane.
Ma il naturalismo – in pratica, e nell'apostolato, – coincide con l'attivismo, che è il pericolo dell'azione a scapito dell'attività interiore, lo squillare del cembalo che accarezza l'udito o commuove un istante il cuore, ma non trasforma la vita altrui.
Dunque: eliminerò ogni attività esteriore che pregiudichi quelle sgorganti dal fervore interno soprannaturale.
In pratica le cose avvengono così: dapprima il lavoro urgente fa sì che le pratiche spirituali, le preghiere vengano messe in seconda linea, pur dando loro il tempo richiesto; poi, il lavoro sempre immane le fa accorciare, rinunciando a quelle che non sono di stretto obbligo, e dando sempre minor tranquillità di tempo alle altre; esse diventano quasi nulla confortevoli perché fatte male; aridità, noia, disgusto vengono a rincarar la dose di avversione contro di esse. Il lavoro incomincia ad apparire come santificatore quasi in forza di se stesso soltanto, e l'attività, che ci santificherebbe davvero, se fosse l'espressione di vita interna, rimane lo scheletro senza vita interiore; la parvenza senza realtà. Non ci si ferma qui, purtroppo, perché i pericoli sono sempre in agguato e le forze spirituali, indebolite paurosamente ma credute ancora valide, non sono più capaci a farceli fuggire, a farci resistere.
E chi ne è persuaso parla tremando, perché è verità che vale per tutti: se si continua così, dalla pigrizia spirituale si finisce per passare alla colpa. Sarebbe tradirci a vicenda se lo tacessimo.

Ci si perdoni se ricorriamo ad una prova dolorosamente clamorosa: al caso di Lutero. Illuso o no nel credersi chiamato alla vita religiosa e sacerdotale, da principio quest'uomo pregava. Ma quando il groviglio dei tempi e le bufere impetuose della sua coscienza gli accesero la fantasia e le fecero balenare un nuovo tipo di salvezza, non più basato su quella che egli chiamava «virtù papista», egli non pregò più come il mendico che implora, ma come il fariseo che si vanta delle proprie virtù. «Io ho usato tutta la diligenza possibile, martoriando il mio corpo con la privazione del cibo e del sonno, con preghiere ed altri pii esercizi». «Se un monaco è andato in paradiso per mezzo della vita monacale, anch'io vi ho voluto arrivare». «Io mi sono martoriato con preghiere, digiuni, veglie, e soffrendo il freddo…» [1].

Ma quali erano le sue preghiere? Sentiamone l'eco, quando egli ne parlerà, nel 1535: «Io ero nel convento non come gli altri uomini, ladri, disonesti…; ma mi mantenevo casto, ubbidiente e povero» [2]. Sembra di sentire il fariseo del tempio, ricordato da Gesù (Lc. 18, 10).
Poi l'attività diventò sempre più febbrile. Egli finì per rinunciare a quasi tutte le pratiche di pietà, proprio per la furia dell'attivismo. Scriveva all'amico Lang, il 26 ottobre 1516: «Io avrei bisogno di due scrivani o di due segretari. lo non faccio quasi altro tutto il giorno che scrivere… Inoltre sono il predicatore del convento: devo predicare in refettorio, e sono invitato giornalmente a parlare nella chiesa parrocchiale. Sono direttore degli studi, sono vicario dei nostri conventi, ossia undici vollte priore… Io spiego S. Paolo, raccolgo le esegesi sopra i Salmi… Raramente ho la possibilità di fare il mio dovere riguardo alla recita del Breviario, e non ho il tempo di celebrare la Messa» [3].

Tutti sappiamo la catastrofe nella fede e nei costumi che seguì a questa dimenticanza della preghiera, per fare dell'attivismo. Il parossismo diventò talmente furioso, che la preghiera divenne bestemmia. Dinanzi al terribile problema della predestinazione, invece di raccogliersi in umile fiducia implorante [4] divenne un ribelle. «Io dimentico tutto ciò che è Gesù Cristo e ciò che è Dio, quando entro in quel pensiero, e vengo anzi nel pensiero che Dio sia un malvagio… Al pensiero della predestinazione noi ci dimentichiamo di Dio; il Laudate ci muore sulle labbra e si trasforma in un Blasphemate» [5].
Le rovine accatastate dall'attivismo privo di vita interiore non sono sempre catastrofi cosi immani; ma gli insegnamenti divini, i santi, l'esperienza ci assicurano che esso rovine ne produce sempre [6].

NOTE

[1] H. Grisar S. I., Lutero. Friburgo di Br. 1925, vol. 3, p. 679 s.; dello stesso H. Grisar, Lutero. La sua vita e le sue opere, Torino 1944, pp. 59-60.
[2] H. Grisar, Lutero, vol. 3, p. 1004 s.; Lutero. La sua vita e le sue opere, p. 60.
[3] H. Grisar, Lutero, vol. I, p. 222; Lutero. La sua vita e le sue opere, p. 58.
[4] Vedendo vani tutti i tentativi di darsi la pace con la propria nuova mistica, Lutero fini per entrare in una specie d'agitazione febbrile, irritato anche per le tentazioni che lo assalivano, come dimostra il P. Grisar, con i documenti che arreca nelle opere classiche sull'argomento.
[5] LUTERO, Conversazioni conviviali, ed. Weimar, vol. 2, n. 2654; H. Grisar, Lutero. La sua vita e le sue opere, p. 65.
[6] Abbiamo la parola più autorevole della terra: il S. Padre Pio XI nell'enciclica Ad Catholici Sacerdotii (Ediz. Pol. Vat. 1941, p. 23) ammonisce: «Sarebbe un errore gravissimo e pericolosissimo se il sacerdote, trasportato da falso zelo, trascurasse la propria santificazione per tutto immergersi nelle opere esteriori, per quanto buone, del ministero sacerdotale. Con ciò, metterebbe in pericolo la propria eterna salute, come il grande Apostolo delle genti temeva di se stesso: "Castigo il mio corpo e lo rendo schiavo, perché non avvenga che dopo aver predicato agli altri, io diventi riprovato", e si esporrebbe anche a perdere, se non la grazia divina, certamente quell'unzione dello Spirito Santo che dà una mirabile forza ed efficacia all'apostolato esterno».
Quando il Redentorista S. Clemente Maria Hofbauer, morto nel 1820, viveva nel convento di Bluk, vide un religioso che aveva la mania di saper tutto. E gli disse francamente: «Bisogna che preghiate di più, altrimenti le vostre cose finiranno male». Ma il religioso non ascoltò l'ammonizione del santo ed errò talmente che, nonostante tutto il suo sapere, la S. Sede fu costretta ad impedirne le opere, infette di eresia. Ed il servo di Dio P. Roothaan S. I. scriveva il 21 agosto 1836: «Un vescovo, che era un sant'uomo e già amico del Lamennais, mi disse di credere che l'orribile caduta di quell'uorno (cadde invero nel più profondo) abbia avuto origine, almeno in gran parte, dal fatto che da più anni non recitava il Breviario, e ne aveva ricevuto la dispensa, per aver tempo di scrivere le sue opere». Egli fu evidentemente vittima del suo attivismo che lo condusse alla superbia. Quando passò a Torino, lo zelante servo di Dio, Pio Brunone Lanteri, prevedendo la rovina che il Lamennais si preparava, l'invitò in tutti i modi a fermarsi in quella città, avrebbero lavorato insieme, vi era tanto da fare! e insieme avrebbero pregato… Il Lamennais gli rispose: «Non posso! La Francia ha bisogno di me!». E finì col perdere la fede, ostinandosi nell'errore.
Ogni secolo, purtroppo, ci potrebbe ripetere simili dolorose eloquenti lezioni. Perciò il dottore della Chiesa S. Giovanni della Croce scrive: «Coloro che sono molto attivi e che pensano di abbracciare tutto il mondo con le loro predicazioni ed opere esteriori, riflettano bene che apporterebbero molto più utile alla chiesa e riuscirebbero assai più graditi a Dio (anche a prescindere dal buon esempio che darebbero), se spendessero almeno la metà del loro tempo nello starsene con Dio in orazione. Allora certamente otterrebbero di più e con minor fatica, più con un'opera che con mille, e ciò per il merito della loro orazione e per le forze spirituali in essa acquistate; altrimenti tutto si ridurrà ad un martellare invano e a fare poco più di niente, e alle volte proprio niente, anzi non di rado anche danno» (Opere, vol. 2, Cantico Spirituale, strofa 28, nn. 10-11).
È quanto ci ha insegnato con la parola e con l'esempio il S. Padre Pio XII, fin dalle prime settimane del suo pontificato. Tutto il suo programma e metodo d'azione l'ha rivelato non solo con l'insegnamento, ma con l'esempio; Pio XI, elevandolo alla dignità di Cardinale Segretario di Stato, lo disse «Cardinale pentecostale» per il dono delle lingue e per la preghiera; da Sommo Pontefice si rivelò non un uomo che prega, ma, possiamo dire, un uomo trasformato in preghiera vivente.
E S. Santità Giovanni XXIII, come padre che ai figli ama manifestare i suoi pensieri più intimi, sovente parla del conforto che il Signore gli dona nella vita di preghiera.

 


testo tratto da: M. Corti S.I. – D. Battaglieri S.I., Vivere in cristo. Principio e fine dell'apostolato cattolico, Roma: Civiltà Cattolica, 1960.