Come S. Paolo della Croce celebrava la S. Messa

Spiritualita

Con quanta devozione
S. Paolo della Croce celebrava la S. Messa
di S. Vincenzo M. Strambi C.P.

La devozione però verso l'Eucarestia non la dimostrava mai così accesa e fervente come quando celebrava la S. Messa. Oh! In quelle occasioni sì che si vedeva il nostro Padre tutto fede, tutto devozione, tutto tenerezza e per l'amore sembrava divenuto un Serafino. Dopo aver premesso a questo santo Sacrificio una lunga e fervida preparazione, saliva all'altare. Tutto raccolto e riconcentrato in Dio, mutava di colore, si accendeva in volto, e tutto s'infiammava di modo che l'incendio interno mandava quasi vampe di carità all'esterno. Si vedeva così rubicondo in faccia che sembrava un Serafino. Per molti anni non celebrò mai senza grande spargimento di lacrime. Posto poi dal Signore, quale oro nel crogiuolo dell'aridità e della desolazione, cessarono un poco le lacrime, ma bene spesso si vedeva molle di tenero pianto. Questo accadeva d'ordinario dalla consacrazione sino alla fine della Messa. Quando celebrava solennemente per lo più entrava in un raccoglimento così profondo, che conveniva si scuotesse e si facesse una dolce violenza per pro seguire la Santa Messa, nella quale d'ordinario il canto, massime del Prefazio e del Pater noster, veniva interrotto da alcuni trilli di pianto, che risvegliavano fede e devozione anche nei circostanti. Era molto esatto nell'osservanza delle rubriche ed in ciascuna delle sacre cerimonie. Si vedeva che accompagnava tutto con spirito interno, onde per usare le parole di testimoni di vista, sembrava piuttosto un Serafino d'amore, che uomo terreno. Celebrata la S. Messa si ritirava subito in luogo appartato per trattenersi liberamente da solo a solo col suo Gesù e sfogare con Lui gli affetti del suo cuore e struggersi tutto e perdersi felicemente nel suo amato Bene.
Delle sacre suppellettili che dovevano servire alla celebrazione dei divini misteri, era tanto geloso che non pareva si potesse accontentare. Talvolta rimandò indietro un primo e un secondo corporale e vi avrebbe certamente mandato anche il terzo, se non fosse stato bene pulito: «Le cose – diceva – che si debbono usare per il Santo Sacrificio della Messa, siano pulitissime e mondissime».
Volle il Signore mostrare ancora con prodigi quanto gli fosse grata la viva fede e la devozione del suo Servo in quella sacrosanta azione. Celebrando la Messa nel monastero di S. Lucia di Corneto, una mattina assai per tempo, il ministro che rispondeva osservò con stupore, che quando il Santo fu vicino alla consacrazione, cominciò a sollevarsi dalla predella dell'altare una specie di fumo, come se si fosse bruciato dell'incenso e di tanto in tanto si innalzava tal profumo che non si può esprimere né assomigliare ad alcun altro odore. La maggior meraviglia però fu, che il Santo poco prima e poco dopo la consacrazione, per due volte si levò in aria quasi due palmi sopra della predella.
Perchè l'amore che desidera di piacere all'amato Bene si serve di molti stimoli per operare con più perfezione, il P. Paolo ogni volta che si accostava a celebrare i sacrosanti misteri, per avere migliori disposizioni, si immaginava che quella fosse l'ultima volta che si presentava al sacro altare. Confidò ad un religioso: «Ogni volta che celebro la S. Messa, mi comunico come se fosse per viatico» e soleva esortare gli altri a fare non solo questa santa opera, ma tutte le altre ancora, come se fosse l'ultima della vita.
È proprio di chi ama e possiede e gusta soavemente di un bene immenso, desiderare che tutti gli altri e specialmente quelli che hanno con lui maggiori attinenze e comunicazioni, ne gustino e lo posseggano con gran pienezza. Per questo il Santo bramava ardentemente che tutti i sacerdoti e in particolare i nostri di Congregazione, si arricchissero dei tesori che si trovano nel santo Sacrificio dell'altare. Inculcava loro che preparassero bene il cuore per ricevere Gesù Cristo.

«Procurate di porre ogni diligenza in celebrare con alta devozione, e ringraziamenti dopo, e custodire die ac nocte, il tabernacolo interiore, che è il petto Sacerdotale: chi fa così, presto brucerà di santo amore. Custodite con grande cautela questo vivo tabernacolo, e tenetevi le lampade accese, cioè la fede e la carità; tenetelo sempre apparato a festa con l'esercizio d'ogni virtù. Gesù celebrò i divini Misteri nel Cenacolo apparato: Caenaculum stratum».

Soprattutto raccomandava ai suoi religiosi che non solo si preparassero alla Santa Messa con la seria meditazione dei misteri di nostra fede, ma che nell'atto medesimo di celebrare accompagnassero con lo spirito Gesù Cristo nella sua Passione e morte, poiché la Messa è una rinnovazione del Sacrificio della Croce. Si figurassero di cebrare le esequie al Redentore con lo spirito di compunzione di Maria SS., S. Giovanni, Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. Diceva che il cuore del sacerdote doveva essere il sepolcro di Gesù Cristo, e siccome quello ove fu posto dopo morte, era nuovo, in quo nondum quisquam positus fuerat; (Luc. 23, 53) così doveva il cuore del sacerdote essere mondo, animato da viva fede, da una grande confidenza, da una ardente carità, da un vivo desiderio della gloria di Dio e della salute delle anime. Era solito dire che nella Messa era tempo proprio di negoziare coll'Eterno Padre, mentre gli si offriva lo stesso suo Unigenito morto per nostra salute.
«Avanti di celebrare (scrisse ad un sacerdote) vestitevi delle pene di Gesù Cristo, con un sacro colloquio fatto placidamente in mezzo alle siccità: portatevi all'altare i bisogni di tutto il mondo ».
Desiderava che tutti i sacerdoti di Congregazione si distinguessero nell'esattezza e nella piena osservanza delle rubriche. Insisteva con grande sollecitudine perchè i novelli sacerdoti fossero bene istruiti ed in possesso delle sacre cerimonie: anzi egli stesso più d'una volta si prendeva la cura di assisterli nell'atto che ne facevano la prova. Non poteva soffrire di vedere disordine o errore nelle cerimonie sacre. Se vedeva che qualcuno mancava, lo correggeva opportunamente, dicendo: «Le rubriche si devono studiar prima», oppure in altra maniera procurava, che chi ne aveva di bisogno, si emendasse dell'errore e della negligenza.
Non poteva neppure tollerare che i sacerdoti dopo la santa Messa lasciassero quasi in abbandono Gesù Sacramentato senza fare il dovuto ringraziamento. Contro quest'abuso declamava nelle occasioni che gli porgeva il suo ministero, per indurre tutti a celebrare devotamente, come egli praticava e rendere all'amorosissimo nostro Dio rendimento di grazie per questo immenso beneficio. Scriveva ad un novello sacerdote di Congregazione:

«Io non le dirò che s'impratichisca bene delle rubriche del messale, essendo questo un suo preciso dovere, ma le raccomanderò che si avvezzi a celebrare i sacrosanti misteri con grande apparecchio che in ogni Sacerdote dovrebbe essere continuo con la santità della vita; e se vuole che non sia detto anche di lei che il nostro buon Dio hospitabitur et pascet ingratos (è ospite e darà da mangiare senza averne un grazie; Sir 29, 32 Vulg.), io le raccomando caldamente di non essere nel numero di coloro (che io credo non esistano in questo inondo) dei quali disse il Grisostomo: Judam imitantur qui ante ultimam gratiarurn actionem discedunt (Imitano Giuda coloro che se ne vanno prima del ringraziamento finale). E però, dopo che avrà celebrato, prosegua la sua intima unione col Sommo Bene in un lungo ringraziamento mentale» (III, 743).

«L'anima umile di cuore, fedele e tutta di Dio, non ha, né cerca modi, né sa cercarli per fare il ringraziamento tanto dopo la santa Messa che in altra occasione, qualunque essa sia; perchè una tal'anima che vive di fede, in alta separazione da tutto il creato, in vera povertà di spirito e perfetta nudità di tutto ciò che non è Dio, tutta vestita in pura fede delle pene santissime di Gesù Cristo, nascosta e ritirata in solitudine interiore ed immersa tutta in Dio, arde nel fuoco della divina carità, in silenzio di fede e di amore, vittima sacrificata in olocausto al sommo Bene, ed eccola in continuo ringraziamento, tanto nell'orazione che in qualunque opera esteriore… Quando avete celebrato la Messa vi siete cibato di Gesù, è vero? Ora perchè dopo la Messa non lasciate che Gesù si cibi di voi, vi digerisca e vi trasformi in sé ed ardendo di quel fuoco d'amore, che arde nel suo divin Cuore, non vi lasciate tutto incenerire? Se sarete ben umile di cuore, ben annichilato, bene nascosto alle creature, vi sarà insegnato dal Divin Maestro nella scuola interiore la vera scienza dei Santi…» (III, 189, b. a.).

Per quanto gli era possibile, impediva che si accostasse al sacro altare chi mostrava di non andarvi con la dovuta riverenza e non era vestito con l'abito che si conveniva. Essendosi una volta portato in un nostro ritiro per celebrarvi la S. Messa un ecclesiastico distinto, che meritava certamente qualche riguardo, ma che vestiva un abito poco conveniente, il Padre lo riprese e non volle permettergli di celebrare la S. Messa dicendogli: «Questo non è abito da ecclesiastico e da portarsi all'altare». Per questo suo zelo scriveva ad un'anima devota:

«Questo volo di spirito deve farsi nel Cuore di Gesù Sacramentato ed ivi spasimare di dolore per le irriverenze che riceve dai cattivi secolari e più dai cattivi ecclesiastici religiosi e religiose, i quali corrispondono con ingratitudine e sacrilegi a tanto amore. Per riparare a tanti oltraggi deve l'anima amante offerirsi vittima, tutta incenerita dal fuoco del santo amore ed amarlo, lodarlo e visitarlo spesso per quelli che lo maltrattano, massime visitarlo in certe ore che non vi è chi gli faccia corte».

Non solo traspariva al di fuori la sua interna unione con Dio, il suo amore a Gesù Sacramentato quando celebrava, ma ancora quando amministrava il Sacramento dell'Eucarestia. Nel dire quelle parole: Ecce Agnus Dei le proferiva con tale energia e santa riverenza, che sembrava vedesse il Divin Redentore nella sacrosanta Particola coi propri occhi. Così ancora ogni volta che portava il Santissimo Sacramento processionalmente nel giorno del Corpus Domini, fu osservato che era tutto bagnato di lacrime. Quella festa era per lui di singolare devozione e tenerezza. La celebrava con uno spirito meraviglioso di fede. Se stava in ritiro cantava la Messa e faceva la solenne processione nel recinto, ma con tale raccoglimento, cori tanta devozione e con tante lacrime, che bastava guardarlo per compungersi. Se era fuor di ritiro per qualche urgentissimo affare o per aiuto dei prossimi, come appunto un anno fra gli altri accadde in Ronciglione, si poneva con tutto il fervore del suo spirito a fare ossequio a Gesù Cristo Sacramentato, che portavasi nella solenne processione. Ma non si può spiegare, dice una persona religiosa che lo vide coi propri occhi, con quanta devozione lo facesse: basta dire, che tutto si disfece in lacrime e poi cominciò ad esclamare: «Oh che grande amore! Oh che giornata è questa! oh carità, oh amore!» Scrivendo il Santo in quella solennità ad un'anima devota, manifesta in poche parole l'ardore del suo spirito:

«La farfalletta gira intorno al lume e poi si brucia in esso; così l'anima giri pure intorno, anzi dentro quel lume divino e tutta s'incenerisca in esso, massime in questa grande dolcissima ottava di Gesù Sacramentato. Ah mangiate, bevete, ubriacatevi, volate, cantate, giubilate, esultate, fate festa allo Sposo divino».

Conoscendo altresì i tesori immensi che si trovano nella SS. Eucarestia e sono preparati a tutti i figli della Chiesa, esortava anche le persone secolari a comunicarsi spesso, ma comunicarsi però con grande affetto e devozione. Scriveva:

«La S. Comunione è il mezzo più efficace che possa trovarsi per unirsi con Dio. State sempre preparata per la Divina Mensa: tenete il cuore ben purificato e custodite assai la lingua giacchè è la prima a toccare il SS. Sacramento. Portatevelo a casa dopo aver fatto però il dovuto ringraziamento e fate che il vostro cuore sia un vivo tabernacolo del dolce Gesù Sacramentato. Visitatelo spesso dentro di voi e fategli tutte le adorazioni, affetti e ringraziamenti, che v'insegnerà il santo amore».


testo tratto da: San Vincenzo M. Strambi, Lo spirito di S.Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, Alba: ed. Paoline, 1950, pp. 49-55.


Chiunque recitava l'Ufficio Divino con poca fede e raccoglimento, bastava che avesse osservato il nostro Santo per rimanere confuso ed istruito del modo con cui si deve eseguire un'azione sì grande che dai S. Padri è chiamata opus divinum. Quantunque infermo o aggravato dalla. vecchiaia, recitò sempre anche con suo gravissimo incomodo l'Ufficio e non volle mai prevalersi della dispensa concessagli da Clemente XIV, se non quando gli fu del tutto impossibile recitarlo: ma essendo oppresso dai suoi mali e negli ultimi anni di sua vita, si faceva aiutare da qualche sacerdote che avesse voce chiara ed intelligibile, per non privarsi del celeste pascolo che nella recita del divino Ufficio gustava l'anima sua. Ogni volta poi che recitava l'Ufficio stava col capo scoperto, con compostezza esemplare e grandissima devozione. Sebbene fosse infermo e carico di acciacchi, nulladimeno non si poté mai indurre a coprirsi il capo nel tempo che lo recitava.
Non poteva quasi fare a meno di mostrare il suo dispiacere, se talvolta vedeva che qualcuno stava col capo coperto senza necessità. Anche in occasione di viaggi, recitando l'Ufficio, stava a capo scoperto, sebbene fosse d'inverno, in campagna aperta e in tempo di grande freddo.
Negli ultimi anni di sua vita, quando maggiormente era travagliato dai suoi incomodi, il compagno lo stimolava istantemente a coprirsi il capo, dicendogli che non sarebbe stata mancanza di rispetto, se per motivo delle sue indisposizioni si fosse dispensato dal suo pio costume ed avesse recitato l'Ufficio così coperto. Perchè il Santo non sapeva resistere ma voleva accondiscendere virtuosamente ad ognuno, per un poco si copriva, ma poi dopo un poco si scopriva di nuovo dicendo che assolutamente non poteva recitar l'Ufficio col capo coperto e soggiungeva: «Bisogna pensare, che si dice l'Ufficio», quasi volesse dire: «Ora si parla con Dio!» Voleva anche, per quanto gli fosse stato possibile, nelle sue indisposizioni alzarsi di letto per adempire con maggiore ossequio a questo dovere tanto gradito a Dio e tanto utile a tutta la Chiesa.
Più chiaramente dava a conoscere la sua fede e devozione quando trovavasi nel coro comune a pregare con gli altri. Era esatto e diligente nell'intervenirvi: non se ne dispensava né di giorno, né di notte; anzi la notte tanto più volentieri si alzava e vi assisteva. Era persuaso che quel sacrifizio di lode offerto in quelle ore in cui la maggior parte degli uomini riposa o sta perdendo tempo in vani divertimenti o in peccati, è una dimostrazione di sincero amore all'amabilissimo Dio e diceva che in quel tempo si facevano al Signore le serenate d'amore. Molte volte, benché fosse ammalato e mezzo storpio e appena si potesse reggere in piedi, voleva intervenire al coro ed era per tutti uno spettacolo di edificazione e di tenerezza vedere il loro vecchio Padre, strascinarsi a stento nel luogo dell'orazione e quivi fermatosi in piedi come poteva, offrire con grande devozione a Dio quel sacrifizio di cui trovava tutte le delizie del suo spirito. Si vedeva quanto bene praticasse quella massima che inculcava agli altri:

«Quando andiamo in coro a recitare il divino Officio, ravviviamo la fede perchè in tali occasioni facciamo l'officio degli Angeli, dei quali si riempie il coro ad offrire un sacrificio di lode alla Divina Maestà».

Stava attentissimo perchè il canto fosse regolato dalla vera devozione ed accompagnato sempre da quella distinzione e pausa che tanto contribuisce affinché la soavità sia unita al vero decoro e giusta gravità. Per animare tutti a salmeggiare con fervore, ricordava con vivezza e forza di spirito le parole dell'Inno: «Os lingua, mens, sensus, vigor confessionem personent». Se talora qualcuno sbadigliava, animato da vivo zelo bussava col suo bastoncino in terra e diceva: «Non è questo il modo di recitare il divino Ufficio, stando alla presenza di Dio». Vide una volta che un religioso recitava l'Ufficio stando appoggiato al muro senza quella compostezza che conveniva. Il Santo gli raccomandò di recitare l'Ufficio con attenzione e riverenza, perchè in punto di morte il Signore gli avrebbe fatto vedere quello che egli allora non considerava. Mi ricordo che avendo sbagliato un chierico in coro – racconta un testimone – nella recita dell'Ufficio Divino, il Padre Paolo gli disse sotto voce: «Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter». Queste parole furono udite da me e da altri, perchè il coro era assai angusto; ci riempirono di un santo timore e terrore, sicché si stava attentissimi a non sbagliare (S. 490, b. a).
Così parla e così pensa chi ha vivo sentimento di fede, per cui parlando con Dio, invisibile agli occhi del corpo, Lo vede e Lo contempla cogli occhi dello spirito.


testo tratto da: San Vincenzo M. Strambi, Lo spirito di S.Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, Alba: ed. Paoline, 1950, pp. 55-58.